MEDITERRANEO – LA SOCIETÀ DEL RISCHIO
a cura di Patrizia Bonardi

INDICE testi dedicati alla mostra e ai suoi lavori

DANIELA GENSABELLA Indifferenza sociale al dolore

IOLE TOINI Sopra le barche

FLAVIA GALLO Poesie per corpi senza addio

LAURA BENZONI Empatia cercasi

LIDIA PARMA Mediterraneo

MEREDITH BRICE Storm Clouds -drift between a sea of hope – nubi tempestose vanno alla deriva in un mare di tempesta

L. CAMPANELLA e A. SPAGNUOLO Zainab non sa nuotare

STEFANIA TOMAINO Per Maremoto e Solidification

STEFANO TACCONE Ponte e non barriera

VERONICA POLESE Anime in mare

ANTONELLA FUCECCHI Poesie per 

Patrizia Bonardi

Paola Zorzi

Chiara La Chigi

Daniela Monica

Michelangelo Gandini

Elena Bellantoni

Roberta Toscano

Sara Bowyer




Indifferenza sociale al dolore
di DANIELA GENSABELLA


Esiste un’ indifferenza sociale al dolore, che ci permette di vivere le nostre vite nonostante la sofferenza che ci circonda. È come se le immagini che vediamo alla TV, le notizie che leggiamo sui quotidiani, la povertà con cui ci scontriamo ogni giorno nelle nostre città, non ci colpissero o per lo meno non al punto da concretizzare il nostro stato emotivo in azioni. Siamo anestetizzati emotivamente.
L’indifferenza al dolore sociale è molto rischiosa perché ci fa interagire sulla base di percezioni distorte dalla nostra alessitimia e ci porta ad assumere comportamenti antisociali, ad esempio il pregiudizio, il razzismo, l’esclusione.
Il video MARE NOSTRUM, presentato dall’artista Paolo Vivian, rappresenta la speranza che la soglia del dolore sociale possa abbassarsi, in modo da farci sentire le sensazioni e le emozioni provate da chi vive giornalmente nella sofferenza e nella paura, in balìa di scelte altrui. Il mare è movimento, il mare riporta sempre qualcosa e in questo caso io ci vedo il ritorno ad una vita più inclusiva e più umana del nostro popolo, che affonda le proprie radici culturali e la propria identità nell’accoglienza.
Rimandare alla politica o appoggiare scelte comode ci fa adattare alla realtà sociale che viviamo, per sfuggire alle responsabilità di cittadinanza. Siamo avvolti in una mancanza d’interesse per il mondo, alimentata dal desiderio di non essere coinvolti in alcun modo, né nel bene, né nel male, attribuendo le colpe del nostro malessere e dei nostri “guai sociali” a chi non ne ha responsabilità.
Secondo la metafora del “naufragio con spettatore” (H. Blumenberg, 1985), di fronte al crollo altrui nella sofferenza, l’individuo distaccato si mette al sicuro su una riva ben distante dal luogo della tragedia, assumendo la posizione immobile e rassicurante di astante.
C’è un altro spunto di riflessione legato a questo tipo di atteggiamento, ovvero l’ipocrisia tra la promozione di un senso civico, oggetto anche della riforma scolastica (legge 92/2019) che ha previsto l’educazione civica come parte integrante della programmazione annuale nelle scuole di ogni ordine e grado, e le scelte politiche su fenomeni sociali che riguardano l’umanità e la cittadinanza attiva. Infatti, una società che investe nella promozione di particolari competenze socio-emozionali, come il decentramento da sé, l’empatia, la cooperazione e la solidarietà, è una società che vuole puntare al miglioramento della vita collettiva, in un’ottica di reciproca fiducia. Ma, quello che c’è sulla carta, dovrebbe poi essere trasmesso nella pratica. Quello che è successo il 2 Novembre 2022 è la conferma di una grave perdita culturale, valoriale, politica e sociale che viviamo.
L’opera toccante di Elena Bellantoni MAREMOTO , rappresenta un incontro, in cui io voglio vedere un segno di rinascita, la stessa che si aspettano di provare le persone che fuggono dalle loro vite ingabbiate e che cercano accoglienza nei popoli occidentali, considerati più vicini al rispetto dei “diritti civili”.
In questo mio contributo ho voluto attribuire all’arte un messaggio positivo, motivante e di crescita culturale, che possa raggiungere le anime di chi continua a comportarsi come osservatore di un naufragio, che in tanti tristi casi non è solo una metafora.


Sopra le barche
di IOLE TOINI

Anche oggi dalle mani digiune sgorgano canzoni; le canzoni abbracciano gli scogli; diventano alghe, concime per i pesci.
Sopra le barche gli uomini cantano.
I canti sono onde; vanno a corpi di luce.
Sopra le barche si inventano i nuovi colori: nomi di stelle, confitti alle gole.
Quando piove si spande la nota delle canzoni blu: hanno occhi luccicanti;
hanno mani intrecciate alle sponde.
Quando piove, le canzoni con i piedi piccoli risalgono i colli delle madri, inventano un altro orizzonte. Di quell’orizzonte si cibano beccacce.
Lungo le spiagge si raccolgono le ciglia invernali, si stendono i drappi, si torcono panni di voci esplose.
Ognuno ha un fiore da sotterrare senza colore, né terra, né nome. Ognuno ha una luce da nascere.
La grazia è sospesa nel sangue.
/
Marcire tutte le cose viventi. I semi non andranno perduti.

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Sorella: ragazza con Corano
di FLAVIA GALLO

A te, sorella mia, che un giorno ascoltasti queste parole:
“Presto vestìti, devi partire, prendi le tue cose,
quelle povere, quelle care,
lascia la veste che indossi ogni giorno,
prendi quella che non mettesti mai
aspettando l’occasione. Eccola, è arrivata…
è questa l’occasione tanto attesa!”
Questo hai udito.
E quando arrivò, in un giorno quieto senza tempesta,
di sole a picco su un mare
tutto spezzato in cocci d’acqua,
non pensasti neanche un attimo
a lasciare il libro tuo dell’anima.
Lo portasti con te, cucito nella tasca segreta
Del vestito buono mai usato
E ora, chissà cosa se ne farà il mare?
Scioglierà con il suo sale ardente le pagine
che finiranno ridotte in un’eco d’onda?
Oppure caleranno come pietra sul fondo
risparmiata dalla pietà delle correnti?
Io sento il suo potente racconto
Diventato inorganica memoria tra sponda e sponda
unico maestro divino nella tua vita da fuggiasca.
E sento che nel marasma che vi ha trascinati giù,
a te e a quelli come te, vestiti a festa,
in un giorno di primavera in cui è uno scandalo morire,
tu, nella pena lenta di quella morte senza soccorso,
tu cercasti tra i corpi ancora ansimanti
e le valigie scoperchiate
quella carta con le care parole del Dio a te più vicino
perché credevi che salvando loro
avresti salvato te e tutti gli altri.
E avevi ragione… perché salvezza vi fu:
perché in queste acque ora si può sentire battere
incessante
quella preghiera tua prediletta sospesa,
mischiata con altre mille molecole umane.
Sparisti dal mondo in un giorno bello,
splendido come il primo della creazione.
Il tuo primo giorno con l’abito nuovo.
Ma ora, ti prego, ferma il tuo ballo disperato
Di corpo senza addio.
Ti ho presa.
Non cercata ti trovai
e tu che non mi dicesti mai la tua parola
ora hai il tuo canto cantato.

FRATELLO: ragazzino con anello magico

Eccoti ritornato, fratello del deserto di pietre,
ritornato dalla rocca della tua infanzia.
Porti ancora l’anello che ti diede il nonno da piccolo
per la protezione della tua casa vicina al deserto?
L’anello dei giochi arsi al sole,
senz’acqua e senza tregua.
L’anello incantato per diventare tutto e tutti
Per diventare fiera e fiore, ape e veleno, cosmo e nulla
perché tutto in te era questo potere bambino.
L’anello che ricoprivi di erba secca
e che nascondevi al tramonto nella bocca cariata della terra
per sognare di notte la mappa misteriosa
che ti riavrebbe ricondotto al luogo incantato.
Fratello mio, noi nati da ventri lontani,
da madri sconosciute e opposte
su sponde specchiate di questo mare dei tradimenti.
Io ti sentivo giocare, cadere e rialzarti,
perché l’infanzia è un luogo misterioso
dalla trama ordita tra nuovi nati di ogni terra
e quando al di qua della soglia di mare
il vento si gonfiava feroce, pensavo:
“ecco, deve essere il fratello mio mai visto
Quello che mi è nato quel giorno di nuvole e folate
Sull’altra sponda da ventre simile ad ogni madre terrena”.
E ora sei qui, ti vedo riverso sulla spiaggia
Mi hai raggiunta: ti riconosco
dall’anello della promessa,
quella fatta alle stelle di una galassia antica
da cui qualcuno ci guarda e sorride
perché ai più piccoli di ogni specie
anche se nati lontani
appartiene la trama segreta di questo mondo.
Sei dunque qui, finalmente, fratello
Che mai sarai uomo.
Non speravi fosse questo il tuo approdo?
Ché ti trovassi io che non ti ho stretto mai
in nessun abbraccio
Ferma il tuo ballo disperato. Ti ho preso.
Non cercato ti trovai
e tu che non mi dicesti mai la tua parola
hai ora il tuo canto cantato.

FIGLIO: bambino senza veste

Figlio mio, lo so: per venire a questo mondo
sei passato dalle viscere di una madre bambina
che non ha fatto in tempo a vederti,
perdendo se stessa e te tra due onde di moto contrario.
Una bambina che non sapeva
E come Eva nuda chiedeva di sapere di più
e voleva sapere della conoscenza infinita
che è tracciata nelle viscere della donna.
Tu piccola madre dai pieni scalzi color corteccia
bambina-albero dal frutto sparito…
Partorire fu la tua punizione,
partorire fu il tuo premio
Per aver mangiato della pianta proibita.
Ma che il frutto fosse del mare
invece che della terra
chi poteva prevederlo?
E il frutto… eccolo qua,
questo figlio mio che è venuto al mondo da te
senza panni addosso.
Quando il mondo era al suo principio
era attrazione e respingimento, era tempesta
e quel giorno del principio
quando gridasti la tua prima parola di madre
non udisti in risposta il suo suono di bimbo:
ma lo udì l’ultima onda rabbiosa.
Figlio in un solo istante. Bimbo da acqua ad acque
D’acque mai vestito.
Ferma il tuo ballo disperato. Ti ho preso.
Non cercato ti trovai
e tu che non mi dicesti mai la tua parola
hai ora il tuo canto cantato.





