
Migrare

Paladai

Relitto mare

C’era una volta


Nel mare

Diatomea

Uomini

Il pensiero nudo

Naide

Meduse a Pantelleria

Animale Superiore

La speranza dei migranti per un futuro migliore
INDICE TESTI DEDICATI ALLA MOSTRA E AI SUOI LAVORI
VERONICA POLESE – Le inclinazioni dell’acqua
TANIA DI MALTA per Migrare e Paladai
STEFANO TACCONE – Se i sentimenti nell’acqua divengono forma
CONCHITA SILIQUINI – Siamo tutti nella stessa barca
SILVIA CORNA – Figli dell’acqua
GIUSEPPE LANGELLA – Disastro ambientale
FRANCESCA ROSSI – Verde, un differente punto di vista
DANIELA GENSABELLA – Il pensiero nudo
CARMEN PUPO – Il segreto dell’acqua
ANTONELLA FUCECCHI
Nel mare per Ettore Moschetti
Relitto mare per Patrizia Bonardi
Untitled perKatarzyna Serkowska
Le inclinazioni dell’acqua di VERONICA POLESE
I. Inclinazioni (pensando a Diatomea di Elisa Cella)
Nel suo “Trattato di storia delle religioni” Mircea Eliade scrive:“Nella cosmogonia, nel mito, nel rituale, nell’iconografia, le Acque svolgono la stessa funzione, quale che sia la struttura dei complessi culturali entro cui si trovano: precedono ogni forma e sostengono ogni creazione”.Secondo l’antropologo delle religionile acque sono la matrice universale che contiene ogni potenzialità dell’esistenza, in cui la vita si sviluppa a partire dal livello infinitesimale. È dunque facile comprendere la diffusione e l’evoluzione dei miti che narrano l’origine dell’umanità o di uno specifico gruppo etnico dalle acque. Oltre ad assumere una funzione come principio di vita, l’acqua è intesa ancora prima come fonte dell’esistenza universale ed è presente quale elemento originario in numerose cosmogonie. Se si pensa all’ipotesi che la vita sul nostro pianeta si sia sviluppata in un habitat definito “brodo primordiale” o che la vita di ciascuno di noi sia iniziata tra le acque del liquido amniotico, ci si rende conto di come credenze che vengono pensate come “primitive, rituali o arcaiche” in realtà non siano poi così lontane dall’attuale “verità” scientifica.
II. Sacralità e femminino
Data la sua profonda connessione con l’origine della vita, il genere umano ha universalmente intrecciato una imprescindibile relazione con l’acqua, che va letta alla luce di dinamiche culturali e sociali, a cui inevitabilmente tale relazione ha dato origine. Segni della credenza nella sacralità delle acque, come metaforico guizzo di vita, sono giunti a noi sin dai tempi lontanissimi della Preistoria e ancora oggi migliaia di persone si muovono in pellegrinaggio verso le fonti dell’acqua “che guarisce”.
(Pensando a C’era una volta di La Chigi)
Uno degli esempi più noti è Lourdes, località della Francia da dove è addirittura possibile ripartire con scorte di acqua “miracolosa” imbottigliata. Ricordo bene le bottigliette in plastica, simulacro pop della Madonna locale, contenenti l’acqua che mia nonna Maria definiva benefica per la salute e che per tale motivo era dovere di tutti i nipoti centellinarla fino alla scorta successiva di “grazia” liquida.
A quelle acque viene attribuito un mistico potere di guarigione che deriva dalla collocazione della loro fonte nel luogo dell’apparizione mariana. Guardando oltre, è possibile individuare l’associazione tra la presenza della potenza generatrice femminile, simboleggiata dalla Vergine Maria, e gli effetti benefici collegati alle acque del luogo, tant’è che si sviluppa un’iconografia della Madonna peculiare della località di Lourdes.
(Pensando a Naide di Carlo Previtali)
Esistono numerose testimonianze risalenti a culture antiche che legano sorgenti, stagni, laghi e grotte umide all’immagine del femminile e al suo potere generativo. In diverse culture africane la Madre Primordiale si manifesta all’umanità attraverso quelle che ancora l’antropologo Mircea Eliade definisce ilogenie cioè antropogonie acquatiche, le cui narrazioni mitologiche vedono sgorgare dalla terra l’acqua simboleggiante l’essenza femminile arcaica. In Africa occidentale e centrale era piuttosto diffuso il culto di Mami Wata, venerata come la sovrana delle acque. A questa divinità era attribuito un forte potere di influenzare i suoi devoti e le loro emozioni, al punto tale che, nelle suddette aree, non vi era nessuno che non avesse ascoltato testimonianze di rapimenti ad opera della potente divinità acquatica.
(Pensando a La speranza dei migranti per un futuro migliore di Mohamed Krit)
