Mediterraneo

PRESENTAZIONE di KATIUSCIA CARNÀ

Durante l’inaugurazione di MEDITERRANO LA SOCIETÀ DEL RISCHIO del 29 ottobre 2022

Mediterraneo – Società del rischio (https://youtu.be/4kbiYMjQCbw)

Ringrazio innanzitutto Patrizia Bonardi per avermi invitata ad essere qui in qualità di sociologa coordinatrice, è un onore per me essere qui in occasione di questa importante inaugurazione Mostra di arte contemporanea e Pensiero sociologico, MEDITERRANEO. LA SOCIETÀ DEL RISCHIO di ARTISTS.SOCIOLOGISTS.

È un’occasione preziosa per tutti noi per denunciare i diritti umani e la libertà e la dignità delle persone che arrivano in Italia rischiando la loro stessa vita. Il Memorandum di intesa fra Italia e Libia, minaccia tutti coloro che vogliono o sono costretti ad attraversare il Mediterraneo. Si tratta di un accordo Italia Libia, in vigore dal 2017 a novembre 2022 che vuole essere rinnovato per ben la terza volta. Già dalla fine del 2016, i paesi dell’Unione europea avevano messo in atto una serie di misure per bloccare le rotte migratorie dalla Libia attraverso il Mar Mediterraneo. Il tutto è andato rafforzandosi poi con questo Memorandum d’intesa bilaterale, firmato da Italia e Libia il 2 febbraio 2017, e con l’adozione della Dichiarazione di Malta, sottoscritta dai leader dell’Unione europea a La Valletta il giorno dopo.

Non so se concretamente ci saranno i tempi e la volontà per un dibattito che possa bloccarlo, ma oggi noi siamo qui, questo è un importante segno, ognuno di noi può fare la differenza. 

Secondo Amnesty International, negli ultimi cinque anni, per una spesa di ben oltre 787 milioni di euro e sono state oltre 85.000 le persone intercettate in mare e riportate in Libia: uomini, donne e bambini che, già nella condizione di profughi, vittime di violenze, persecuzioni, crisi climatiche, si sono ritrovati nuovamente in condizioni disumane, vittime di torture, stupri, lavori forzati e trattamenti disumani, solo per aver voluto attraversare il Mediterraneo. Molti vengono detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione ufficiali, dove si contano tra le 2.000 e le 2.500 persone. Tuttavia, non è facile invece sapere il numero dei detenuti in altri luoghi di prigionia clandestini a cui le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie non hanno accesso e dove le condizioni di vita sono ancora peggiori.1  

Si trovano in un Paese, limbo del Mediterraneo, intrappolati, dove l’illegalità e la disumanità regnano beate. Chi sono queste persone? Si tratta di donne e bambini, anche di loro, perché spesso l’immaginario ci porta a pensare che si tratti solo di uomini, ma anche i più deboli sono vittime di tutto ciò. Ognuno con una propria identità e un importante bagaglio di competenze, esperienze e sentimenti che sono parte integrante dell’individuo: una persona. 

Parliamo di profughi che fuggono dal proprio paese per tanti motivi, ve ne elenco alcuni: guerre, conflitti, persecuzioni religiose, etniche e sessuali, disastri ambientali, condizioni di vita difficili e mancanza di lavoro e con chi è al dì sotto della soglia minima di sopravvivenza. Sono loro che mettono a repentaglio la propria vita e quella dei propri cari, come per esempio i bambini, per poter fuggire. Non avendo altre vie d’uscita, si ritrovano costretti a fuggire illegalmente, sono infatti troppe le garanzie che uno Stato europeo richiede per concedere un visto anche solo turistico. Per non parlare poi dei flussi umanitari che in Africa e in tanti Paesi in difficoltà non esistono…

Quindi in cosa consiste questo memorandum? In poche parole, consiste nel fermare e riportare le persone che con piccole barche di fortuna cercano di attraversare il Mediterraneo e riportarle in Libia, da dove sono partiti. Questo è il risultato di accordi messi in atto dai Governi europei per chiudere la rotta marittima e contenere le persone in un Paese non sicuro, illegale, illegittimo. Questi accordi costituiscono la base di una costante cooperazione che affida il pattugliamento del Mediterraneo centrale ai guardacoste libici, attraverso la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione.

Chi arriva in Libia, sono rifugiati e migranti per la maggior parte provenienti dall’Africa subsahariana e settentrionale, mentre una piccola parte proviene dall’Asia e dal Medio Oriente. 

Al di là del motivo per il quale sono giunti lì e al di là della nazionalità, si tratta semplicemente di esseri umani con il desiderio di vivere in sicurezza e dignità.

Quale la soluzione? Sospendere tali accordi europei e aprire percorsi legali umanitari che permettano a chi ha bisogno di protezione internazionale di arrivare in Europa. 