Cercasi empatia
di LAURA BENZONI

Speravamo, che la pandemia di Covid 19 ci lasciasse una società migliore. Ci è sembrato, forse per qualche giorno, che gli uomini fossero tra loro più solidali, più uniti, più comprensivi, accoglienti, disponibili. Empatici. E’ proprio la riflessione sull’empatia – o meglio, la mancanza di empatia – che mi accompagna in questi ultimi anni vissuti convivendo con la paura, l’isolamento, le restrizioni, il bombardamento di messaggi spesso contrastanti, la rabbia dei ‘buoni contro i cattivi’.
Un binomio – buono/cattivo – puramente occidentale, che presuppone l’esistenza di una Verità intoccabile, universamente condivisa, buona, giusta, corretta in quanto tale. Di conseguenza, una Giustizia gestita da chi è dalla parte ‘giusta’ che si permette di giudicare chi ha desideri, opinioni o ha fatto scelte diverse.
In realtà, le sfumature sono tante, infinite. Infinite le spinte interiori che muovono l’Uomo; infinite le sue passioni, emozioni, le motivazioni che spingono a fare della propria vita ciò che si desidera. In un contesto variegato, come una società mondiale di miliardi di persone e culture diverse, come si può stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato? In base a quali criteri chi sta ‘nel giusto’ si permette di porre veti sulla vita degli altri o di esprimere giudizi sulle abitudini altrui?
Immaginiamoci di vedere il mondo dall’alto, super partes: nessuna differenza si distinguerebbe più, né di colore, né di lingua, né di abitudini alimentari, religiose, sessuali… La società è un enorme, variegato intrico di colori variopinti che creano un meraviglioso arcobaleno, un oceano di sfumature di blu, ed ogni minuscola goccia di questo mare colorato è assolutamente unica ed essenziale. Eppure, non mi spiego come sia possibile che zoommando il nostro obiettivo immaginario su questa Terra, esistano persone che si permettano di decidere della sorte di altri esseri viventi e che si arroghino il diritto di imporre come vivere, limitandone di fatto le libertà.
In sea we trust è l’opera che si avvicina maggiormente alle mie riflessioni e che esprime a livello visivo questo ipotetico pianeta Terra visto dall’alto con i suoi aggrovigliati colori, onde turbolente che esprimono l’assenza di linearità di un pensiero che sia unico e organico; piuttosto, si nota come le molteplici strade che le nostre vite possono prendere sono intricate, annodate, irregolari. In questo marasma di possibilità infinite, isole chiuse galleggiano come castelli di serena perfezione che mi ricordano le urla dei politici che sbraitano contro chi cerca di costruirsi un futuro affrontando i pericoli del mare. Quei famosi ‘noi’ e ‘loro’ che alzano barriere di timore e rifiuto nei confronti di chi è diverso. La paura che crea un guscio di protezione che allontana chi non la pensa come la massa.
Nell’opera di La Chigi, le scatolette sono in realtà scrigni di morte che contengono le vittime dei naufragi. Per capirlo, bisogna abbassarsi, aguzzare la vista, porsi domande e cercare di comprendere il significato di ciò che pian piano si comincia a notare. Cosa c’entra l’empatia in tutto questo? L’empatia è proprio il movimento di abbassarsi, mettersi sullo stesso livello, in ascolto. Io penso che TUTTO dipenda dall’empatia, ovvero dalla capacità di ascoltare l’altro, immedesimarsi senza giudizio nell’altro, provare ciò che lui prova, mettersi per un attimo nei suoi panni e chiedersi: “io al suo posto come mi sentieri? Cosa farei?”.
Se questa società lavorasse maggiormente sulla connessione cuore a cuore tra le persone e non solo sulla finta connessione tramite la rete e i social, che ci fanno sentire vicini e contemporaneamente lontani, chiusi nella nostra isola… Quanta pace ci sarebbe, quanta serenità, che meraviglioso sviluppo in ogni campo del sapere se ognuno avesse l’opportunità di sviluppare appieno le sue potenzialità e aspirazioni!
A volte mi chiedo quanti brillanti cervelli si sta mangiando il nostro Mare Mediterraneo, quanti premi Nobel stanno in questo momento affrontando viaggi della speranza su quei barconi-scatolette che non vedranno mai la meta. Quanti esseri viventi sono impossibilitati a raggiungere i propri sogni a causa di altri esseri viventi che si permettono con presunzione di decidere ciò che è bene e ciò che è male?
Eppure, l’assenza di empatia di chi si permette di urlare al mondo “lasciamoli in mare”, “che se ne tornino a casa loro” riconosco che è la stessa assenza di empatia che serpeggia nelle nostre vite quotidiane, nelle nostre serene case benestanti di vite tranquille e agiate, ‘dalla parte dei buoni’ (o semplicemente, dei più fortunati). Quanti giudizi fioccano costantemente come una ghigliottina su chi fa scelte non convenzionali, fuori dalle abitudini consolidate di una società occidentale. Quanti sguardi sospettosi e frasi velenose per chi semplicemente cerca di esprimere la propria identità, rompendo il guscio delle convenzioni sociali per poter dare vita alla propria felicità.
Ogni giorno, quando ci permettiamo di giudicare, di non rispettare la sensibilità altrui e di non provare com-passione per il nostro prossimo, stiamo firmando il trattato di intesa Italia-Libia.

Mediterraneo
di LIDIA PARMA

Le onde depositano sulla spiaggia resti di povere cose: pezzi di gommone, scafi alla deriva, corpi senza vita che il mare impietosito ha tolto alla fame dei pesci e reso agli umani per la sepoltura. 

La meraviglia azzurra del mare come sarà vista da un guscio di barchetta rotto, da un gommone sovraffollato, da una “scatola di sardine” nell’immensità azzurra, infinita del mare? E quando le onde si increspano e quando il rosso del sole che tramonta lascia il posto al nero della notte? Buio plumbeo, onde alte, spruzzi d’acqua gelida, nel nulla buio, pigiati uno accanto all’altro, senza potersi muovere, invocando “mamma”, pregando un dio; così naviga l’umanità respinta, l’umanità in fuga dai lager libici, dalla guerra, dalla fame. 

“mayday mayday” il cellulare satellitare si collega ad Alarm Phone e invia la localizzazione. 

“In quanti siete?” “Siamo 120; ci sono donne, sei bambini, quattro donne sono gravide. Siamo partiti da Zawara, in Libia, siamo in mare da due giorni. Il gommone si sta sgonfiando, iniziamo a imbarcare acqua.” ”Coraggio, niente panico! Abbiamo avvisato le autorità marittime. Tenete duro, rimaniamo in collegamento.” 

Spunta l’alba, si alza il sole nel cielo, asciuga gli abiti inzuppati e disidrata i corpi. 

Il motore si ferma, va messo il gasolio, ma una gran parte esce dalla tanica sballottata dalle onde, si mischia all’acqua sul fondo molle del gommone, inzuppa gli abiti e ustiona la pelle di chi è seduto vicino al motore. Il motore non riparte, il gommone è alla deriva. “Mayday mayday, Alarm Phone presto, aiutateci! Il motore non riparte, il cibo e l’acqua sono finiti, il sole sta tramontando, è il terzo giorno di mare.” “State calmi, le autorità sono informate, vi staranno cercando.” Mente la volontaria di Alarm Phone. Le autorità maltesi e italiane da due giorni sanno del naufragio, ma non mandano soccorsi. In cielo un elicottero di Frontex sorvola il gommone pronto a certificare la morte dei naufraghi. 

Al quarto giorno di navigazione una donna muore e dalle sue braccia scivola in acqua il neonato che stringeva al petto; un ragazzo si tuffa per salvarlo, ma annega e scompare tra i flutti. 

I primi a cadere in acqua e sparire inghiottiti dal mare sono gli uomini seduti sul bordo ormai sgonfio del gommone. 

Mayday Mayday, stiamo affondando! Siamo allo stremo, le persone sono in panico; ormai è il sesto giorno in mare.” Alarm Phone ha avvisato tutte le navi ONG, ma sono distanti giorni di navigazione; insiste a telefonare alle guardie costiere: Malta non risponde più, Roma tergiversa … Anche Gaby, vedetta delle Veglie, sempre in contatto con Alarm Phone, chiama le capitanerie; Malta le risponde in malo modo, la guardia costiera italiana le assicura che interverrà appena riceverà l’o.k. da Roma. Gaby chiama Roma intimando, minacciando, imprecando e pregando che diano soccorso. E il soccorso arriva, ma troppo tardi per 30 persone. Il gommone si è sgonfiato completamente, le persone a bordo sono finite in mare; molti non sanno nuotare. Così li trova la Louise Michel, una piccola nave Ong di salvataggio, e inizia il soccorso. Sopraggiunge anche la guardia costiera italiana e insieme soccorrono e salvano 65 persone, tra le quali due bambini e una donna incinta. 55 persone hanno perso la vita mentre attendevano soccorso. Braccia tese a cui nessuno ha dato la mano. Nuovi fantasmi che dagli abissi del mare si elevano verso il cielo . 

Il Mediterraneo che fu una culla dell’umanità, ora è una tomba; il cimitero di tanti corpi, di tanti sogni. 

Dai corpi spolpati, dalle ossa adagiate sul fondo marino si ergono gli spiriti, si protendono fino al cielo per diffondere un lamento: il canto dei loro sogni calpestati, delle loro vite spezzate che man mano prende forza, si espande, ci raggiunge, riecheggia nei nostri cuori, nelle nostre menti e diventa l’inno della nuova umanità. 