Sebbene oggi la scienza padroneggi alte conoscenze sullo stadio prenatale, l’umanità continua a nascere attraverso le ilogenie di Mircea Eliade: ogni bambino fluttua per nove mesi tra le acque del liquido amniotico, che lo tiene al sicuro nel ventre materno, e viene al mondo con la “rottura” delle acque, corrispondente al meccanismo fisiologico della rottura delle membrane del sacco amniotico. Ecco perché anche secondo il culto di Mami Wata, la divinità non era solo principio costituente della natura umana, dal potere generativo, e madre ontologica ma era connessa ad ogni singola vita: la tradizione infatti insegnava che lo spirito di Mami Wata scorreva nel sangue di ogni bambina o bambino africano.
III. Racconti, relazioni, segni.
Anche nel deserto dei Tuareg l’acqua scorre tra il mondo magico e il mondo fisico, unendo i due piani ancora una volta attraverso il corpo dei neonati, come si narra nella fiaba La grotta di madreperla, attraverso le parole del capo carovana El Aalyia, che ha vissuto l’esperienza del contatto con gli spiriti:
“I djenoun amano l’acqua. Ne hanno bisogno proprio come noi, e come noi hanno sete. Quando un bambino appena nato dorme vicino alla mamma, gli spiriti gli girano intorno, vedono il piccolo corpo morbido, scuro, protetto da una coperta e credono che si tratti di una guerba piena d’acqua che è stata messa a fianco di una madre ammalata per alleviare la febbre e così se la portano via. Ma se vedono dei tagli sul corpo del piccolo penseranno che il contenitore è fessurato e quindi è inutile prenderlo.”
Nel racconto i djenoun (i geni), durante le loro scorribande notturne, facevano sparire i neonati dai villaggi, perché nell’oscurità del deserto, a causa degli occhi di due colori diversi, non vedevano bene e li scambiavano per guebas (otri di pelle) piene d’acqua.
Come l’acqua tessa un legame con la cultura umana e assuma ruolo di codice, in questo caso di ansia esistenziale e credenza popolare, traspare lungo tutta la narrazione.
Nell’introduzione leggiamo una sorta di metanarrazione composta da frasi come:
“Hai paura che i pozzi si secchino, vero?” riprende Tatenia ridendo. “Non avere paura, tutte le donne conoscono quella leggenda. Hadjra la racconta a chiunque è disposto ad ascoltarla e poi raccomanda di stare attenti alla vendetta dei djenoun.”
“Nessun altro potrebbe raccontartela meglio di me perché abito proprio di fronte alla grotta. Vieni da me domani a mangiare il cous cous. Ma vieni da sola, le storie di djenoun non si possono raccontare davanti agli uomini.”
(Pensando a Paladai di Piero Legnaghi)
Nella storia una donna, poverissima e anziana, possedeva tre bellissime guerbas con le quali si recò a raccogliere acqua. Non avendo trovato nessuno che l’aiutasse a trasportarle, fu costretta a fermarsi nei pressi di una grotta popolata, a sua insaputa, da djenoun che le rubarono le guerbas piene d’acqua. Nel corso delle vicende però giunse in suo soccorso un coraggioso capo carovana che per la sua bontà ne riuscì a scoprire la natura segreta di spirito femminile e bonario. L’uomo, sorpreso, pronunciò il suo nome, “Dassine”, infrangendo il segreto, ma lo spirito benevolo lo ammonì del pericolo: “Zitto! Non dire una sola parola perché incombe ancora la minaccia per chi viola il segreto: pozzi prosciugati, miseria e morte”.
Dalla narrazione è possibile rilevare come la malasorte, intesa sul piano del mondo magico, si associ all’assenza d’acqua, piano del mondo fisico, in maniera chiara e diretta, una congiunzione che viene sigillata dalle parole di un’entità extra umana, che sottolinea quanto il suo peso incomba costantemente minaccioso sulla possibilità di sopravvivere.
IV. Morte e rinascita rituale.
(Pensando a Relitto mare di Patrizia Bonardi)
In alcune tradizioni Mami Wata era una divinità-sirena che, secondo il mito, gli esseri umani potevano incontrare e addirittura potevano restare a vivere presso la sua dimora. Vi era una condizione imprescindibile però: bisognava accettare di lasciare andare la vita ovvero era necessario morire. Ma Mami Wata era piuttosto benevola e concedeva anche l’opportunità di tornare in superficie. Le persone tornate alla vita (sulla terraferma) riapparivano con abiti puliti e asciutti (particolare che ricorda la credenza che l’acqua di Lourdes abbia la proprietà di non bagnare), un aspetto migliore, ricchezze e soprattutto, dettaglio tutt’altro che trascurabile, con la consapevolezza.
