VERO VERDE PER LA PACE
a cura di Patrizia Bonardi

INDICE TESTI DEDICATI ALLA MOSTRA E AI SUOI LAVORI

ANTONELLA FUCECCHI RANKOUSSI  Poesie
                       Sogni inquieti 
                       We are nature
                       Conservo parole dolci per un altro mondo
                       Le fonti per i bambini
                       On the act of walking
                       Mappa delle isole misteriose
                       Saberes a la escucha
                       Siamo tutti working progress 
ANITA IOVINE – Veroverde per la Pace
CARMEN PUPO – Sinossi e poesia
DANIELA GENSABELLA – Armonia selvaggia, un equilibrio delicato e potente
DANILO SELVAGGI – Le forbici, la scala e il tempo della transizione
DAVID CAMOZZI – Vero verde per la pace
MANNI e MONARDO – Amantes ut apes
FRANCESCA ROSSI – Vero Verde per la pace               
STEFANO TACCONE – Il sogno verde

Poesie
di Antonella Fucecchi Rankoussi

Una premessa

Ringrazio Patrizia e gli altri artisti che mi hanno offerto la preziosa occasione di ammirare le loro opere e di scoprire i nessi che vi ho colti. Le brevi considerazione nascono dal percorso che le vostre creazioni hanno suggerito e dalle emozioni che ne sono scaturite. 
I tempi di squilibrio planetario che viviamo esigono risposte nuove e diverse dai meccanismi e dalla forma mentis che li ha prodotti. 
Abbiamo bisogno di un mutamento di sguardo e di postura che si faccia pensiero, progetto azione trasformativa.
 E’ necessario attivare tutti gli aspetti rimossi, tutte le risorse occultate, riscoprire la funzione femminile del pensiero umano, quella che Metis, la grande mente, possedeva prima di essere inghiottita da Zeus. 
Nascosta ma ancora viva, dal profondo suggerisce e ispira letture, interpretazioni che aprono a soluzioni per problemi che non si possono affrontare con la solo forza della logica eretta , diritta, ascensionale e verticale, quella dell’uomo vitruviano che incede senza mai voltarsi, proteso alla conquista , alla affermazione della sua forza. 
Occorre il pensero curvo, che si china e si prende cura, orizzontale, circolare, capace di operare connessioni inedite, di cogliere trame di senso che il solo occhio della ragione non sa vedere. 
Occorre guarire le feroci dicotomie ed antinomie che hanno afflitto il pensiero occidentale, le opposizioni binarie antitetiche mente corpo, materia spirito, ragione e sentimento, maschile e femminile.
Abbiamo bisogno di essere” il cuore pensante della baracca”, come affermava Etty Hillesum dal lager perché per guarire il mondo, salvare la biosfera è necessario coltivare il senso del limite, del sacro, della spiritualità, della fraternità, deporre la presunzione antropocentrica, androcentrica e conquistare una coscienza di specie nella certezza che tutta la famiglia dei viventi condivide una identica comunità di destino.



per Casiraghy con SOGNI INQUIETI
di Fucecchi

Da un tempio eretto
su presunzioni antiche
una mano
nuda
si tende,
Nostalgia
di un mistero 
che non ci abita 
più

per Anna Crescenzi con WE ARE NATURE
di Fucecchi

Detergi,
Madre,
con le tue mani sagge
le lacrime di sangue 
che deturpano 
il seno
Pietà 
della violenza cieca
che offende
la tua
infinita 
sacralità

per Daniela Di Maro con CONSERVO PAROLE DOLCI PER UN ALTRO MONDO
di Fucecchi

Alacrità fedele
di api 
sciame di vita
geometrie perfette
armonie di pace,
avidità funesta
e ingrata 
di homo demens,
che sarà di te
senza il nostro 
devoto 
sacerdozio?

per Patrizia Bonardi con LE FONTI PER BAMBINI
di Fucecchi

Come sono sapienti le mani di madre 
che intrecciano serti di fiori 
e spargono benedizioni 
sui loro germogli
Pazienza affettuosa  
annodare, 
unire in una sintesi 
ciò che è stato
disperso, 
disfatto,
 ucciso
Perché il grembo
chiede 
di sanare,
cospargere unguenti e balsami
cullare un dolore infinito
Le mani pietose  
ecco, ecco, 
operano un miracolo nuovo, 
portare ancora la vita 
dove ombre di morte 
hanno rapito 
la speranza

per Sabreen Haj Ahmad con ON THE ACT OF WALKING
di Fucecchi

Fiorisce 
Nelle spine
 tra il dolore
un fascio di luce che guiderà,
lo so, i miei passi 
Nella terra liberata
dove raccoglierò sovrana 
ciò che semino
dove mieterò il grano della vita
padrona
della mia generosa
fecondità.

per Sem Galimberti con MAPPA DELLE ISOLE MISTERIOSE
di Fucecchi

Comporre, comparare
cogliere nessi e affinità, 
tessere legami nuovi 
tra arcipelaghi 
precarie costruzioni di senso
sistemi di scrittura
decifrazione incerta
rotte da condividere
Ho bisogno di voi
delle vostre mani
di terra
dei vostri saperi
di luce 
della vostra 
humanitas
necessaria 
per cogliere 
meglio la mia. 

per Silvia Corna e Bruno Dor con SABERES A LA ESCUCHA
di Fucecchi

Insegnateci, 
popoli saggi,
a prestare ascolto 
al mormorio
della voce antica
che sa parlare
a chi ha la pazienza 
della veglia
nel silenzio.
Insegnaci, madre, i canti di benedizione
e di grazia 
che la mia voce stanca
non sa più intonare
Insegnaci , padre,
ad onorare 
la terra e i suoi frutti
a celebrare 
le nozze con il pane
ad attendere la luce
che qui 
dove il sole 
stanco
dell’occidente 
tramonta
non sappiamo 
più vedere.

per Solveig Cogliani   SIAMO TUTTI WORK IN PROGRESS
di Fucecchi

Tanti sono gli insegnamenti
Delle Parche che filano i destini
e sanno i tempi giusti del vivere e morire
del sorgere e declinare
dalla loro saggezza 
del femminile profondo
Tessere la tela dei giorni 
guarire le ferite
danzare in cerchio
cullare un sogno antico
rammendare gli strappi
cucire le parti divise
rimarginare le ferite
e fare dei lembi 
troppi lontani
asole grandi
perché il vuoto 
non sia mai
solo assenza
ma 
possibile
spazio 
di armonia.