Il Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia scadrà nel febbraio 2023 ma sarà rinnovato automaticamente per altri tre anni se le autorità italiane non lo annulleranno entro il 2 novembre 2022. Ormai a poche ore da noi. 

Come arriva questo drammatico scenario alla sociologia? L’immigrazione, negli ultimi trent’anni, è divenuto un fenomeno sociale che nella contemporaneità ha cominciato ad assumere un maggiore peso rispetto al passato. Sia a causa della complessità del fenomeno sia per il fatto che tale fenomeno caratterizza una costante della nostra società e per tale ragione è necessario analizzarlo nell’ottica del cambiamento sociale che la migrazione necessariamente determina. 

Nel comunicato stampa di Patrizia Bonardi, si fa un chiaro riferimento a quella che il sociologo Ulrich Beck definiva “Società del rischio”, ancor prima che il fenomeno migratorio andasse incrementandosi e diventasse un fenomeno sociale costante dell’odierna società. È evidente che nella contemporaneità ci sia un mutamento sociale talmente radicale che pone un’importante sfida alla modernità, in cui complessità e incertezze rappresentano le nuove contingenze. Faccio alcuni esempi quali: la globalizzazione, l’individualizzazione, lo sfruttamento della Terra, la sostenibilità ambientale, la sottoccupazione, sono solo alcune delle sfide alle quali la società si trova a rispondere simultaneamente. 

Il sociologo Beck, senza mezzi termini, ci mette di fronte, infatti, alle sfide della globalizzazione e al senso di interdipendenza e interscambiabilità che ne scaturiscono, che peraltro non ci esulano dal dimenticarci anche le ragioni che sono a capo delle disuguaglianze mondiali e che spesso ostentiamo a non ricordare. 

Se da una parte, la globalizzazione e la contemporaneità raccolgono i frutti di aspetti positivi come società multietniche e multireligiose, modelli interculturali di convivenza sociale, permangono però le difficoltà connesse alla complessità sociale e all’aspetto del Capitale mondiale, a partire dalla sostenibilità ambientale. Tutti fattori strettamente interconnessi tra loro. 

Negli ultimi vent’anni, la relazione tra Stato e Capitale che si è instaurata, è stata caratterizzata dal fatto che la politica abbia abdicato al ruolo di regolamentatore dell’economia, per divenire una pedina, giocando un ruolo subalterno al Capitale, che in questo modo ha assunto una posizione di supremazia.

Per Beck2, la globalizzazione consta di due fenomeni:

1. i cambiamenti nell’allocazione globale delle attività produttive superano qualsiasi capacità di regolazione da parte dello Stato (trasferimento da

un paese all’altro di processi produttivi); l’ordinamento internazionale del dopoguerra è tramontato e viene sostituito dalla de-regolamentazione;

2. dopo due secoli durante i quali l’Europa ha esportato manodopera, è diventata un’importante destinazione per i movimenti migratori. 

I flussi dell’informazione, saperi, ben e denaro delle persone si sono intensificati tale da andare oltre la distanza spaziale che isolava le persone e le liberava dal senso di responsabilità di persone e popoli di altri Paesi (Beck, 2003: 57). Un cosmopolitismo non più astratto, ma calato nella Storia post-moderna, nella prospettiva di dare un maggiore senso e fondamento all’odierno ordine globale. 

Unisco alla definizione di Beck quella del sociologo francese, Wieviorka3, secondo il quale la globalizzazione delinea due fenomeni paradossalmente complementari:

1. una omogeneizzazione definita dalla generalizzazione del consumo e della comunicazione di massa sotto l’egemonia americana;

2. una frammentazione in cui tutti i tipi di particolarismi identitari si chiudono in difesa e si rafforzano.

La domanda è dunque: chi regola le nostre vite così interconnesse? Le industrie, le multinazionali, la sicurezza nazionale non vanno di pari passo. Dobbiamo renderci conto dei limiti della politica nazionale. Dunque: qual è il rischio di cui parla Beck? In questo quadro così eterogeneo, il rischio è “il moderno approccio per prevedere e controllare le conseguenze future dell’azione umana”. Nella Storia, ogni epoca ha corso dei rischi e dei pericoli, ma oggi non parliamo più di pericoli nazionali ma globali, e va da sé l’impatto che questo possa avere. Il rischio infatti va letto secondo una valenza interdisciplinare e di interconnessione nei vari aspetti della vita, da quello economico a quello ecologico e politico, aspetti che finora forse eravamo abituati a leggere secondo un sistema rigido e separato. 

A questo punto la domanda potrebbe essere: come abbiamo intenzione di vivere? Quale futuro ci prosperiamo? È importante tener presente che per rispondere a tale quesito è necessario tener a mente che la percezione dell’urgenza e della crisi globale “(…) variano in base alle percezioni e alle valutazioni interculturali e intraculturali” (Beck, 2001).