Le Veglie contro le morti in mare è un Movimento formato da persone che hanno raccolto la richiesta di aiuto di questa umanità costretta a sfidare il mare per vivere e cercano, con i mezzi che hanno a disposizione, di informare, sensibilizzare, scuotere la società civile, portare a tutti gli orecchi, a tutti i cuori il canto che sorge dagli abissi del Mediterraneo. Questi morti ci impongono di interrogarci su chi siamo, sui nostri valori, sulla società a cui apparteniamo; squarciano il velo di ipocrisia che avvolge e abbellisce la società crudele, ingiusta e spietata a cui apparteniamo. Ci obbligano a reagire e ad agire, a prendere posizione: complici di questa crudele barbarie o fautori di una nuova società? Una società nella quale ci si riconosce, finalmente, un’unica umanità, che supera le divisioni etniche e nazionaliste, la suddivisione gerarchica, la parassitaria economia capitalista del profitto, e tutto quello di negativo che la società patriarcale del dominio ha sviluppato: privilegio, oppressione, sottomissione, sfruttamento, guerra, fame, morte, distruzione. Costruire una nuova società partendo dal sogno dei migranti di raggiungere una terra nella quale vivere in libertà e prosperità. Partire dall’empatia verso le persone lasciate a morire nel Mediterraneo per sviluppare sentimenti di solidarietà, cura, fratellanza, dono. Attraversare il difficile mare del cambiamento con la certezza che un altro mondo può essere; un mondo di giustizia, pace, libertà, uguaglianza, benessere per tutti si può e si deve costruire, si costruisce tendendo la mano a cui aggrapparsi per non scivolare negli abissi. 

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Storm Clouds drift between. A sea Hope
di
MEREDITH BRICE


We are a great cloud of witnesses to the refugee crisis unfolding in the 21st century. Art + Sociology MEDITERRANEO speaks into the local ecology; attempted crossings of the Mediterranean Sea and its risky, potentially life-denying consequences. Refugees/not mi- grants embarking on a body of water make water more than chaotic from a symbolic per- spective.
Not limited to the Mediterranean Sea the larger global context of human displacement as witnessed via the cloud, as news media transports to sight and heart raw footage, reality observed via the virtual makes participants of us all. Observers to the unfortunate, hu- manity caught in nets of potentially impossible chance.
A creative act/vision by its very nature opens a threshold space, a potentially questioning, generative, chaotic, transformative portal. Chance to make new. The artists in Patrizia Bonardi’s art/sociology intervention narrate our “At-Risk Society”, confront reality, reflect and pose crucial human-centred questions as it shines a spotlight on the Memorandum of Understanding between Italy and Libya (the refugee relationship policy recently re- newed for another three years). Although humanitarian efforts on behalf of intended refugee arrivals on Italian shores and care for those rescued at sea and migrant intakes continue, the threat remains for those returned to turbulent homelands to potentially be exposed to danger and torture.
Almost a decade ago European Parliament president Martin Schulz remarked that Eu- rope’s migration policy “turned the Mediterranean into a graveyard”, referring to the num- ber of drowned refugees in the region as a direct result of the policies. At that time a heavy human toll recorded18,000 deaths at sea. As passers by, onlookers in transit, this knowledge puts us all on the boat.
Patrizia Bonardi’s ‘MareSky 2022’ opens space for reflection on refugee deaths by drown- ing, ‘a graveyard’ that has become the Mediterranean Sea. In this Age of Turbulence the installation opens a threshold question, a mobilizing call to action. A three-dimensional ‘drawing’ in air earthed at base emits fluid lines rising skywards. The trace of waves, the sound of waves, fluidity, energies rising; incremental movements upwards and outwards towards the clouds. In this space of reflection art reflects life, and death, yet breath, a conversation between liberation and deadening entrapment, and spaces of possibility in- between. The duality and symbolism emanating from the spirit of the form from its deathly charcoal TV monitor base emitting clouds of content offer a soundtrack and critique to- wards 20th and 21st century media platforms, makes receivers, witnesses, observers, ac- tive participants for change, or not, of us all.
To counter unhealthy, unsustainable perceptions concerning migration, misrepresentation and misinformation by governments, mass media and the public, cutting to the heart of a matter the power of art acts as a water level as it represents subjective and symbolic as- pects of personal and phenomenological experience, this force acknowledged in the In- ternational Organisation for Migration report by Roderrigez and later in Meskimmon and Eskimoan; “[Art] Institutions counteract the “unhealthy cycle of misinformation by Gov- ernment, mass media and the public” (IOM report) by allowing the profound subjective and symbolic aspects of mobility a form of authenticity, (Roderrigez 2007. 2) promoting a
form of wisdom to the debate, a personal or phenomenological experience cutting deeper into the human psyche. Eskimoan argues that art, “is a very real form of engagement with/
in the world, rather than an escape from it or, worse yet, some decorative extra, able to be marginalised at will by those who would seek to deny its force”. (Meskimmon. 2011:92)
Anna Crescenzi’s ‘ makes real the consequences of war and conflict as bombings destroy homelands, the cause of refugee flight. An arrowhead of levitating blood
red ‘tears’ hover to stain memories of homeland, as tears like drops in an ocean of grief and strife.
The ocean as site of from the dust a cry of 2022’, a realistic representative drawing of the empty shells of bombed out buildings birth and rebirth, primordial element, amniotic symbol. The sea with its arrivals and departures, some sea crossings have become an improbable journey.
However, in Elena Bellatoni’s ‘Tsunami’, a video frame on paper documents a performative
work filmed off the Sicilian coast in 2016. The wistful image depicts a women with a two-
wheeler bicycle attempting to make a passage across the waves, an impossible transport
for a sea crossing.This expression of migrant experience depicts the frustration of a desire to leave, return, cross, merge two shores, two lives, exchange peoples, a wish for a new life as a seamless circularity between the old and the new, the birth of a new language of arrival and departure without limited access to seashores.
Sarah Bowyer’s work ‘Solidification’ anchors the observer to bear witness to the wash and flow of tide that does not erase but rather reveals metaphorical lines in the sands of time. Sedimenting narratives build the accumulating human stories of human migrations, the human toll. Ironically, since time immemorial the Mediterranean Sea’s now contested waters so intrinsically intertwined with culture and history have constructed enrichments, built social and cultural capitals, cross-fertilised and flourished the human spirit. The Mediterranean Sea’s spectrum of blue unites the works in MEDITERRANEO along with the tension of contrasts; dark passages portraying chiaroscuro depths. Pictorially, these blue hues captured in Solidification build a layered storied Mediterranean Sea. The flow of tide describes networks, enclaves, social capital denied, the human toll building a metaphorical undersea geology, stratifying sedimentary layers as tragic human stories embed a narrative, fixed in ‘concrete’.
In Paolo Vivian’s ‘Mare Nostrum’ the expressive language of water, its healing properties, primordial depths and life-giving qualities are pictured as an illuminating plane of refer- ence. Transient modulations of vibrant sea blue hues separate and extract light from darkness. These light-oriented frames mirror spaces of reflection on the human condition, open windows to optimism and hope. Fundamentally life-affirming whilst acknowledging inflicted and limiting parameters within the frame, as the artist explains, the intention was to make an expression of hope, be a metaphorical reference to keep hope alive. The work is ‘dedicated to hope’.
By way of contrast, La Chigi’s mixed media installation ‘In sea we trust’ confronts a stark and treacherous reality about the potential capacity of a body of water to extinguish life. The installation draws a tumultuous sea in thread, a potential entangling net. The beguil- ing illusion of hope for a new life by embarking onto the ocean blue often becomes dashed. The viewer is alerted to a moral dilemma, a duality, oriented by a physical ‘looking down’ upon the work as it positions the observer to experience the work below – where flimsy ‘vessels’ [empty fish food tins] containing human passengers appear disorientated, drifting aimlessly. A hungry sea and food chain potentially claim the lost. Dualities in the work speak volumes to the trap of distancing oneself from the at risk as
, a potential social and moral death (trap) to refugee crisis and trauma for collective global society.
Echoing a gamble for life, a risking all approach measured against the perils of fatal ship-
wreck, refugee crossings bet on a chance to land safely onshore or otherwise. Michelan-
gelo Jr. Gandini
portrays the blackness of this perilous physical and emotional journey in
‘Lost and Confused 2022’. He images a new map of imaginary crossings where new
routes and sea currents navigate to safe harbours, and new life in a land without entrap-
ment into an alien world or monstrous system, a place of refuge where as the artist hopes, ‘you can survive, once again survive’.
Resistance to monstrous refugee policy cause and effect that suspends humanitarian rights and abandons victims to ‘no place’ displacement, Paola Zorzi opens the way to a metaphorical, fluid threshold place for movement between states of migratory processes, detention and destination in ‘Suspension and abandonment 2022’. The mixed media in- stallation depicts an emotional and symbolic cause and effect relationship as vertical tapes or ‘bars’ of black ribbon, suspend and animate as they lift, fall, return and float against breezes made between two electric fans.
A sense of disorientation in time and space is experienced in the videowork ‘Drifting to Utopia’ https://www.youtube.com/watch?v=Yq-VjzSb_-8 by Stephen Copland. As clouds of witnesses to streams of data as it drifts before our sight in 21st century virtual connec- tivity, the human subject is exposed to experiences of turbulence of migratory experience. The cacophony of data’s potential to drown out, desensitise to real spaces with real con- sequences of human rights violations. The artist portrays the downside of the digital uni- verse’s portrayal as shadows and clouds in the wrong hands to misrepresent the reality for those seeking asylum. Theodore Gericault’s famous nineteenth-century history paint- ing The Raft of the Medusa is metaphorical of a precarious raft on which, in reality all of humanity is aboard. The metaphor of a running cheetah, the fastest animal alive repre- sents the heartbeat of our time; the hunt and the hunted. The work identifies with French philosopher Michel Foucault’s 1967 essay Des espaces Autres (Of another Space) as it maintains we cannot disregard the fatal intersection with time and space (Foucault 1986:22) and that we are in the epoch of space, simultaneity, and juxtaposition, near and far, side by side and of the dispersed. He discusses utopias as sites with no place, without home and no relation to society and as places without reality. In contrast heterotopias are real places found within cultures and the site in between these is like a mirror.
The human subject portrayed as a state of emergency in limbo and abandonment, con- strained within enforced borders by at risk society; inhumane government policies, nega- tive public perceptions, unfortunate circumstance is embodied in the installation by Roberta Toscano, unpacked, packed neatly in a suitcase containing pristine personal effects and an out-of-date smart phone. Futility of hope deferred for human connection and assistance in a crisis. In 1969 The Hollies released ’He ‘aint heavy he’s my brother’,
and this work challenges to the vital imperative mere onlookers.