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Vero Verde
di ANITA IOVINE

Sono rimasta affascinata e fortemente colpita dalla visione delle opere d’arte contemporanea esposte nella mostra ‘ V E R O V E R D E per la Pace’ e non è stato semplice scegliere quale tema affrontare perché sono entrambi importanti e soprattutto strettamente collegati tra loro e ci obbligano a confrontarci con una realtà che preferiremmo non esistesse. Per questo ho preferito non scegliere, e raccontare brevemente i due temi proposti dalla mostra, con una visione imparziale, sociologica, priva per quanto possibile di giudizi e pregiudizi personali. Ho deciso di raccontare i ‘fatti’, così come si presentano ai miei occhi.

Sono partita dalla descrizione dell’opera di Patrizia Bonardi, LE FONTI PER I BAMBINI (2024, Installazione in cera d’api pigmentata su legno e cera d’api su bendaggi medici)

La visione è quella di una cascata di bende annodate e pregne di cere d’api che si tuffa in fonti di acqua limpida. Sono i bambini che ritrovano vita, trovano un luogo che accolga la loro bellezza, un luogo finalmente limpido e puro, lontano dalle ingiustizie e dalla violenza, scrive l’autrice dell’opera, dedicando simbolicamente ogni nodo a ciascun bambino ucciso durante la guerra, a Gaza, o in qualsiasi altro posto del mondo.

Ci sono tanti modi per raccontare la tragedia della guerra di Gaza. Le immagini. Le testimonianze. Le analisi. Gli avvenimenti degli ultimi quindici mesi sono stati tutti così atroci che ricordarne alcuni, senza elencarli tutti, sembra un torto alla storia. Perfino scegliere da dove cominciare rischia di apparire una scelta parziale. Nel momento in cui la guerra dovrebbe cominciare a finire, con l’entrata in vigore del sospirato cessate il fuoco, le cifre la riassumono forse meglio di ogni altro argomento, probabilmente nella maniera più chiara e più equa. Non è nemmeno detto che l’accordo per il cessate il fuoco possa andare in porto. La rivolta dei partiti dei coloni e di estrema destra all’interno del governo Netanyahu potrebbe spingere il premier israeliano a trovare una ragione o una scusa qualsiasi per bloccare il meccanismo dell’intesa.  E soltanto se si verificherà una serie di condizioni eccezionalmente continua e fortunata porterà alla reale cessazione della guerra, alla ricostruzione di Gaza, o a una pace definitiva in Medio Oriente. Sulla carta, la fine delle ostilità consentirà la ripresa delle attività economiche nella Striscia di Gaza, facilitando la ricostruzione e lo sviluppo economico, sostenuto da un forte afflusso di aiuti umanitari e finanziamenti internazionali, che permetterà la ricostruzione delle infrastrutture e dei servizi essenziali, creando opportunità di lavoro e migliorando le condizioni di vita della popolazione locale. Questo è l’obiettivo ideale, ma per adesso Gaza è un pezzetto di terra piccolissimo su cui vivono (o meglio, sopravvivono) 2,3 milioni di abitanti (metà della popolazione sopravvissuta ha meno di 18 anni) in un contesto drammatico: macerie ovunque, oltre un milione di persone sfollate, collasso sanitario e infrastrutturale. Secondo i dati del ministero della Sanità di Gaza, l’esercito israeliano ha ucciso in un anno e mezzo più di 46.500 palestinesi, di cui 18.000 bambini, mentre almeno altri 11.000 risultano dispersi e i feriti superano i 110.000. Vuol dire che a Gaza una persona su 50 è stata ammazzata. Si stima che sotto le macerie ci siano i corpi di oltre diecimila uomini e donne. I feriti sono oltre centomila (4.500 le amputazioni), migliaia i dispersi e 1,9 milioni gli sfollati: il 90% della popolazione. Secondo l’Autorità per la qualità ambientale della Palestina, sono state sganciate sulla Striscia circa 85.000 tonnellate di esplosivo: bisognerà così trovare e disinnescare le bombe inesplose, stimate in circa 7.500 tonnellate. I dati satellitari dell’ONU (UNOSAT) riportavano in dicembre che circa il 69% degli edifici della Striscia è stato distrutto. Risultano inagibili 200 strutture governative, 136 tra scuole e università, 823 moschee e 3 chiese. Per non parlare degli ospedali: la maggior parte è danneggiata, solo 17 su 36 avrebbero qualche reparto in funzione a gennaio. Il danno stimato alle infrastrutture arriva a 18,5 miliardi di dollari, si tratta di edifici residenziali, commerciali, industriali, scuole, infrastrutture ospedaliere ed energetiche. Un aggiornamento dell’analisi calcola che ormai è disponibile solo un quarto della quantità di acqua che era a disposizione prima della guerra, con il 70% degli impianti idrici distrutti o danneggiati. Le fognature non funzionanti hanno inondato le strade di acqua putrida, accelerando la diffusione di malattie. Nella Striscia di Gaza l’unica risorsa d’acqua è costituita dalla falda acquifera costiera che risultava insufficiente a rispondere ai bisogni della popolazione già prima del 7 ottobre. Quasi il 70% delle strade è inagibile. Al momento, più della metà dei terreni agricoli risulta inutilizzabile o degradato dal conflitto. Per quanto riguarda l’allevamento, 15.000 bovini, ossia oltre il 95%, sono stati macellati o sono morti, così come metà delle pecore. L’economia della Striscia è completamente paralizzata: otto attività commerciali su dieci sono chiuse. Ma la guerra non comporta solo una ingente perdita di vite umane e distruzione di edifici e infrastrutture, comporta anche la devastazione dell’ambiente e inquinamento.

L’inquinamento causato dalle attività umane danneggia l’ambiente, gli ecosistemi e la salute. Ridurlo è possibile, ed è una responsabilità di tutti. Nel racconto La nuvola di smog, del 1958, Italo Calvino descrive una città immaginaria avvolta appunto in una grande nube di smog: l’inquinamento diventa qui una metafora di tutto quello che c’è di brutto nella vita. È una testimonianza letteraria che dimostra come l’inquinamento ambientale, soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, sia ormai entrato nell’immaginario collettivo come uno dei principali problemi che caratterizzano il nostro tempo. La Terra è malata. Molti dei parametri che indicano il suo stato di salute hanno già superato il livello di guardia: dal riscaldamento globaleallaperdita di biodiversità, dall’immissione nell’ambiente diinquinanti di sintesi – come le plastiche e i PFAS – all’alterazione deicicli dell’azoto, del fosforo e dell’acqua. Ad aggravare questa situazione concorrono i modelli di business econsumo della nostra società, tutt’altro che a misura di pianeta visti gli sprechi di preziose risorse naturali non rinnovabili che comportano. Senza contare legrandi quantità di emissioni di gas serra e l’inquinamento da sostanze chimiche pericolose che impattano anche sulla nostra salute. L’aria che respiriamo è inquinata e la maggior parte dell’inquinamento atmosferico deriva dall’uso dei combustibili fossili e dai veicoli alimentati a diesel e benzina. Eppure, nonostante gli avvertimenti e i rischi per la salute di milioni di persone, i governi e le aziende alimentano la crisi dell’inquinamento invece di risolverla. 