Basti pensare al fenomeno della polarizzazione rispetto al COVID e ai vaccini in Italia. Un obbligo statale da un lato, l’investimento delle case farmaceutiche dall’altro. La salute e la sicurezza pubblica? Scatenando odio, rancore, diffidenza nei confronti dell’altro. Ben diversa invece la percezione in altri Paesi del cosiddetto “Sud del mondo”, dove il vaccino era un diritto non per tutti.

È evidente anche negli ultimi trent’anni, quanto problemi globali sembrino essere stati causati solo e soltanto dai Paesi del Sud del mondo, come l’inquinamento, la poca attenta ecologia, ma anche l’economia, una delega di responsabilità. Sembra quasi che vi sia un’autorizzazione “detta non detta” dei Paesi del Nord del mondo a gestire il potere e ovviamente l’economia mondiale. Chi autorizza un’azione globale simile se a capo della globalità non vi è uno Stato? Forse sarebbe il caso di tornare a monte e comprendere lucidamente le cause che sono dietro a fenomeni mondiali come le disuguaglianze globali, contrasti e questioni di giustizia economica, sociale e politica. 

In questa prospettiva, ecco che inevitabilmente torniamo a ragionare relativamente ai movimenti di massa e alla possibilità di facile interscambio e convivenza tra culture differenti. Nella globalità, ognuno, come singolo individuo ha la potenzialità di muoversi e cambiare vita, società, cultura, dunque di quali confini parliamo? Dice Beck: “Realisticamente non è più possibile tracciare i confini – in termini sociali e politici, ma anche e soprattutto in termini di concetti sociologici – tra dentro e fuori, nazionale e internazionale anche nei campi e nelle questioni delle disuguaglianze sociali” (Beck, 2001). Citando Beck:

“Affinchè le disuguaglianze globali rimangono istituzionalmente invisibili, le disuguaglianze tra i diversi spazi nazional-statali devono rimanere incomparabili. Se però nello spazio di esperienza nazionale si muovono disuguaglianze internazionali e globali – in parte attraverso i flussi di migrazione e di mobilità legali e illegali, in parte attraverso la rappresentazione dei contrasti e degli stili di vita nei mass-media – il tracciare confini alla incomparabilità istituzionalizzata perde la sua forza” (Beck, 2001:50)

In questa interconnessione mondiale, ove i confini concretamente vengono perciò definiti solo per misurare il potere e la forza tra Stati sovrani, ove il potere si misura con limiti e silenzi istituzionali di fronte ai diritti umani globali. Sì li definiscono volutamente “diritti umani globali”, facendo riferimento ad un senso di umanità e dignità che è intrinseca ad ogni essere umano, al di là dell’applicabilità dei diritti stessi. 

Dunque, in questa interdipendenza e interconnessione globale, è necessaria una ri-misurazione della disuguaglianza sociale, tenendo conto delle varie culture.

A questo si aggiunge anche la miopia degli Stati nazionali rispetto alla migrazione. Una visione economica strettamente nazionale che limita e non tiene affatto conto del contributo, in termini di crescita economica, dato dagli stranieri. Porzione economico-sociale che spesso viene “occultata” volutamente per non contraddire il sentimento nazionalistico di uno Stato abituato ad immaginarsi monoculturale. E il colonialismo dove lo inseriamo? Lì dove per secoli il colonialismo ha contribuito alla defraudazione delle risorse di un popolo e di una Nazione che, nel tempo, necessariamente torna a livello globale a chiedere i conti anche a livello di disuguaglianze e di immaginario sociale.

Al contempo, una buona porzione dei rischi globali non ha cittadinanza, ma ci accomunano tutti al di là dei confini, come il rischio ecologico e tutto quello che ne conviene… oppure il terrorismo e il senso di rischio diffuso e incontrollato… sono soltanto alcuni esempi.

È necessario dunque ripensare i Governi e la politica, affinchè diventino organizzazioni aperte, sostenute da un pubblico formato, informato e consapevole. Il rischio non può essere limitato, ma possiamo sviluppare nuove premesse istituzionali “che ci consentano di affrontare più efficacemente i rischi che ci troviamo di fronte; nel far questo non dovremmo mirare a riconquistare il pieno controllo, ma a trovare modalità di gestione democratica nelle ambivalenze delle vita moderna e a decidere democraticamente quali sono i rischi che vogliamo affrontare” (Beck, 2001: 125).

Per concludere, un breve video-appello: https://youtu.be/06ABnuO4i6I


  1. https://www.asgi.it/media/comunicati-stampa/accordo-italia-libia-4-anni/
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  2. Beck U., (2003), La società cosmopolita, il Mulino, Bologna, pp.69 – 89.
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  3. Wieviorka M., (2002), La differenza culturale, Bari, Laterza.
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