Call 02 2022. The work confronts ‘real life real consequences’ neglect as the needs of the human – as refugee, other – are ignored. A pervasive sense of silence and dysfunctionality is placing the human at the centre, the experimental ‘De humanitate focus’ by Daniela Monica occupies a space of transient, transitioning energy as circles are drawn and re-drawn around a human figure. Concepts underpinning this series of works on wood and that utilise chromatic and graphic elements to portray a sense of focus, of looking through, as in seeing through the lens of a camera, the erasure and reinstatement of continuous out- lines cocoons the human form within a sound or song resonating with light to sustain the human spirit. Clothing the human in such a way creates a space surrounded by colour, light, and dignity, a defining space sacred to the flourishing of the human condition, and in the artists words depicts ‘momentary thoughts of freedom, affection, consideration and love’.
Here MEDITERRANEO has assembled artist witnesses within visual texts that pose spec- trums of threshold questions for our time and place in the 21st century age of migration. Visual poems speak to elements of hope, tragedy, narrate the unheard, the denied, the marginalised, the excluded, honour the risk-takers, their struggles, untether, anchoring hope to look to where our focus should fundamentally ‘see’ the lives enmeshed in forced migratory narratives; real lives and real consequences.
The World Migration report (2011) issued by the International Organisation for Migration focused on public perceptions of migration. It looked at how politics are shaped by per- ceptions that influence public opinion. The role of the media within this is also analysed. Few areas of public policy are subject to greater misrepresentation in public and political discourse, yet more influenced by public opinion, than international migration. Despite the communications revolution, many remain poorly informed about the scale, scope and socio-economic context of migration. Communicating effectively about migration is criti- cal since managing migration also implies managing how migrants are perceived in soci- ety. Accurately informing relevant stakeholders and the wider public about migration may be the single most important policy tool in all societies faced with increasing diversity.

(IOM. 2011)
The art+sociology intervention MEDITERRANEO acts in its intervention of mind/heart per- spectives….
Meredith Brice, curator Migration as Art Museum Conzano, Province of Alessandria, Italy December 8, 2022


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Traduzione automatica.

NUBI TEMPESTASI alla deriva tra UN MARE DI SPERANZA.
Siamo una grande nuvola di testimoni della crisi dei rifugiati che si sta sviluppando nel XXI secolo. Arte + Sociologia MEDITERRANEO parla dell’ecologia locale; dei tentativi di attraversamento del Mar Mediterraneo e delle sue conseguenze rischiose e potenzialmente fatali. I rifugiati/non migranti che si imbarcano su uno specchio d’acqua rendono l’acqua più che caotica da una prospettiva simbolica.
Non limitato al Mar Mediterraneo, il più ampio contesto globale degli spostamenti umani testimoniato attraverso la nuvola, mentre i media trasportano alla vista e al cuore filmati grezzi, la realtà osservata attraverso il virtuale ci rende tutti partecipi. Osservatori degli sfortunati, umanità intrappolata nelle reti di possibilità potenzialmente impossibili.
Un atto/visione creativa, per sua stessa natura, apre uno spazio soglia, un portale potenzialmente interrogativo, generativo, caotico e trasformativo. Un’opportunità per creare qualcosa di nuovo. Gli artisti dell’intervento di arte e sociologia di Patrizia Bonardi raccontano la nostra “società a rischio”, confrontano la realtà, riflettono e pongono domande cruciali incentrate sull’uomo, mentre mettono in luce il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia (la politica sulle relazioni con i rifugiati recentemente rinnovata per altri tre anni). Sebbene gli sforzi umanitari per l’arrivo dei rifugiati sulle coste italiane e l’assistenza ai soccorsi in mare e ai migranti continuino, permane la minaccia per coloro che vengono rimpatriati in terre d’origine turbolente di essere potenzialmente esposti a pericoli e torture.
Quasi un decennio fa, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz osservò che la politica migratoria europea “ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero”, riferendosi al numero di rifugiati annegati nella regione come conseguenza diretta di tali politiche. All’epoca, un essere umano pesante registrò 18.000 morti in mare.

Come passanti, spettatori in transito, questa consapevolezza ci mette tutti sulla barca. “MareSky 2022” di Patrizia Bonardi apre uno spazio di riflessione sulle morti per annegamento dei rifugiati, “un cimitero” che è diventato il Mar Mediterraneo. In quest’epoca di turbolenza, l’installazione solleva una questione di soglia, un invito all’azione che mobilita. Un “disegno” tridimensionale in aria, con base interrata, emette linee fluide che si innalzano verso il cielo. La traccia delle onde, il suono delle onde, la fluidità, le energie che salgono; movimenti incrementali verso l’alto e verso l’esterno, verso le nuvole. In questo spazio di riflessione, l’arte riflette la vita e la morte, ma anche il respiro, una conversazione tra liberazione e intrappolamento mortale, e spazi di possibilità intermedi. La dualità e il simbolismo che emanano dallo spirito della forma, dalla sua base mortale di un monitor televisivo color carbone che emette nuvole di contenuti, offrono una colonna sonora e una critica alle piattaforme mediatiche del XX e XXI secolo, rendendoci tutti destinatari, testimoni, osservatori, partecipanti attivi al cambiamento, o meno. Per contrastare le percezioni malsane e insostenibili riguardanti la migrazione, la rappresentazione errata e la disinformazione da parte di governi, mass media e pubblico, andando al cuore della questione, il potere dell’arte agisce come una livella in quanto rappresenta aspetti soggettivi e simbolici dell’esperienza personale e fenomenologica, questa forza riconosciuta nel rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni da Roderrigez e successivamente in Meskimmon e Eskimoan; Le istituzioni [artistiche] contrastano il “malsano ciclo di disinformazione da parte di governo, mass media e pubblico” (rapporto IOM) consentendo ai profondi aspetti soggettivi e simbolici della mobilità di assumere una forma di autenticità (Roderrigez 2007.2), promuovendo una forma di saggezza nel dibattito, un’esperienza personale o fenomenologica che penetra più a fondo nella psiche umana. Eskimoan sostiene che l’arte “è una forma molto reale di coinvolgimento con/nel mondo, piuttosto che una fuga da esso o, peggio ancora, un elemento decorativo aggiuntivo, emarginabile a piacimento da coloro che cercano di negarne la forza” (Meskimmon. 2011:92).
L’opera di Anna Crescenzi
rende concrete le conseguenze della guerra e del conflitto, mentre i bombardamenti distruggono le terre d’origine, causa della fuga dei rifugiati. Una punta di freccia di “lacrime” rosso sangue levitanti si libra a macchiare i ricordi della patria, come lacrime come gocce in un oceano di dolore e conflitto.
L’oceano come luogo di gusci vuoti di edifici bombardati
nascita e rinascita, elemento primordiale, simbolo amniotico. Il mare con
i suoi arrivi e partenze, alcune traversate sono diventate un viaggio improbabile.
Tuttavia, in “Tsunami” di Elena Bellatoni, un fotogramma video su carta documenta un’opera performativa girata al largo della costa siciliana nel 2016. L’immagine malinconica raffigura una donna con una bicicletta a due ruote che tenta di attraversare le onde, un mezzo di trasporto impossibile per una traversata marittima. Questa espressione dell’esperienza migratoria raffigura la frustrazione di un desiderio
di partire, tornare, attraversare, fondere due sponde, due vite, scambiare popoli, un desiderio di una nuova vita come una circolarità senza soluzione di continuità tra il vecchio e il nuovo, la nascita di un nuovo linguaggio di arrivo e partenza senza accesso limitato.
L’opera di Sarah Bowyer “Solidification” ancora l’osservatore a testimoniare il flusso e il dilavamento della marea che non cancella, ma piuttosto rivela linee metaforiche nelle sabbie del tempo. Narrazioni sedimentate costruiscono l’accumulo di storie umane di migrazioni umane, il tributo umano. Ironicamente, da tempo immemorabile le acque ora contese del Mar Mediterraneo, così intrinsecamente intrecciate con cultura e storia, hanno costruito arricchimenti, costruito capitali sociali e culturali, fecondato e fatto prosperare lo spirito umano. Lo spettro di blu del Mar Mediterraneo unisce le opere di MEDITERRANEO insieme alla tensione dei contrasti; passaggi oscuri che ritraggono profondità chiaroscurali. Pittoricamente, queste tonalità di blu catturate in Solidification costruiscono un Mar Mediterraneo stratificato e storico. Il flusso della marea descrive reti, enclavi, capitale sociale negato, il tributo umano costruisce una geologia sottomarina metaforica, strati sedimentari stratificati mentre tragiche storie umane incorporano una narrazione, fissata nel “cemento”.
In “Mare Nostrum” di Paolo Vivian, il linguaggio espressivo dell’acqua, le sue proprietà curative, le profondità primordiali e le qualità vivificanti sono rappresentati come un piano di riferimento illuminante. Modulazioni transitorie di vibranti tonalità blu mare separano ed estraggono la luce dall’oscurità. Queste cornici illuminate rispecchiano spazi di riflessione sulla condizione umana, aprono finestre all’ottimismo e alla speranza. Fondamentalmente affermando la vita, pur riconoscendo i parametri imposti e limitanti all’interno della cornice, come spiega l’artista, l’intenzione era quella di esprimere la speranza, essere un riferimento metaforico per mantenerla viva. L’opera è “dedicata alla speranza”.
Al contrario, l’installazione multimediale di La Chigi “In sea we trust” affronta una realtà cruda e insidiosa sulla potenziale capacità di uno specchio d’acqua di estinguere la vita. L’installazione disegna un mare tumultuoso con un filo, una potenziale rete intrappolante. L’illusione seducente di speranza per una nuova vita, che si prova imbarcandosi nell’oceano blu, spesso si infrange. Lo spettatore è allertato da un dilemma morale, una dualità, orientata da uno sguardo fisico verso l’alto, che lo pone in una posizione tale da consentirgli di sperimentare l’opera sottostante, dove fragili “imbarcazioni” [lattine vuote di cibo per pesci] contenenti passeggeri umani appaiono disorientate, alla deriva senza meta. Un mare affamato e una catena alimentare potenzialmente reclamano i perduti. Le dualità nell’opera la dicono lunga sulla trappola di prendere le distanze da chi è a rischio, come una potenziale morte sociale e morale (trappola)alla crisi dei rifugiati e al trauma per la società globalecollettiva.
Richiamando una scommessa sulla vita, un approccio che rischia tutto, misurato contro i pericoli di un naufragio fatale, le traversate dei rifugiati scommettono sulla possibilità di approdare sani e salvi a terra o in altro modo. Michelangelo Jr. Gandini ritrae l’oscurità di questo pericoloso viaggio fisico ed emotivo in
‘Lost and Confused 2022’. Immagina una nuova mappa di attraversamenti immaginari dove nuove
rotte e correnti marine navigano verso porti sicuri e una nuova vita in una terra senza intrappolamenti in un mondo alieno o in un sistema mostruoso, un luogo di rifugio dove, come spera l’artista,
“si può sopravvivere, sopravvivere ancora una volta”.
Opponendosi alla mostruosa politica sui rifugiati, causa ed effetto, che sospende i diritti umanitari e abbandona le vittime a un “nessun luogo”, Paola Zorzi apre la strada a un luogo metaforico e fluido, soglia di movimento tra stati di processi migratori, detenzione e destinazione, in “Sospensione e abbandono 2022”. L’installazione multimediale raffigura una relazione causa-effetto emotiva e simbolica, mentre nastri verticali o “barre” di nastro nero si sospendono e si animano mentre si sollevano, cadono, tornano indietro e fluttuano contro
le brezze generate tra due ventilatori elettrici.
Un senso di disorientamento nel tempo e nello spazio è sperimentato nell’opera video “Drifting to Utopia” https://www.youtube.com/watch?v=Yq-VjzSb_-8 di Stephen Copland. Come nuvole di testimoni di flussi di dati che scorrono alla deriva davanti ai nostri occhi nella connettività virtuale del XXI secolo, il soggetto umano è esposto alle esperienze di turbolenza dell’esperienza migratoria. La cacofonia dei dati ha il potenziale di soffocare e desensibilizzare gli spazi reali, con conseguenze reali in termini di violazioni dei diritti umani. L’artista ritrae il lato negativo della rappresentazione dell’universo digitale come ombre e nuvole nelle mani sbagliate, che travisano la realtà per coloro che cercano asilo. Il famoso dipinto storico del diciannovesimo secolo di Theodore Géricault, La zattera della Medusa, è metaforico di una zattera precaria su cui, in realtà, è a bordo tutta l’umanità. La metafora di un ghepardo in corsa, l’animale più veloce del mondo, rappresenta il battito cardiaco del nostro tempo: la caccia e la preda. L’opera si identifica con il saggio del filosofo francese Michel Foucault del 1967 “Des espaces Autres” (Uno spazio altro), poiché sostiene che non possiamo ignorare l’intersezione fatale con il tempo e lo spazio (Foucault 1986:22) e che viviamo nell’epoca dello spazio, della simultaneità e della giustapposizione, del vicino e del lontano, dell’affiancamento e della dispersione. Foucault discute le utopie come luoghi senza luogo, senza casa e senza relazione con la società, e come luoghi senza realtà. Al contrario, le eterotopie sono luoghi reali che si trovano all’interno delle culture e il luogo tra queste è come uno specchio.
Il soggetto umano è ritratto come uno stato di emergenza, in un limbo e nell’abbandono, costretto entro confini imposti da una società a rischio; Politiche governative disumane, percezioni pubbliche negative, circostanze sfortunate sono incarnate nell’installazione di Roberta Toscano, disimballate, imballate ordinatamente in una valigia contenente effetti personali immacolati e uno smartphone obsoleto. La futilità della speranza rimandata al contatto umano e all’assistenza in una crisi. Nel 1969 gli Hollies pubblicarono “He ‘aint heavy he’s my brother”, e quest’opera sfida l’imperativo vitale. semplici spettatori.
Ponendo l’essere umano al centro, l’opera sperimentale “De humanitate focus” di Daniela Monica occupa uno spazio di energia transitoria e in transizione, mentre cerchi vengono disegnati e ridisegnati attorno a una figura umana. Concetti alla base di questa serie di opere su legno, che utilizzano elementi cromatici e grafici per ritrarre un senso di messa a fuoco, di sguardo attraverso, come quando si guarda attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, la cancellazione e la reintegrazione di contorni continui avvolgono la forma umana in un suono o in un canto che risuona di luce per sostenere lo spirito umano. Vestire l’essere umano in questo modo crea uno spazio circondato da colore, luce e dignità, uno spazio definitorio sacro per il fiorire della condizione umana e, nelle parole dell’artista, raffigura “pensieri momentanei di libertà, affetto, considerazione e
amore”.
Qui MEDITERRANEO ha riunito testimoni artistici all’interno di testi visivi che pongono una serie di interrogativi di soglia per il nostro tempo e luogo nell’era delle migrazioni del XXI secolo. Le poesie visive parlano di elementi di speranza e tragedia, narrano l’inascoltato, il negato, l’emarginato, l’escluso, onorano chi si assume rischi, le sue lotte, liberano, ancorano la speranza a guardare dove la nostra attenzione dovrebbe fondamentalmente “vedere” le vite invischiate nelle narrazioni migratorie forzate; vite reali e conseguenze reali.
Il rapporto sulle migrazioni mondiali (2011) pubblicato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni si è concentrato sulla percezione pubblica della migrazione. Ha esaminato come la politica sia plasmata dalle percezioni che influenzano l’opinione pubblica. Viene analizzato anche il ruolo dei media in questo contesto. Pochi ambiti delle politiche pubbliche sono soggetti a una rappresentazione più distorta nel discorso pubblico e politico, eppure più influenzati dall’opinione pubblica, della migrazione internazionale. Nonostante la rivoluzione della comunicazione, molti rimangono scarsamente informati sulla portata, la portata e il contesto socio-economico della migrazione. Comunicare efficacemente sulla migrazione è fondamentale, poiché gestire la migrazione implica anche gestire il modo in cui i migranti sono percepiti nella società. Informare accuratamente gli stakeholder e il pubblico in generale sulla migrazione può essere lo strumento politico più importante in tutte le società che si trovano ad affrontare una crescente diversità. (IOM, 2011)
L’intervento di arte e sociologia MEDITERRANEO agisce nel suo intervento di prospettive mente/cuore…
Meredith Brice, curatrice del Museo Migrazione come Arte, Conzano, Provincia di Alessandria, Italia, 8 dicembre 2022