A tal proposito mi è sembrata particolarmente significativa l’opera di Daniela di Maro ‘CONSERVO PAROLE DOLCI PER UN ALTRO MONDO #2’ (2024 Installazione
Cera, legno, resina UV, stampa a caratteri mobili su carta, metallo, cristallo Dimensioni: 45x50x4 cm), 

L’opera rappresenta appunto l’operosità e il lavoro meticoloso svolto dalle api, insetti piccoli e laboriosi, responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta e che garantiscono circa il 35% della produzione globale di cibo.  Le api esistono sulla terra da quattro milioni di anni con lo stesso aspetto attuale, come mostrano i reperti fossili.  Questa longevità e stabilità della specie sono il risultato della sua eccezionale capacità di adattamento. Tuttavia, in Europa il 9,2% delle specie di api europee sono attualmente minacciate di estinzione. Senza di esse molte specie di piante si estinguerebbero e gli attuali livelli di produttività potrebbero essere mantenuti solamente ad altissimi costi attraverso l’impollinazione artificiale. In Europa, quasi metà delle specie di insetti è in grave declino e un terzo è in pericolo di estinzione. Il cambiamento dell’habitat e l’inquinamento ambientale sono tra le principali cause di questo declino. In particolare, l’intensificazione dell’agricoltura negli ultimi decenni e l’uso diffuso e inarrestabile dei pesticidi sintetici rappresenta uno dei principali fattori di decremento delle popolazioni e di perdita di biodiversità degli insetti negli ultimi tempi. Il ripristino degli habitat naturali, insieme ad una drastica riduzione degli input agro-chimici e alla “riprogettazione” agricola, è probabilmente il modo più efficace per evitare ulteriori diminuzioni o scomparse degli insetti impollinatori, in particolare nelle aree ad agricoltura intensiva. Ammirare il lavoro delle api è un ottimo modo per comprendere l’importanza della collaborazionee dell’inserimento in un’organizzazione sociale ben strutturata, e del ruolo che anche la vita di una sola, piccola ape può avere nella salvaguardia dell’equilibrio di tutto il mondo. E ne abbiamo proprio bisogno, di quelle lenti di ingrandimento, che l’autrice ci consiglia di utilizzare per vedere più in profondità anche quelle cose che non vorremmo vedere. Se continuiamo a non intervenire, noi stessi causeremo la fine del mondo, ci troveremo a vivere in un luogo pericoloso e avvelenato, povero di sostanze e di acqua per sopravvivere. Salviamo il pianeta e salveremo noi stessi, la pace nel mondo e le generazioni che verranno.

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Vero verde per la pace
di CARMEN PUPO

Questa poesia nasce dall’idea di una Madre Terra che torna sul pianeta dopo un lungo viaggio, trovandolo devastato da guerre, ingiustizie e carestie. Il suo sguardo si posa su campi bruciati, fiumi inariditi e città spezzate dalla violenza umana. Tuttavia, nella distruzione, scorge anche un fremito di speranza: l’arte che resiste, la fratellanza che unisce, la voce che denuncia.

Il vero verde non è solo il colore della natura, ma è anche quello che scorre dentro di noi: la linfa della consapevolezza, della creatività, dell’impegno collettivo per un mondo migliore. La poesia, con il suo ritmo e le sue immagini, vuole evocare questo contrasto tra distruzione e rinascita, tra il buio della guerra e la luce della resistenza umana.

Attraverso la metafora della Terra come donna, custode della vita e della memoria, il testo sottolinea il potere trasformativo dell’arte: i muri imbrattati da cenere possono tornare a splendere con colori nuovi, i silenzi imposti possono essere spezzati da canti e parole di libertà.

“Vero Verde per la Pace” è quindi un invito a riscoprire la nostra responsabilità, a nutrire quella speranza che, nonostante tutto, continua a germogliare in chi non smette di credere in un futuro di armonia e giustizia.

Vero verde per la pace

Da lande antiche e sassi senza nome,
ritorna lei, la madre silenziosa,
col passo lieve e l’anima radiosa,
recando in sé un respiro d’albione.

Ma il cielo è cieco, spento all’orizzonte,
di fumo e cenere vestono i campi,
corrono armati i figli tra i dirupi,
si piega al pianto il ramo e il suo fronde.

L’acqua scompare in un sospiro ardente,
germoglia il ferro, spezza la radice,
cade il seme e la mano che lo affida,
muti i colori in cenere fumante.

Dove cantava il fiume resta il nulla,
si alzano muri a sfidare il mattino,
dietro le sbarre un grido si fa flebile,
vento che invano bussa sulla grulla.

Ma un suono nasce e vibra tra le vene,
di mani unite in danze senza tempo,
di voci in coro a sfidare il silenzio,
canto di terra e sangue che non teme.

Ed ecco il vero verde risorgere,
nel cuore acceso d’arte e di passione,
di chi non cede all’ombra e alla paura,
di chi alla guerra oppone la visione.

Sopra le rovine un fiore resiste,
sui muri nudi sbocciano colori,
un volto, un grido, un lampo di memoria,
segni che il tempo culla e mai rattriste.

E lei cammina, madre senza requie,
sfiora la pietra e scioglie la sua ira,
sussurra storie, veglia sulle genti,
custode viva della luce antica.

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Armonia selvaggia un equilibrio delicato e potente
di DANIELA GENSABELLA

Mi piace pensare alla pace ambientale come ad un concetto romantico, ad una relazione di armonia ed equilibrio che ciascuno può instaurare con la natura. Non si tratta solamente della semplice assenza di conflitti legati all’ambiente, ma indica una situazione in cui le relazioni tra l’umanità e la natura sono armoniose, sostenibili e rispettose.

La pace ambientale è un obiettivo fondamentale per garantire un futuro sostenibile alle generazioni future. Tuttavia, questa pace è costantemente minacciata da conflitti scatenati dalla scarsità delle risorse e da modelli di sviluppo insostenibili.

Interessante l’opera “We are nature” di Anna Crescenzi, in cui una figura umana è bersagliata da saette nero-rosse.

Sembra senza soluzioni la violenza senza limiti che ci invade dallo schermo-finestra sul mondo. Ma dall’alto una pioggia di gocce verdi scende verso la figura, le gocce sono il simbolo di tutti quegli esseri umani che si impegnano per interrompere questo percorso senza speranze.

L’idea di un’umanità che si riconcilia con la natura è un tema affascinante perché l’uomo è parte integrante di essa e la riconciliazione implica un ritorno alle nostre radici, un riconoscimento della nostra interdipendenza con l’ecosistema. Anche nell’opera di Daniela di Maro “Conservo parole dolci per un altro mondo” è possibile intravedere una riappacificazione tra l’uomo e l’ecosistema, in particolare quello delle api. Un equilibrio fragile messo a repentaglio dall’agricoltura intensiva, dalla distruzione degli habitat naturali che riduce la disponibilità di cibo e di siti di nidificazione per le api, e non per ultimo, dai cambiamenti climatici che influenzano i cicli di vita delle api e la disponibilità di fiori.

Sem Galimberti nella sua opera “Mappa delle isole misteriose” vede il moto circolare delle isole come capace di costruire ponti e abbattere i muri dell’incomprensione. Questa immagine evoca un movimento continuo, ciclico, che ricorda il fluire delle onde, il sorgere e il tramontare del sole, i ritmi della natura. Credo che l’artista ci inviti a vedere le isole non solo come luoghi isolati, ma come elementi dinamici di un sistema interconnesso, in continuo movimento e trasformazione. La costruzione di ponti indica un’azione di unione, di collegamento tra elementi diversi. I ponti permettono di superare ostacoli, di creare connessioni e di favorire lo scambio, e “abbattere i muri dell’incomprensione” permette di eliminare quelle barriere psicologiche, culturali e sociali che impediscono la comunicazione e la comprensione reciproca. Il “moto circolare delle isole” miporta a pensare anche alla crescente interconnessione tra le diverse culture e nazioni del mondo, favorita dalla globalizzazione. I ponti simboleggerebbero gli scambi commerciali, culturali e tecnologici che uniscono popoli diversi, mentre l’abbattimento dei muri rappresenterebbe il superamento delle barriere ideologiche e politiche. Il movimento circolare potrebbe indicare un processo di trasformazione continuo, in cui le isole (ossia le realtà locali, le singole persone) si modificano e si adattano al cambiamento; i ponti e l’abbattimento dei muri rappresenterebbero la capacità di superare le resistenze al cambiamento e di trovare nuovi punti di incontro. Il moto circolare potrebbe richiamare i cicli naturali, la periodicità dei fenomeni atmosferici e biologici, quindi in questo caso pensare alla natura che, con i suoi ritmi e le sue leggi, ci insegna l’importanza dell’armonia e della cooperazione. Ovviamente per costruire ponti e abbattere muri è fondamentale una comunicazione aperta e sincera, basata sul rispetto reciproco e sulla volontà di comprendere l’altro. La diversità culturale è una ricchezza da valorizzare, non una minaccia: accettando e rispettando le differenze possiamo creare società più inclusive e coese. Queste ultime riflessioni mi sono state ispirate dalle bellissime foto di Silvia e Bruno, che ci raccontano un

viaggio-ricerca che si propone di far emergere gesti di cura del territorio ispirati da un ascolto e una connessione profonda con tutti gli esseri, che agiscono in nome di un equilibrio ecosistemico che beneficia tutti.

Solveig Cogliani nella sua opera “Siamo tutti work in progress”, chiude un cerchio, definendo come l’essere umano sia intrinsecamente legato all’ambiente circostante. Ogni taglio, ferita o disarmonia che sperimentiamo, sia interiore che esteriore, rispecchia spesso uno squilibrio nella nostra relazione con il mondo naturale. La natura ha un potere curativo profondo. Il contatto con gli elementi naturali, come l’aria fresca, il sole, l’acqua e la terra, può favorire il rilassamento, ridurre lo stress e promuovere il benessere psico-fisico. La guarigione, in tutte le sue forme, richiede una riconnessione con la natura e con il nostro posto nel mondo.

Voglio concludere questo “viaggio” tra le opere meravigliose di Vero Verde, con quella che più rappresenta uno squarcio terribile nel rapporto tra l’uomo e l’ambiente: “Le fonti per i bambini” di Patrizia Bonardi. Sebbene la situazione a Gaza sia complessa e multifattoriale, e non può essere ridotta a una questione ambientale, è innegabile che la crisi legata all’ambiente aggrava le condizioni di vita della popolazione e contribuisce a creare un contesto di instabilità e violenza. E’ infatti un esempio tragico di come il conflitto uomo-natura possa intersecarsi con conflitti politici e sociali. L’assedio israeliano, la scarsità di risorse e le infrastrutture danneggiate hanno unimpatto devastante sulla popolazione, in particolare sui bambini, privandoli di acqua potabile, cibo e assistenza sanitaria.
È inaccettabile che in pieno XXI secolo, i bambini debbano affrontare condizioni di vita così disumane e tutti noi abbiamo il dovere morale di diffondere consapevolezza sulla situazione a Gaza e sui suoi impatti, come primo passo verso un cambiamento concreto nel rapporto uomo-natura.

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Le forbici, la scala e il tempo della transizione.
di DANILO SELVAGGI

“Siamo tutti work in progress” (Solveig Cogliani) è un abito leggero da donna, un vestito acquistato a Gerusalemme e, attraverso la pittura, trasformato in racconto. Vi sono raffigurati: una nascita, un piede, del fuoco, del verde che simboleggia la natura, donne che si tengono per mano, un sole, un cuore. E poi, soprattutto, delle forbici e una scala.

L’abito, prima ancora che rivestimento, è habitus. È cultura, convinzione. È il costume del dentro ancor più che il costume del fuori. È abitudine.

Noi nasciamo, camminiamo, ci muoviamo nel limite di tradizioni di pensiero che ci formano e ci proteggono ma al contempo fanno da filtro, o da schermo. Sono il limite buono e il limite cattivo. Sono il nostro sole, il nostro mondo, ma non sono il mondo. Di mondi ne esistono altri.

Il tempo della transizione (tra le cui tante forme c’è la transizione ecologica) chiama in gioco i processi di trasformazione e quindi la messa in discussione di quel sistema di idee e pratiche consolidatosi nel corso di una vita, o della storia di un’intera cultura, che chiamiamo abitudini.