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Zainab non sa nuotare
di Laura CAMPANELLA e Alessandra SPAGNUOLO

“Zainab viene dalla Guinea, è donna, è madre. Ha 30 anni. 

Si è trovava su una barca di legno sovraffollata, insieme ad altri 56 sopravvissuti, tra cui la figlia di 7 anni e il figlio di 2.  

…la ricerca di un futuro migliore lungo le rotte delle migrazioni ormai stava trasformandosi in una trappola fatale, avevano trascorso giorni in mare prima di essere trovati…”

Detenzione arbitraria, tortura, stupro, violenza sessuale, lavoro forzato e uccisioni illegali, erano stati gli elementi di quell’energia cieca e propulsiva verso la bramata salvezza. Il rischio diventa speranza e si tinge di tonalità sgargianti … e si va …ma spesso l’orizzonte ha il colore del nulla e con un denso sapore di sangue. 

Ciò che accomunava tutti in quella barca è il RISCHIO, affrontato per il desiderio di vivere in sicurezza e dignità.

Mentre da una parte c’è chi si spinge oltre, chi è “protagonista” della propria storia, della propria vita, in continua ricerca di una condizione migliore, dall’altra si registra la presenza massiccia di “spettatori” inermi. 

Nell’indifferenza generale, la comunicazione di massa diviene premessa di una degenerazione culturale e uno strumento atto a controllare e ad omologare gli utenti. 

Nell’opera MareCielo di Patrizia Bonardi, il guscio di una tv esanime, fenduto da raggi di cielo e onde del mare esprime un messaggio di speranza. 

Nella notte buia del Mediterraneo, il movimento naturale del mare insieme al vento, continuano a guidare da millenni l’Uomo nel viaggio verso l’ignoto. Parla di un viaggio l’artista Patrizia Bonardi, di mare, abissi silenziosi e derive assolate, fughe e approdi, disperazione e speranza. Rigenerazione. Equilibri in perenne movimento. Vite in bilico, provvisorie, precarie, che si spingono verso il superamento di un limite attraverso tenui blu che separano due sponde, la vita e la morte, la morte e la vita. 

La Forza creatrice e al contempo distruttiva della Natura ci inabissa oppure ci spinge a riva, verso la salvezza.

Ha ragione Beck quando ci dice che possiamo anticipare pericoli e superare paure solo se comprendiamo che il rischio è al centro della vita di ognuno di noi. Il rischio è divenuto l’orizzonte globale dentro cui ci muoviamo e ci orientiamo. Tutti siamo esposti al rischio, perché tutti viviamo nella società del rischio. 

Prenderne atto non è solo un gesto di responsabilità, ma comporta un vantaggio strategico: la capacità di anticipare un rischio consente di non trasformare le emergenze in panico e le paure in sconfitte, offrire a tutti la possibilità di produrre cambiamenti significativi, innescando energie nuove per capire il mondo e fare il salto successivo … comprendere che l’unico modo per vivere è riconoscere la diversità delle identità e saper convivere tra universalismo e particolarismo. 

Come per Kant anche secondo Beck l’umanità dovrebbe aprirsi ad una visione cosmopolita, con la conseguente formazione di una federazione di Stati, uniti da una forza comune, per raggiungere interessi comuni, secondo la legge del valore comune.

Individui impegnati nella pace, che cooperano e si oppongono alle ingiustizie, alle guerre, al militarismo e ad ogni forma di violenza per un mondo dove differenza non significa ineguaglianza, oppressione o esclusione. Insieme è possibile educare, informare e influenzare l’opinione pubblica. 

Paolo Vivian con la sua opera MARE NOSTRUM propone diversi scenari possibili tramite l’integrazione delle nuove tecnologie applicate alla fruizione dell’arte. L’esperienza dell’osservatore si arricchisce attraverso la fruizione di materiale audio e visual che dà vita ad un interessante visual storytelling che coinvolge il pubblico con il maggior numero di sensi possibile. E’ così che le macchie di colore ricordano i segni delle ferite che ogni giorno si rinnovano, ma anche la metafora di una speranza che non cessa di essere coltivata. 

I suoni celebrano uomini in viaggio, consumati dalla potenza del mare, corrosi dalla furia dell’acqua e dal sole, dalla brutalità umana sottolineando l’emblematica manifestazione della natura fragile e impermanente degli uomini e delle cose. Un gioco di pause, suoni e rumori sapientemente mescolati per evocare il viaggio reale o metaforico, con un senso altamente drammatico della contemporaneità.

Pertanto, assunto che l’arte parla, la sua produzione, ha il compito che va oltre l’ambito artistico e si estende nell’ambito sociale laddove conduce una propaganda per conto di alcune tra le più importanti e profonde emozioni umane. L’arte è una forza che sostiene il lato migliore della natura umana, rafforzandolo e mettendolo in evidenza.