La transizione è il passaggio da uno stato ad un altro, da un livello ad un altro, e dunque il confronto critico con l’abitudine. La transizione ha bisogno della tradizione, della continuità, cioè di portare con sè il meglio del patrimonio di storie, luoghi comuni, cose preziose (abiti e abitudini) che hanno concorso al nostro vissuto (“Conservo parole dolci”, Daniela Di Maro) ma ha bisogno anche di abbandono. Lasciarsi alle spalle strumenti che non funzionano più, abiti che non vanno più usati.

Negazione.

Negazione di una parte di noi come tema cruciale della transizione. Cambio di sguardo. Assunzione di un passo che guardi altrove, di ginocchia che, come ne “L’atto del camminare” (Sabreen Haj Ahmad), abbiano occhi. Liberazione dalle costrizioni esterne e tuttavia, conditio sine qua non, liberazione dalle costrizioni interne. “Rigenerare fuori per rigenerare dentro” (“Saberes a la Escucha”, Silvia Corna e Bruno Dor) e viceversa.

Nessuna trasformazione sarà reale senza il dolore di un taglio, il coraggio di un ripensamento. Non c’è trasformazione se non si corre il rischio della sospensione, nel tempo del passaggio (“Nei sogni inquieti”, Alberto Casiraghy).

Per questo, il racconto dipinto sull’abito di “Work in progress” è dominato dalle forbici e dalla scala, le due grandi protagoniste della transizione. Le forbici, per tagliare alcune corde che ci legano a uno stato che altrimenti non cambia; la scala, per salire di livello, raggiungendo una visione più larga.

Come la pioggia di gocce verdi di “We are Nature” (Anna Crescenzi) e la cascata di bende de “Le fonti dei bambini” (Patrizia Bonardi) e persino lo sguardo d’insieme della “Mappa delle isole misteriose” (Sam Galimberti), la salvezza arriva dall’alto.

Non è l’azione di un dio ma la ricaduta benefica di una trascendenza laica, che consiste esattamente nell’essersi portati a un livello superiore di sguardo, di sentimento per il mondo e di logica del mondo. Ri-lettura, ri-pensamento, ri-comprensione del reale.

Le forbici e la scala fanno la transizione. Fanno la differenza.

E così, alla fine, c’è una grande differenza tra le donne che si tengono per mano prima del taglio (e del salire sulla scala) e quelle che si tengono per mano dopo. Dopo la transizione.

Prima: sono le donne meravigliose del mio mondo, della mia gente. Dopo: sono le donne meravigliose di mondi diversi, di tutte le genti. Le donne di un mondo finalmente comune, ecologico, comprensivo, in pace.

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Vero Verde per la Pace
di DAVID CAMOZZI

Complici dell’olocausto, annientati dall’ennesimo genocidio e da una guerra fratricida. L’Italia ripudia la guerra; così è scritto nella Costituzione. Ma le bombe e i missili hanno cancellato la dichiarazione dei diritti dell’uomo; non esiste neanche una linea rossa in guerra; l’annientamento del nemico (soldati e civili) deve essere totale.

La coscienza umana non può che rifugiarsi nell’arte, nell’immaginazione, nel creare una dimensione spirituale in cui i valori della vita siano preservati.

L’opera di Patrizia Bonardi è storica ed esistenziale; le morti dei bambini simboleggiati dai nodi sono le morti subite da “una madre”, madre umana ma anche madre natura. Una cascata di morti in una sorgente di vita non può essere che una visione utopica, paradossale, simbolica e trasformativa.

La coscienza oppressa da angoscia e impotenza ritrova nel rituale collettivo dell’annodamento dei nodi una modalità partecipativa che unisce morte e vita, crea relazione e dialogo; la morte innocente di un bambino è simbolizzata da un nodo, un intreccio di vite che viene spezzato e allo stesso tempo preservato nella cera d’api.

Siamo di fronte alla restaurazione di poteri totalitari per cui ogni genere di violenza è lecita; una violenza implicita che non ammette nessun genere di opposizione o contestazione che sia di natura giuridica o espressiva.

Violenza verbale, istituzionale e poi fisica mediante gli apparati statali che hanno il compito di gestire l’ordine pubblico.

Quali forme di resistenza ci sono permesse se non testimoniare il nostro impegno civile, la nostra partecipazione a reti di persone che non si arrendono allo status quo, organizzare momenti di incontro in cui la realtà umana possa essere riscattata. In cui possano risorgere principi di solidarietà e di comunanza.

Prendere consapevolezza dei tempi della nostra vita è un atto rivoluzionario; lavorare per un bene condiviso e costruito nella diversità delle persone è un atto rivoluzionario; vivere la sensibilità di chi si prende cura dell’altro è un atto rivoluzionario; vivere nella sensibilità artistica che crea forme di comunicazione e metafore della nostra esistenza nella volontà di far fronte comune ad ogni genere di violenza è un atto rivoluzionario.

Questo è lo sforzo culturale e umano degli artisti della mostra VERO VERDE PER LA PACE che portano le persone ad esperire emozioni profonde nella sintesi complessa dell’attivismo ambientalista e della ricerca artistica.

In queste opere troviamo simboli di trasformazione; la natura che è rigenerativa di fronte alle forme dell’autodistruttività umana.

Una natura a cui oggi ci accostiamo sempre più in termini drammatici dato che siamo esposti ad eventi estremi.

La ricerca itinerante del sapere simbolico connesso alla natura dei popoli indigeni dell’Amazzonia ci permette invece di esplorare una dimensione umana compresa nella natura.

Una dimensione dalla quale noi siamo completamente alienati a meno che di fare lo sforzo di coltivare una spiritualità soggettiva in cui diamo valore ad ogni essere vivente. Ridurre l’Io dunque all’essere e non all’avere; l’essere che è consapevole della connessione profonda che esiste tra tutte le forme viventi.

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“Amantes ut apes”
di ENRICA MANNI e DANIELA MONARDO

In un racconto amiamo le descrizioni: sanno ritardare il movimento, spingono alla concentrazione, riescono a caratterizzare allusivamente un personaggio o una scena, anticipano gli avvenimenti con immagini premonitrici, intervengono nell’articolazione logica della narrazione o anche solo arricchiscono il contesto di forme e colori.

È come prendersi il tempo di visitare una mostra.

E a volte crediamo di pensare per immagini, ci capita quando osserviamo prima i dettagli, o ci esprimiamo con metafore. Però poi, di fronte a un quadro o a un’opera d’arte, le parole pretendono il loro significato più semplice e concreto, spesso a partire da quello originario.

Favo, cera, cella, preda, api, arnia, alveare, bottinatrici…..

Nel nostro caso in primo piano ecco un elegante e armonico reticolato di cera realizzato da laboriose operaie. 

Un telaietto in legno porta in superficie e fa da cornice a un favo, non naturale, artificiale.

Vera è la cera e l’opera d’arte ha un titolo: “Conservo Parole Dolci Per Un Altro Mondo”. 

A distanza si distingue dalle altre installazioni presenti in mostra perché è piccola, scura, essenziale. Avvicinandoci veniamo chiamati in causa: alcune delle celle in cera contengono pochi, piccoli, rigidi, freddi caratteri mobili. 

Leggiamo e siamo ad un bivio: vogliamo essere prede o predatori?

Niente più armonico appoggiarsi solidale fra esagoni perfetti, contenitori ideali, morbidi nidi e magazzini insieme, curati e cerati per ospitare larve e miele, vita e alimento di uno sciame ben organizzato e orchestrato da continuo operoso brusio. 

Certo in fabbrica, ognuno al suo posto, pesavano le disuguaglianze sociali, oggi sono in crescita! Il sistema non reprime come un tempo, seduce come non mai. Ciascuno è servo e pensa di essere padrone, la lotta di classe è lotta interiore.

“E tu chi sei? preda o predatore?”  Tra vittime e carnefici sembra non esserci spazio lasciato a soluzioni pacifiche di conflitti inevitabili. Eppure noi esseri umani somigliamo alle api, come ci ricorda Virgilio che a Mantova aveva imparato a osservarle. 

“Amantes, ut apes, vitam mellitam exigunt” – “Gli amanti come le api conducono una dolce vita”- liberto greco o colto proprietario a margine di un quadretto con anatre affrescato sul fondo del peristilio della Casa degli Amanti a Pompei.

Somigliamo alle api: anche noi operaie, larve, regine, bottinatrici, nutrici, ceraiole, anche noi in declino e sempre meno da queste parti, altrove invece alle prese con sciamature e migrazioni coatte, come le api preda di cambiamenti climatici difficilmente arrestabili.

Esposto a parete allora il telaietto che incornicia un semplice foglio incerato potrebbe suggerire di tornare a scegliere il bene comune, sostare in contemplazione, darsi tempo per far maturare gli eventi, capire in comunità il senso e il limite, evitare l’ebrezza obnubilante della comunicazione che superficializzando le gerarchie nega la realtà del prima e del dopo.

Le api lo sanno come a tempo debito sciamare e così trasformare anche il paesaggio. 

E quindi: preda o predatore? Noi chi siamo?

In natura preda o predatore sembra siano coinvolti in una incessante corsa all’adattamento, ognuno di essi in risposta all’altro.

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.” (Dante, Inferno V. 103) 

Dice Francesca da Rimini al suo Paolo.

Se guardiamo con gli occhi della mente noi umani, sappiamo mettere in scena su palchi alternativi storie sempre diverse. Eravamo in preda a forti emozioni con Dante all’Inferno, sappiamo di essere predatori consapevoli di risorse primarie indispensabili alla vita di tutte le creature quando togliamo aria al verde.

Ci sono meno api perché mancano i fiori!

Diventiamo anche noi ecosentinelle in uno spazio alternativo a quello dei social media, ricorriamo all’antica virtù della speranza, crediamo all’utilità di azioni innovative, diamo al lavoro un significato diverso dallo sfruttamento.

Allestire e visitare una mostra dia tempo e sostegno a comunità narrative.

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Vero Verde per la Pace
di FRANCESCA ROSSI

Alcune mie riflessioni nate a seguito della lettura della descrizione del tema pensato da Patrizia Bonardi per la mostra dal titolo “Vero Verde per la Pace”:

La migrazione è un’azione spontanea di tutti gli esseri viventi per il perpetuarsi delle specie.

La competizione è naturalmente molto forte (pecillium e batteri) e questo vale anche per la specie umana.

Su diversa scala la competizione (come fenomeno naturale) è simile e crea equilibrio tra le popolazioni (visione positiva).

Per l’Uomo (nei processi naturali) la pulsione si ripete.

Per l’Uomo (che si pone al difuori dei processi naturali) la competizione (intesa come azione negativa: respingimento, dominio sull’altro, guerra…) crea disagio e opposte posizioni.

La questione è…

  1. Essere Umani richiede il riconoscimento di quanto avviene a livello naturale?
  2. Essere Umani richiede l’accettazione di quanto avviene a livello naturale?
  3. Essere Umani richiede il superamento di quanto avviene a livello naturale?

Quale posizione prendere??

“Essere Umani” dovrebbe porci nella necessità di comprendere ed accettare la nostra umanità! E forse questo ci potrebbe avvicinare ad un nuovo approccio alla migrazione … quale??

Tra i bisogni primari l’uomo ha la necessità del contatto vero con la NATURA … lo cerca, ma non riesce a trovarlo.

L’unico elemento di continuità con la natura è legato ai suoi sensi che ancora (ma per quanto?) “ascoltano” gli echi di quanto vissuto durante la co-evoluzione dell’uomo con la natura stessa.

Negli occhi abbiamo ancora il verde (che per la natura indica/segnala la presenza di vita vegetale).

Nelle orecchie i suoni ancestrali (acqua, vento, ecc..)

Siamo ancora in grado di sentirne l’eco?? E la loro potenza??

E, se sì, potremmo essere capaci di superare la pura naturalità verso una nuova umanità?

Forse questi echi ancestrali potranno aiutarci a “collegare” il vecchio (naturalità semplice) con il nuovo (naturalità impregnata di umanità) verso una nuova visione dell’altro.

Per questo il VERDE (colore per eccellenza della naturalità semplice) potrà aiutarci a trovare questa nuova dimensione umana sempre competitiva ma nel rispetto dell’altro (verso una dimensione di PACIFICAZIONE).

In relazione alle opere esposte:

Entrando nella mostra una grande installazione attrae la mia attenzione, si tratta dell’opera di Patrizia Bonardi dal titolo “le fonti per i bambini”!

Il colore Verde dell’acqua mi chiama e in quel “luogo” incontro i bambini per i quali Patrizia ha ideato queste fonti, per dare loro un’identità, un valore universale che parte da quanto sta avvenendo nella guerra che si sta consumando a Gaza, ma passando per tutte le altre guerre che attraversano il nostro mondo.