Il contesto umano in cui viviamo ha eroso i fattori dell’esperienza elementare: uno innanzitutto, cioè l’apertura originale del cuore e la percezione della realtà come positiva, come carica di promessa per la propria vita.

Seguendo questo passo, l’artista deve agire come una sorta di “faro sociale”, dando luce agli aspetti più critici e controversi del contesto temporale in cui viviamo, cercando di far riflettere in senso attivo l’osservatore. E lo deve fare senza rinunciare alla propria esigenza esistenziale, ossia quella di entrare negli animi delle persone e instaurare in essi i più profondi e tangibili sentimenti, decantando gli ideali estetici del Bello artistico, perché l’arte deve essere la massima espressione della nostra civiltà. D’altronde è dalla condivisione che nasce l’accoglienza che è l’unica modalità perché un rapporto possa considerarsi umanamente degno e una persona possa sentirsi tale, infatti solo il rapporto con l’universo di tutto ciò che è profondamente diverso da noi può renderci persone in rapporto con l’infinito.

BIBLIOGRAFIA  

SOS Mediterranee – Testimonianza del 13/10/2022.

Ulrich Beck  – La società del rischio.

Ulrich Beck – Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria.

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Per Maremoto e Solidification
Di STEFANIA TOMAINO

L’organizzazione intergovernativa nel campo della migrazione (IOM) definisce la parola migrante come un termine generico che riflette la comune interpretazione di una persona che si allontana dal proprio luogo di residenza abituale, all’interno di un paese o attraverso un confine internazionale, temporaneamente o permanentemente, e per una serie di motivi. È un fenomeno sociale che è sempre esistito e ha registrato aumenti e diminuzioni in base ai contesti e ai periodi storici. Pertanto, è un fenomeno sociale che si riferisce al trasferimento di persone per diversi motivi: studio, lavoro, crisi globali e molti altri.

Nell’osservare la storia e nello specifico le civiltà, esse hanno sempre effettuato degli spostamenti spinti da varie motivazioni. I luoghi che oggi vengono considerati come Paesi riceventi in realtà sono e sono stati luoghi dai grandi esodi.

L’opera presentata da Elena Bellantoni – Maremoto 2016 illustra un viaggio avvenuto durante le prime luci dell’alba. Una donna cerca di cavalcare le onde del mare in sella ad una bicicletta. Durante il suo tragitto viene trascinata via dalla forza dell’acqua e si immerge fino a scomparire. Dallo stesso punto emerge un uomo di colore che ripercorre a ritroso il percorso per approdare finalmente alla spiaggia e proseguire il suo viaggio in bicicletta. Quindi, è la storia di un nuovo progetto di vita nascente svolto su un mezzo improbabile e incerto. Il racconto di una rinascita in acque già attraversate. La migrazione, così come viene raccontata anche dall’opera, non è un fenomeno nuovo e, a volte, avviene con mezzi di fortuna.

Negli ultimi anni i paesi europei hanno vissuto una transizione migratoria che li ha visti trasformarsi in paesi di transito o di arrivo per i migranti provenienti dalla stessa Europa e oltre. Questo è il caso anche dell’Italia. Dal secondo dopoguerra il tema della mobilità, difatti, ha iniziato ad acquisire rilevanza e attenzione. 

Le parole e le sfumature utilizzate per indicare un preciso gruppo di persone, nel tempo, hanno iniziato a caricarsi di importanza, inclusioni e limitazioni. La percezione, inoltre, del fenomeno migratorio da parte degli italiani e delle istituzioni muta nel corso del tempo e delinea coloro che varcano il confine. Il fenomeno, infatti, subisce con il tempo un cambio di prospettiva. Da popolazione che decide di spostarsi per migliorare la qualità della propria vita a popolazione del luogo che accoglie l’altro. 

La gestione normativa italiana del flusso migratorio permette di osservare gli iniziali tentativi effettuati per monitorare l’arrivo inaspettato di migranti in Italia e il successivo susseguirsi di fasi organizzative volte alla risoluzione e al controllo dettate dalla strategia politica. La normativa italiana riguardo l’organizzazione e l’accoglienza si è rivelata, ad oggi, impreparata e scarna ma, nonostante ciò, è alla base della gestione del processo migratorio. Le difficoltà di coloro che attraversano i confini, la burocrazia e l’organizzazione attuale sono legate alle regole ma anche alle definizioni. 

La radice, infatti, della individuazione dell’altro è stata fissata molti anni fa e ad attribuirne le caratteristiche è stato, tra gli altri, il termine cittadinanza. Questo termine, nello specifico, traghetta nel tempo, dal senso di comunità di individui liberi ed eguali, fino a diventare uno specifico gruppo con comunanza di precisi valori storico-culturali da cui discendono diritti e doveri. In egual destino i termini nazione e confine che hanno introdotto e delineato ciò che è al di fuori di quella costruzione, cioè costituiscono, per esclusione, la definizione di straniero. L’altro, infatti, è colui che è estraneo ai confini immaginari e reali creati attraverso la definizione e la normativa. La terminologia, così come la normativa, può essere considerata significativa perché incasella caratteristiche che includono o escludono coloro che non le posseggono.

La struttura dei confini, infatti, ribadisce il concetto di una sorta di solidarietà con condizioni che in base a determinate dinamiche permette il dentro e il fuori. Il concetto di cittadinanza e nazione fa riferimento ad una costruzione geopolitica che tende a far coincidere le frontiere politiche con quelle culturali, enfatizzando l’appartenenza come monodimensionale. Il concetto stesso di confine, in maniera lapalissiana, è una contraddizione all’idea di globale.

Il migrante, in aggiunta, affronta l’attraversamento dei confini che lo incasella e spesso lo emargina. La linea oltrepassata lo imprigiona in stereotipi. I residenti, infatti, vedono con occhi sicuri gli stessi residenti mentre lo straniero fatto anch’egli di carne e ossa è una minaccia. All’interno di un luogo si creano identità collettive e individui fratturati, esiste un noi e un loro. L’incontro di due culture diverse, può far nascere comportamenti di razzismo violenti; oppure si pratica l’indifferenza, facendo sentire gli immigrati come presenza di disturbo. Il migrante, pertanto, affronta l’attraversamento dei confini che lo incasella e spesso lo emargina. Il razzizato si sente, perciò, vittima o più precisamente sbagliato e in questa dinamica viene comunque evidenziata l’identità diversa dello stesso e dominante dell’altro. In una nazione, spesso, non viene considerato il potenziale impatto che possono avere, invece, nella costruzione di una società interculturale e multiculturale.

I confini, dunque, ci permettono di affacciarci su due prospettive diverse: la libertà e il limite. Nell’esperienza migratoria passare un confine non è semplice spostamento e mette in campo un’immersione in costruzioni legislative, tradizionali e mentali. Queste linee, quindi, diventano come un problema da porsi in maniera inevitabile. 

L’opera di Sarah Bowyer – Solidification 2022 – rappresenta la battaglia su suolo liquido. Il mare che si interpone ed è al centro tra speranza, voglia di lottare per i propri diritti e il nuovo progetto di vita.

L’attraversamento di un confine include una battaglia interiore e anche esterna. Coloro che affrontano il mare e i pericoli per arrivare sul suolo italiano affrontano, tra le tante battaglie, quelle definite dalle regole. 

Coloro che giungono alle frontiere via mare costituiscono una gestione difficile da controllare, soprattutto se si tratta di tutela dei diritti umani. Innumerevoli sono le testimonianze e i report che denunciano violazioni sistematiche dei diritti fondamentali della persona.

La migrazione essendo un fenomeno dinamico e variegato porta con sé varie prospettive che frequentemente non rendono la complessità. 

Le bellissime opere che ho citato riflettono sugli interrogativi più profondi e più attuali posti dalle migrazioni, come il perenne scontro tra la libertà di migrare e le frontiere degli Stati; la necessità di individuare un bilanciamento tra i diritti dei migranti in arrivo e le misure di controllo delle frontiere. 

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Ponte e non barriera
di STEFANO TACCONE

Da qualche tempo Patrizia Bonardi va declinando, attraverso la sua attività curatoriale, il concetto de La società del rischio, ispirandosi ad un saggio del sociologo tedesco Ulrich Beck di ormai quasi quarant’anni fa (1986). Se la prima edizione poteva essere descritta – o almeno da me fu così percepita – come una clamorosa – ovviamente inconsapevole – previsione del disastro cui saremmo andati incontro pochi mesi dopo con l’inizio della pandemia, la seconda si svolse quando ancora non si era usciti del tutto da essa, nel senso che vi erano ancora considerevoli restrizioni – del resto neanche oggi potremmo a rigore affermare di essere fuori dalla pandemia, tanto più considerando le notizie provenienti dalla Cina mentre scrivo -, ma il peggio sembrava passato. Ci si cominciava così seriamente a domandare se davvero questo “cigno nero” aveva reso tutti migliori – come una certa retorica prometteva -, cosa avevamo imparato dalla lezione che ci aveva impartito etc. La mia posizione, espressa nello scritto di allora, era in sintesi molto negativa, giacché era chiaro – ma su questo non mi ero fatto mai particolari illusioni, anzi… – che tutto il “vecchio mondo” era in procinto di ripartire come se nulla fosse accaduto. Non si vedeva l’ora di tornare a consumare, inquinare, correre, produrre come fine etc. Tanto ormai la pellicola green copriva ogni scempio. Persino la mafia oggi è green: non era persino Matteo Messina Denaro largamente coinvolto in affari legati alle pale eoliche?

In questa occasione invece Patrizia sceglie di ragionare di rischio in rapporto a questioni che – chissà perché – ritornano costantemente di attualità ogni volta che il governo del paese è egemonizzato da formazioni di destra, benché non faccia – d’altra parte – che riprendere un filone ampiamente presente nella sua ricerca artistica. Del resto, parlare del mare non è solo richiamarsi alla stretta attualità, bensì evocare tutto il suo immaginario di paure e speranze, tragedie e scoperte, incontri e scontri, e tanto più se si tratta del Mediterraneo, che non è solo il mare al centro di tutte le vicende e i dibattiti sulle migrazioni dall’Africa all’Europa, ma è anche un topos, forse fin troppo ricco di storia per scriverne senza provare un po’ di timore reverenziale, senza bloccarsi davanti alla infausta sensazione di proporre indegne semplificazioni. Non di meno, la centralità del Mediterraneo è da tempo un mito più ancora della centralità dell’Europa, cui infatti non crede più nessuno. L’autentico declino della nostra penisola, su di un piano politico e culturale, non iniziò forse mezzo millennio fa, e quanto contò la mancanza di sbocchi sull’Atlantico, che permetteva una comunicazione più facile con le Americhe? Probabilmente molto.  