L’annodamento collettivo, segno del desiderio di Patrizia di far passare attraverso le nostre mani ed i nostri sensi queste vite spezzate, cerca di portare qui ed ora quello che avviene lontano e che per noi è senza corpo, né tempo … malattia dei giorni nostri.

Mi attrae inoltre la presenza sonora dell’opera di Silvia Corna e Bruno Dor, “Saberes a la escucha”, che riempie la mostra di suoni naturali dell’acqua che cade come pioggia sugli alberi della foresta e che scorre da essi fino ai torrenti e fiumi amazzonici verso il mare. Oltre ai suoni naturali, voci di uomini, donne e bambini raccontano il loro rapporto con la “madre” Terra e con tutto quanto contiene, da cui si comprende il grande rispetto che i popoli nativi hanno per i luoghi che abitano e conoscono intimamente.

L’acqua, ogni albero, fiore, animale della foresta (compreso l’uomo), ha un suo posto, una sua funzione che tutti indistintamente rispettano perché comprendono l’importanza di questo equilibrio per la vita di tutti.

Quando i vari “mondi” si incontrano, vi è uno scambio di riconoscenza ed accettazione dei bisogni di chi vi abita a favore di un equilibrio millenario, ma sempre in evoluzione; le forze naturali non spaventano, esistono e bisogna averne rispetto e profonda comprensione.

Mi atterrisce il pensiero di quanto la nostra “civiltà” moderna sia ormai lontana da questa consapevolezza che resta l’unica possibilità che abbiamo per trovare soluzioni di convivenza e rispetto verso questa Terra che continua ad esserci “Madre” ma che noi rapiniamo e spesso anche con disprezzo … mi sorge una domanda: “come fa ad amarci ancora?”

Di grande impatto per me è stata anche l’opera di Anna Crescenzi “We Are Nature” che, attraverso un’immagine rarefatta, ma non per questo meno nitida, mette in evidenza quanto il male (come strali rossi) che ci giunge diretto e che sembra ineluttabile non possa toccarci nel profondo se ci lasciamo invadere da quelle forze (le gocce verdi) che in fondo già sono racchiuse nel nostro intimo, ma che necessitano di essere dissotterrate da un’esperienza collettiva che è la coscienza ecologica che sta riaffiorando in molti nel grigio e nel sordo urlare di questa modernità.

Solveig Cogliani e Sabreen Haj Ahmad mi hanno riportato con i piedi per terra! La guerra e l’esperienza del camminare colonizzato mi hanno mostrato quasi con violenza cosa vuol dire NON POTERE.

L’opera proposta da Solveig Cogliani mi riporta alle immagini di grande sofferenza e violenza subita dalla popolazione durante una guerra (potrebbe descrivere qualunque guerra) e di come anche in queste condizioni esista una via di uscita: recuperare l’armonia con quanto ci circonda (il colore verde del vestito).

 L’opera di Sabreen Haj Ahmad descrive in potenza una forza liberatrice che scaturisce dalla forte volontà dell’artista di emanciparsi da queste “catene” verso una normalizzazione anche del solo suo camminare verso un futuro di maggiore consapevolezza. 

Infine mi ha stupito l’opera di Daniela di Maro. La vita delle api, di concerto con il mondo naturale, dimostra una “perizia” ed un’estraneità a quanto la circonda al di là della nostra mania moderna di antropomorfizzare quanto ci circonda.

Essa si svolge in completa armonia con il mondo naturale e con quest’ultimo si evolve. Di questo mondo naturale, forse ci è difficile ricordarlo, fa parte anche l’uomo, che può scegliere di usare delle sue risorse con rispetto o senza.

Questo è il punto di contatto mio, come osservatore, con quest’opera; la domanda in esso esplicitata: E tu chi sei? Preda o predatore? A volte concordo con le nubi che è ora di sparire.

L’incertezza che in essa è contenuta è la speranza, ultima che ci resta, di un futuro possibile.

Il Lavoro di Silvia e Bruno di osservazione e condivisione dei saperi tra il mondo “naturale” e questo nostro mondo può farci da guida verso una nuova umanità che sceglie di superare la pura istintività per recuperare un legame rispettoso verso ciò che ci circonda.

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Il sogno verde
di STEFANO TACCONE

Il sogno verde

È ormai quasi un decennio che il BACS di Leffe e la sua instancabile animatrice, Patrizia Bonardi – artista che ha costruito il suo specifico in rapporto alla sociologia, ai sociologi, e, più in generale, in dialogo con le altre discipline del sapere e con i suoi esponenti – propone mostre collettive che, coinvolgendo sempre nuovi nomi di artisti, puntano sulla, credono nella capacità dei linguaggi artistici visivi se non di cambiare le situazioni di fatto, almeno di dire qualche parola significativa su di esse. In tale ottica le questioni sono tante – dalla persistente oppressione sulle donne alle migrazioni di uomini che fuggono da conflitti e miseria, dalle guerre imperialiste alle problematiche ecologiche -, eppure finiscono per essere assolutamente concepite come un’unica battaglia per una società più democratica – nel senso sostanziale del termine, non come semplice diritto di entrare in cabina elettorale -, un po’ più fondata sul noi che sull’io – è la deriva verso la quale, ahimè, sembra condurci quell’ormai non più nuovissimo, ma sempre in rapidissimo “aggiornamento”, sistema di relazioni che ha come fondamento la telematica -, in termini più diretti, più felice – ma di una felicità che si ponga l’interrogazione sulla sua autenticità e non scambi per felicità l’adattamento, per quanto una felicità piena costituisca probabilmente la più grande contraddizione che si possa pensare rispetto all’essenza dell’universo che conosciamo.

Esiste una via percorribile – Patrizia e gli artisti in mostra sembrano crederci fermamente –, una via in cui il vero si scopre verde – come tutto ciò che è giovane e vivo – e il verde si scopre vero – come la lucentezza e la trasparenza di un cristallo -, per giungere ad una pace che non sia retorica e tanto meno il suo contrario – tale parola è stata in questi decenni costantemente insidiata dalla tracotanza menzognera di coloro che ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; e la “solitudine”, il deserto di macerie è quanto mai presente sotto i nostri occhi in questi giorni, allorché ci imbattiamo nei raccapriccianti servizi che ci mostrano la striscia di Gaza dopo la “guerra ad Hamas” -, ma una condizione di armonia e bellezza. Certo sempre soggetta a negoziazione, un continuo lavoro in corso, eppure un sogno irrinunciabile.

È il sentiero solcato, ad esempio, Silvia Corna e Bruno Dor, i quali, attraverso il “viaggio-ricerca” tra Colombia, Ecuador e Perù, entrano in contatto con indigeni i cui antichissimi modi di vita emergono quali paradigmi di un più consapevole rapporto di interdipendenza tra l’essere umano e il resto della natura, rispondendo implicitamente a recenti bestseller autoassolutori ed autoesaltatori come quello del giornalista Federico Rampini, Grazie, Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto (2024)1, ove egli rivendica esplicitamente la superiorità dei modi di vita occidentali, senza accorgersi di ricadere in tal modo in un territorio non troppo distante dalle idiosincrasie xenofobe dei sovranisti che, da fiero liberal, tanto è impegnato a stigmatizzare. 

La coscienza di essere parte inestirpabile di un tutto – e da un tutto – sembra risiedere a fondamento anche del dipinto di Anna Crescenzi, ove le gocce verdi divengono simbolo positivo, concorrente rispetto alle saette rosso-nere, simbolo di violenza e distruzione che si abbatte sul capo della figura in toni di grigio; una contrapposizione evidenziata non solo dal contrasto cromatico ma anche dal differente andamento delle prime – perfettamente verticali – e delle seconde – sinistramente oblique. 

O anche nella ardita giustapposizione di Alberto Casiraghy, ove la coscienza non è altro che il prodotto della potente riemersione dell’inconscio: l’iperreale immagine di un cervello sospeso in una dimensione indefinita che dialoga con una maschera africana ready-made dà luogo ad atmosfere surrealisteggianti. 

Daniela Di Maro sembra invece alzare i toni della discussione, pur condividendo senza alcun dubbio certi presupposti di fondo. Il suo è un j’accuse garbato, persino elegante, ma non di meno preciso, mirato, contro l’oppressione, addirittura la schiavizzazione, cui l’uomo sottopone altre specie viventi, in questo caso le api. La scelta di mettere a disposizione degli spettatori una lente di ingrandimento per decifrare le piccole lettere, incastonate tra le cellette dell’oggetto installato, che vanno a comporre un testo – tra il sibilino e il minaccioso – diviene tacita esortazione a non lasciarsi sfuggire il particolare a stento visibile, a non analizzare con sguardo distratto, ché proprio dando maggior peso a ciò che non sempre appare immediatamente evidente sotto ai nostri occhi potrebbe mutare la visione generale delle cose. 

Anello di congiunzione ideale tra il motivo ecologico e quello delle terre martoriate dalla guerra, in particolare il Medio Oriente, costituisce a questo punto il vestito che fa da supporto pittorico, al posto della tradizionale tela, di Solveig Cogliani, ove se il verde dello sfondo evoca le tematiche ambientali, i disegni deliberatamente infantili intendono richiamare Frida Kahlo, simbolo di ferite interiori e trasformazioni, mentre la stessa circostanza per cui il vestito sia stato acquistato a Gerusalemme, durante una passeggiata con la celebre attivista pacifista Luisa Morgantini per la residenza del progetto The Human Bridge, ci riconduce agli inquieti scenari internazionali già evocati in precedenza. Fondato su uno scambio tra artisti palestinesi – Ayman Khalil e Sabreen Haj Ahmad, a Roma dal 20 al 31 maggio 2023 – e artisti italiani – Alessandro Calizza, oltre alla stessa Cogliani, a Gerusalemme dall’11 al 22 giugno 2023 -, il progetto intende creare una sorta di ponte umano che trascenda distanze geografiche, culturali e politiche2.

Sabreen Haj Ahmad è presente con un dipinto anche nella mostra di Leffe. Esso è parte di un ciclo che indaga il concetto del camminare, azione ritenuta comunemente fin troppo consueta, ma un po’ meno tale nel momento in cui, come specifica l’artista, si tratta di «camminare all’interno del contesto dell’occupazione israeliana», giacché allora «diventa un atto strettamente legato alla libertà»3. Poiché la libertà «di camminare può rappresentare un grande atto decoloniale. In questi lavori mi propongo di decolonizzare i miei piedi e ciò che mi circonda, passo dopo passo, ala dopo ala». Nel dipinto in questione le dita del piede si moltiplicano all’inverosimile, una sfera raggiante si staglia sul polpaccio frantumandosi in due metà, mentre l’intero arto è circondato da una falce di luna gialla, in contrasto cromatico con i suoi toni rosacei. Nella tradizione iconografica cattolica Maria, identificata con la donna vestita di sole del libro dell’Apocalisse (12, 1), tiene la luna sotto i suoi piedi simboleggiando la vittoria sull’incostanza. Resta da capire se la luna, diversamente posta rispetto al piede ritratto dalla artista palestinese, rappresenti dunque, vice versa, un prevalere dell’incostanza, ovvero dell’incertezza, data dal camminare in un territorio occupato o, piuttosto, un semplice simbolo di fertilità.

La martoriata Palestina è al centro anche dell’operare – più ancora che di un’opera – della stessa Patrizia Bonardi, decisa a manifestare il suo spirito di solidarietà, ma anche a suscitarlo in quel mondo occidentale che si crede non coinvolto nella vicenda, se non addirittura parte lesa. Nella «cascata di bendaggi realizzata con un’azione meticolosa di annodamento» – «circa un centinaio di bendaggi annodati ogni tre centimetri e successivamente impregnati di cera d’api e lavorati come fossero foglioline d’oro» – ciascun nodo, chiarisce l’artista, «pensa a un bambino che non c’è più». E questo mi pare dica già tantissimo, nella sua delicatezza. 

Infine, Sem Galimberti, con i suoi dipinti-mappe sembra ancora riferirsi al motivo dell’incertezza, della precarietà – quella del viaggiatore, quella del mondo contemporaneo ove tutto corre all’impazzata e, almeno in superfice, tutto sembra continuamente mutare e non si riesce a stare al passo -, ma proponendolo non solo in quanto fonte di angoscia, ma anche come opportunità dell’imprevedibile, del differente. Ibridare eterogenei codici linguistici, ma unificarli sul piano spaziale e stilistico, induce appunto nello spettatore un senso di caos, ma anche di stimolo alla scoperta, alla deriva del visivo, promettendo di risalire fino ai tempi dell’archeologia.

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  1. Cfr. F. Rampini, Grazie, Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto, Mondadori, Milano 2024 ↩︎
  2. Cfr. L. Ginestra Giuffrida, «The Human Bridge», liberi di camminare, in “Alias. Il Manifesto”, Roma, sabato 10 giugno 2023; https://ilmanifesto.it/the-human-bridge-liberi-di-camminare ↩︎
  3. Ibidem ↩︎