Elemento di ulteriore riflessione costituisce poi il fatto che il BACS si trovi a Leffe, ovvero in un ambiente tipicamente valligiano, con tutta la mitologia che anch’esso si porta dietro. Essa vorrebbe, ad esempio, gli abitanti delle valli tipicamente chiusi di mentalità, in quanto abituati all’isolamento, e quindi agli antipodi di quelli delle città costiere, avvezzi agli incontri con l’umanità più disparata, respiratori intensivi di iodio e perciò caldi, accoglienti, inclini a non considerare colui che viene da lontano con ostilità, ma capaci di riconoscere in lui un fratello. Ci sarà anche qualcosa di vero, ma proprio la personalità di Patrizia Bonardi, “valligiana mediterranea”, sembra rappresentare la maggiore smentita per tale assunto. La nostalgia per un mare che non possiede nella sua quotidianità l’ha condotta ultimamente a concepire una mostra come quella in oggetto, ma l’ha anche portata, meno di un anno fa, a tenere una sua personale nell’isola di Procida, concepita però non solo a partire dall’analisi del contesto in andava ad operare, ma strutturata in maniera tale da ricondurre tale contesto a quello di provenienza.

Forte di tale bagaglio esperienziale, ma anche politico-morale – quello di chi sulla questione dei migranti ha idee non rigide eppure ben precise, lontane anni luce dal “prima gli italiani” ed altre amenità, senza negare il versante tragico che la migrazione sempre e comunque possiede –, Patrizia lancia, dunque, una sollecitazione che gli artisti raccolgono sfoggiando vari strumenti e sensibilità, ma sempre e comunque più o meno implicitamente fedeli al principio che il Mediterraneo, parafrasando una canzone degli Assalti Frontali di oltre un decennio fa, deve essere «un ponte (e) non una barriera esemplare».

Alla confusa e risibile narrazione per cui coloro che sbarcano sulle coste europee – e italiane – tutto sommato non se la passano così male nei loro paesi di origine sembrano rispondere Anna Crescenzi, alludendo alle guerre cui peraltro non sono certo estranei i paesi occidentali, che fanno affari innanzi tutto attraverso la vendita indiscriminata di armi, o La Chigi, nella quale la fantasiosa ricostruzione del mondo alla Pino Pascali si volge in qualcosa di sinistramente caricaturale, rammentando quanto poco confortevole possa essere andare per mari aperti, lasciandosi alle spalle ogni certezza perché forse non si ha troppo da guadagnare ma ancor meno da perdere. Nel segno di una radicale astrazione delle dinamiche migratorie si muove invece Paola Zorzi con una proposta che pare risalire fino alle poetiche processuali, anti-form dell’arte statunitense degli anni Sessanta, pur operando uno slittamento di significato. Tale tentativo di partire più da lontano – o di arrivare più lontano – rispetto al dato di cronaca, pronunciando discorsi che interrogano prima ancora di rispondere, conducono allo spiazzamento e non alla soluzione, è in verità proprio – fatta salva l’enorme differenza data dal medium prescelto e dalla poetica stessa – anche di Michelangelo jr. Gandini. Un surplus di poesia è presente nella stessa Bonardi, ove la piacevolezza delle curve disegnate dalle sue onde-fulmini trova una sorta di bilanciamento nell’involucro arrugginito di un televisore che è ben lungi dal contenerle. Per un certo quid di enigmaticità opta anche Daniela Monica, le cui allusioni ai problemi della società afghana non sono oniriche, eppure trasmesse con un linguaggio che possiede un coefficiente di surreale nella incongruità della giustapposizione. Elementi di ulteriore visionarietà si notano in un’altra artista che sceglie la pittura, Sarah Bowyer, nella quale l’illusiva bicromia del mare si fa troppo rigida scansione, figura delle carceri (libiche) ove coloro che tentano la fuga via mare rischiano in ogni momento di essere respinti. Il video è invece il medium privilegiato da Elena Bellantoni, in cui la trasmutazione da barriera a ponte trova una solenne, compassata rappresentazione; da Paolo Vivian, che dell’esperienza della migrazione pare voler suggerire il sublime terrore dell’immensa distesa d’acqua da attraversare, e di Stephen Copland, il cui racconto del migrare è esplicato attraverso una pletora di immagini – non senza riferimenti alla storia dell’arte del passato – che permangono per pochi istanti, puntando evidentemente a sollecitazioni subliminali. Ad una sorta di classico risale infine Roberta Toscano, con tutto il valore evocativo che può possedere una valigia, ma anche con l’emblematico parallelismo – per molti ancora oggi non troppo comodo – con quei migranti di un tempo tutt’altro che remoto che furono gli italiani stessi.

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Anime in mare
di Veronica Polese

L’umanità porta su di sé le cicatrici dei conflitti e delle guerre intrapresi dai popoli che hanno soggiogato, o tentato di farlo, altre popolazioni, autolegittimandosi attraverso una presunta superiorità o attraverso un presunto diritto, a volte di origine trascendentale, nel nome della gloria di divinità evidentemente bellicose. Lo sguardo dei conquistatori ha sempre guardato all’alterità con sufficienza e paternalismo quando si è trattato del “buon selvaggio” e con diffidenza e sospetto quando si è trattato dello “straniero”, proiettando sull’ “altro” discrasie culturali, che caratterizzavano invece le stesse culture dominanti.  

Secondo la definizione data dal sociologo Luciano Gallino nel Dizionario di sociologia da lui curato, il concetto di società fa rifermento a: “popolazione, collettività insediata (ma in qualche caso nomade) su un territorio delimitato da cui è escluso di forza e/o di diritto, l’insediamento e il transito in massa di altre popolazioni, i cui componenti reclutati in maggioranza al suo interno tramite la riproduzione sessuale condividono da tempo una medesima cultura, sono coscienti della loro identità e continuità collettiva, ed hanno tra loro distinti rapporti economici e politici”. 

Appare chiaro, dunque, come il “territorio” sia un elemento che determina l’inclusione o l’esclusione degli individui da uno spazio rilevante e definito socialmente. In epoca moderna la valenza politica del territorio si è rafforzata, facendo coincidere spesso la società con la nazione-stato. Ecco perché i popoli, nel passato, e le società, attualmente, appartengono al suolo che occupano e il suolo è proprietà delle stesse; gli italiani, ad esempio, sono gli aventi diritto al territorio italiano, gli europei al territorio europeo e così via. L’ordine è un tema principale per una società; il timore che questo si dissolva, e con esso la società stessa, spinge i suoi componenti ad essere riluttanti verso i cambiamenti e verso chi proviene dall’ “altrove”, vale a dire quella parte di mondo che non è compreso nel territorio della propria appartenenza. Questo pone al centro un’altra questione: il potere. Esistono gruppi umani che tentano il cambiamento e si ribellano ad un sistema sociale di appartenenza che non ritengono accettabile, e società che al contrario vogliono perpetrarsi ad oltranza. Dietro quello che potrebbe sembrare il cliché dello scontro tra progressismo e conservatorismo, si cela in realtà uno scontro tra umanità, quelle privilegiate e che godono dei diritti e quelle a cui è negato l’accesso anche solo ai diritti fondamentali. 

Persi e Confusi è l’opera di Michelangelo Gandini. Il titolo emblematico introduce già ad uno smarrimento che viene fuori da quello che si può interpretare come uno scontro tra cornici culturali, secondo l’uso e la descrizione che ne fa Marianella Sclavi. È possibile infatti guardare all’opera attraverso più prospettive, come esortazione a modificare approccio e orientamento nel considerare la questione delle migrazioni. La scelta dell’artista di ruotare la mappa di un’angolazione pari ad un angolo retto, rispetto alla visuale con la quale siamo abituati a guardare tale sintesi del mondo, appare come tentativo di spostare la cornice culturale di riferimento, di aggiungere alla visuale consueta di confini e territoriali, una visione degli spazi geopolitici antropomorfa, dai tratti inquietante. Un’opera multi-prospettica, in cui anche i linguaggi vengono moltiplicati e da quello standardizzato delle mappe geografiche emerge un codice comunicativo originato dall’artista, che prende il sopravvento e allo stesso tempo è compresente al codice convenzionale. Le forme che vengono fuori hanno bisogno di interpretazione e sembrano avere una funzione rivelatoria, desegretante. Quelli che si autodefiniscono “paesi accoglienti”, diventano osservatori opportunisti e selettivi di un’alterità che, seppur fragile, è “utilizzata” a proprio uso e consumo. Ma quanto del loro zampino c’è stato e ancora c’è nel determinare le condizioni da cui questa umanità migrante è costretta a fuggire? 

L’arte è certamente territorio di discussione riguardo la relazione con l’alterità, di traslazione del proprio punto di vista e, per questo, anche di profonda esplorazione del sé. Nella vita non ci sono strade certe da percorrere, gli eventi inaspettati sono dietro l’angolo, come i tempi in cui viviamo dimostrano appieno; non è possibile e nemmeno utile restare rigidi su posizioni che, al contrario, traballando, ci lasciano sprofondare nella paura, quella di cadere nel vuoto dell’ignoto, dell’inesplorato, dell’incerto. In un continuo susseguirsi di indeterminatezze, l’unica possibilità è la consapevolezza di procedere per tentativi e soprattutto per errori. 

Stephen Copland con Drifting to Utopia propone allo spettatore la narrazione di un viaggio metafora di ogni singola traversata migratoria. Le immagini, che si susseguono a ritmo irregolare e veloce, parlano di un errare di pezzi di storie, vite, elementi culturali scomposti, di frammenti di umanità che si incrociano, si scontrano, si ripetono istante dopo istante, compulsamene, tutti simili e tutti diversi. Quest’opera riesce a raccontare l’elemento umano continuamente manipolato, condizionato, perseguitato dal caos della casualità, un caos che toglie quasi il respiro, a furia di inseguirlo. Allora ci si aggrappa a qualunque cosa, anche alla speranza che, come una zattera, altro non è altro che un mezzo di fortuna. L’omaggio e la citazione all’opera di Théodore Géricault “La zattera di Medusa” chiarisce il riferimento dell’artista al dramma del naufragio dei barconi che pullulano di identità, di diversità, di vite. Come nel 1816, l’equipaggio del Meduse, circa 400 persone, fu vittima della scelleratezza di scelte affaristiche, a danno della propria vita così, oggi, migliaia di persone vengono travolte dalla speculazione, dalla sopraffazione, dall’indifferenza e dalla retorica di scelte dettate da una politica inadeguata e calcolatrice. 

Zygmunt Bauman ha scritto che la saggezza non invecchia, riferendosi al detto “se vuoi la pace, cura la giustizia”. Questo perché secondo il noto sociologo l’assenza di giustizia “sta sbarrando la strada alla pace oggi come duemila anni fa” ma oggi la “giustizia” è una questione planetaria, per questo le considerazioni a riguardo si sono trasformate da locali a universali. Questo secondo Bauman accade per due motivi: il primo è che l’informazione globalizzata ha cancellato il “fuori” intellettuale e le ingiustizie di luoghi remoti entrano nella vita quotidiana di ognuno, anche in modo invasivo e particolareggiato; il secondo motivo è che in un mondo in cui merce e denaro circolano liberamente, ogni sviluppo ha ricadute su come le persone vivono e concepiscono la vita. Il benessere di un luogo è strettamente collegato alla sofferenza di un altro luogo.

Elena La Chigi con la sua opera In sea wetrust colloca lo sguardo del visitatore in una posizione ben precisa: da un punto di osservazione che rappresenta un’enorme distanza e, come spiega l’artista stessa, si è costretti ad uno sforzo, il piegarsi, se ci si vuole avvicinare a questi minuscoli, indefiniti individui. È così che possiamo immaginare le società europee mentre osservano, con inaccettabile staticità, dalla propria posizione privilegiata, migliaia di persone annaspare, tra indicibili difficoltà, nel tentativo di raggiungere un futuro migliore.  

La Chigi ha realizzato “un’isola di mare”, intorno alla quale i visitatori possono girare, come baluardi dell’etnocentrismo della terraferma. E l’etnocentrismo diventa un fulcro d’osservazione deviata, tanto da circondare il mare da un’unica enorme terra, simbolo dei territori politicamente definiti, che rappresentano gli interessi dei pochi, giganti dell’iniquità, a discapito di tutti gli altri, identità quasi impercettibili, che navigano in imbarcazioni di fortuna o meglio di “sfortuna”, in scatole come prodotto dell’epoca dell’ipercapitalismo, in cui anche la vita delle persone non è altro che merce su cui speculare.

La potenza di questa opera risiede proprio nell’essere la sintesi dell’interpretazione culturale di un’epoca che si basa su una scala di estreme disuguaglianze; in cui la difformità di libertà si è polarizzata in modo tale da rendere alcune società giganti e le altre minuscole. L’uso sagace della forma umana, che attraverso le minuscole dimensioni arriva a perdere la sua umanità e la sua rilevanza, è una perfetta metafora di come gli europei percepiscano i “migranti del Mediterraneo”, “persone in scatoletta” che esprimono la doppia valenza di confezioni di umanità pronte all’uso dai paesi che “accolgono” e di bare dell’assenza di futuro, dai paesi che “respingono”. 

Ogni essere umano, per il semplice fatto di vivere insieme ad altri esseri umani, ha sviluppato idee e conoscenze sul mondo e sui rapporti sociali, realizzate attraverso un apprendimento di tipo culturale, del quale il primo sistema fautore è la famiglia in cui si cresce. La conoscenza personale che si forma durante lo sviluppo come individui socializzati è caratterizzata però da esperienze assolutamente personali, che originano la formazione anche di credenze e pregiudizi non corrispondenti alla realtà. L’esperienza personale è legata poi ad una dimensione temporale presente, alla quale ovviamente sfuggono le cause dei fenomeni sociali precedenti. 

In Mare Nostrum di Paolo Vivian l’attenzione è completamente rivolta ad un mare astratto e pure ben percepibile, che riempie il campo visivo, in quanto spazio totalizzante ed esperienziale, fisico e metafisico. Solo mare, è ciò che si vede da una barca alla deriva, o dai barconi affollati di disperazione e speranza al tempo stesso. Acqua e cielo, in uno spazio privo di punti di riferimento geografici ma anche interiori. L’artista propone un’opera aperta, lasciandola all’interpretazione all’osservatore che la percepirà secondo il proprio mondo interiore. Vivian ha creato in un unico mare, infiniti mari attraversabili infinite volte e mai uguali. Il disorientamento che ne deriva, durante la visione dell’opera, non è solo spazio-temporale ma è quello di un essere umano che finisce nel profondo di se stesso, completamente in balia delle conseguenze alle proprie scelte, effetti che non può e non riesce a tenere sotto controllo, che posso apparire spaventosamente instabili, mortali come un corpo inghiottito dalle onde di un mare in tempesta. Ci si deve ancorare dunque a quelle poche figure fugaci, ombre che si scorgono improvvisamente e che svaniscono altrettanto repentinamente, nell’attesa di tornare a rivederle; di tornare ad avere un punto di riferimento al quale aggrapparsi per galleggiare in queste acque che riempiono ogni vuoto; di riuscire a mettersi in salvo e, forse, trovare qualche risposta.

Comte e Durkheim, due tra i pensatori ritenuti fondatori della scienza sociale denominata dallo stesso Comte “sociologia”, hanno sempre insistito sul fatto che, affinché potesse essere ritenuta una scienza al pari di quelle scientifiche, la sociologia dovesse partire da una realtà sociale osservata con metodo scientifico. Quello che sostenevano Comte e Durkheim è tutt’altro che un aspetto banale della costruzione di una conoscenza sociologica. Spesso si pensa al sapere sociologico come il sapere dell’uomo della strada, un sapere del senso comune, basato cioè su leggi di interpretazione personale, assimilazione ed emotività piuttosto che su fatti sociali esplorati, esaminati e, solo in ultimo, resi generali attraverso l’individuazione della relazione causa– effetto. 

Ecco perché, secondo il Rapporto sulle migrazioni 2021 della Fondazione ISMU, il quadro è piuttosto diverso da quello che ci si aspetterebbe. Ad esempio, al 1° gennaio 2021 gli stranieri presenti in Italia sono in calo del -2,8% rispetto al dato del 2020. Il numero di irregolari resta invariato ma è determinato da ritardi nella valutazione delle domande della sanatoria del luglio 2020; questo significa che ci sono irregolari che hanno fatto richiesta di permesso di soggiorno e vivono in tale status, non per propria scelta. La comunità straniera più numerosa proviene da un paese dell’UE, la Romania, con il 20,8%, seguita dall’Albania (8,4%) e dal Marocco (8,3%). Il 2020 vede una flessione di -39,9% dei nuovi permessi di soggiorno rilasciati a cittadini non comunitari rispetto al 2019, il valore più basso degli ultimi dieci anni. Il tasso di occupazione degli stranieri è calato dal 61% del 2019 al 57,3% del 2020, mostrando una vulnerabilità in campo lavorativo causata dalla forte specializzazione, difficilmente ricollocabile in periodi di crisi. 

Marecielo di Patrizia Bonardi affronta la manipolazione dell’informazione dei mezzi di comunicazione di massa, finalizzate alla costruzione di una narrazione strumentale sui temi dei flussi migratori. La sua installazione immette nel campo visuale due elementi: un televisore, emblema della società occidentale contemporanea, e le sembianze selvagge della imponderabilità della natura e del mondo per la sua essenza. Un’ondata simbolica infatti, di cui non è possibile determinare l’origine, ma che si direziona dall’alto, si scaglia contro questo contenitore di realtà molteplici, attraversandolo, riempiendolo, quasi a trafiggerlo. La complessità della realtà, non riesce ad essere rinchiusa in uno spazio di confini artificiali, creati nel tentativo di arginarla, deformandola, lasciando fuori ciò che non conviene. Quella stessa ondata, spinge prepotentemente la realtà e i migranti fin sotto al naso e ai confini europei. Vivi o morti, il Mediterraneo non ci permette di ignorarli. Allo stesso modo, come l’artista suggerisce, il pensiero libero è quell’ondata che oltrepassa le credenze preconfezionate ed infiocchettate dai mass media, per irrompere nel quotidiano, frantumando pregiudizi e impalcature scenografiche. Ma il pensiero libero è ciò che spinge e sorregge anche tutte quelle persone che lavorano per portare in salvo i naufraghi dell’ingiustizia sociale, quelle che sostengono le azioni di salvataggio e quelle che prendono posizione e non si girano dall’altra parte. 

“I mari sono fatti soltanto dalle loro onde. E ogni onda del mare alla fine è destinata ad incontrare ciò verso cui si muove, e a infrangersi.”  – David Foster Wallace 

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POESIE per MEDITERRANEO La società del rischio
di Antonella Fuchecchi Rankoussi

Giochi di bimbi

Ali e coriandoli

Si fanno 

Nel tempo 

Fuliggine

Ma in questo dondolio

si illude 

ancora 

un’armonia di culla

C’è un grembo rovesciato

Da cui piove morte

Ad intervalli regolari

Chirurgici

Ingegneria della catastrofe

Colpisce bene 

dove fa più sangue

la spesa 

della guerra

 si riduce

aumentano gli utili 

del male.

DANIELA MONICA di Fucecchi Rankoussi

Un corpo

Senza volto

Da sacrificio

Per la scienza

Per la fede

E’ carne glabra 

Senza peli

Quella su cui 

La lama traccia

La più rapida via del sangue

E’ il vulnus

I

Girovaghi per mare

Naufraghi per forza

Ciò che ci accomuna

È l’affondare tutti 

Nello stesso gorgo

Scegliendo se 

Remare insieme 

O inabissarsi 

Soli.

Correre incontro all’abisso

Senza saperlo

 contemplare 

un disastro

senza scostarsi

 appesi 

solo

a un filo 

di speranza

Un trillo

A vuoto

Un appello 

A quel che resta 

In noi 

Di umano

Brandelli di vita

 valigia

 Sintesi dolorosa

Di un

Esilio.

In una sindone d’acqua

Mani pietose

Tirano

Le onde 

Sul volto dei migranti

Perché nell’acqua nasce

 e in acqua torna 

Questo grumo di sangue

Che è la vita

Un breve trapasso

Tra due fiumi.

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