A proposito del legame delle acque con la morte e la rinascita, l’antropologo e storico delle religioni James Frazer in Il ramo d’oro spiega che nell’antica India una persona creduta morta “erroneamente”, alla quale ormai erano stati conferiti i rituali funerari, era sottoposta al tabù di interagire con la società dei vivi. Il suo reinserimento nella comunità infatti richiedeva la riconquista di un nuovo status di persona “vivente”. Per far ciò era necessario sottoporsi al rituale di una nuova nascita: la prima notte da non-morto andava trascorsa in un mastello colmo di acqua e grasso, in assoluto silenzio, sedendo con i pugni incrociati (verosimilmente in posizione fetale), finché non venissero eseguiti i sacramenti destinati alle gestanti. Solo allora la persona poteva essere considerata pronta a tornare tra i vivi e viceversa il mondo dei vivi poteva dirsi pronto ad accogliere la sua ri-nascita.
V. Dall’umano al disumano
(Pensando a Animale superiore di Alfredo Colleoni)
Fin qui il tentativo è stato quello di raccontare, attraverso la memoria culturale, l’insegnamento che il presente riceve dal passato antico e ancestrale. Una lezione di sostenibilità sulla quale le diverse umanità hanno improntato il proprio rapporto con le acque, universali e geografiche, quale rappresentazione puntuale della totalità dell’ambiente e del cosmo. La sacralità che veniva attribuita loro, di fatto non è da considerarsi semplice orpello di credenze ormai superate dalla contemporanea e iper moderna società della prestazione, ma l’espressione di una saggezza, a volte inconsapevole, del rispetto per gli elementi naturali da cui dipendiamo in tutto e per tutto. Un mito come quello di Mami Wata sirena, che esige la morte in cambio di una esistenza al suo cospetto ma che prodigiosamente lascia tornare alla propria terra chi lo desideri, rendendolo ricco di consapevolezza, muove riflessioni e domande, in particolare in relazione alle ininterrotte tragedie nelle acque del Mediterraneo, che continuano a segnare la nostra epoca “civilizzata e progredita”. Persone di ogni età, genere e cultura partono in cerca di un’esistenza più giusta e più equa, e trovano solo morte e sparizione, inghiottite dalle acque del mare.
Mami Wata non mantiene più la sua parola? O i superstiti che ritornano alla terraferma, di un nuovo mondo, protetti dalla Sovrana delle Acque, giungono ad una consapevolezza più intensa di chi quel viaggio non lo ha mai intrapreso?
Come abbiamo fatto a trasformare l’acqua in strumento di morte?
Come abbiamo reso una divinità, spettro dei nostri tempi?
Poesie per Migrare e Paladai di TANIA di MALTA
SCAPOLA per Migrare di VALENTINA PERSICO
Scapola
Distinto a malapena dall’azzurro
pare a tratti acquerello in velatura
nella fragile radio trasparenza,
di chissà quale urto l’infrazione.
E nel mistero che difende il mare
surreale silenzio che sgomenta
in un addio lentissimo che affonda
nell’ archeoplastica e i suoi cimeli.
PALADAI per PIERA LEGNAGHI
Acqua
C’è un paesaggio di cartone
dall’Expo ai messicani
dove l’acqua imbottigliata
paghi più di una coca cola
Sceriffi senza stella
con mani sopra il cuore
con leggi per caimani,
truccati da cicogna.
Nel becco letti secchi,
fagotti di vergogna,
e lei rubata, avvelenata
e umiliata dal… plin plin
Se i sentimenti nell’acqua divengono forme
di STEFANO TACCONE
Sentire l’acqua, sentire dell’acqua, sentire nell’acqua… La prima sensazione che avverto quando mi pongo a scrivere dell’acqua in astratto somiglia al terrore di navigare senza bussola in alto mare, ove non si vede alcun lembo di terra e magari le scorte di acqua potabile sono esaurite da tempo. Perché i discorsi che si potrebbero articolare sull’acqua sono vasti quanto un oceano, ed altrettanto lo sono, probabilmente, quelli che sono già stati formulati. Se per ipotesi distendessimo su di un piano tutte le pagine che sono state scritte sull’acqua, quante superfici oceaniche potremmo coprire?
D’altra parte, l’acqua è sfuggente, contraddittoria, inaffidabile: non ha colore, ma nel nostro immaginario è blu; è in ogni corpo, ma costantemente impalpabile; ci lamentiamo che non c’è acqua, ma temiamo di essere sommersi. Il futuro distopico che ci attende incorpora proprio quest’ultima nefasta dualità: il cambiamento climatico come causa di siccità, ma anche di inondazioni.
Riflettere attraverso i linguaggi delle arti visive intorno all’acqua, immergerli in essa affinché possano poi venire a galla nuove, rigenerate e rigeneranti, sensazioni è ciò che ha invitato a fare Patrizia Bonardi. Seguire le rotte disegnate dalla mostra che ne è scaturita mi appare l’unico espediente per non soccombere al terrore di una sconfinata distesa d’acqua, al destino del naufragio dei sensi. L’acqua si scopre così in relazione alle varie esperienze concrete che connotano la vita contemporanea e le sue (eco)ansie.
Si vedano in tal senso la fotografia di Arianna Iezzi – che testimonia dell’incipiente invasione delle meduse – o quella di Katarzyna Oliwia Serkowska –che potrebbe anche possedere un certo fascino sul piano estetico, ma agli occhi di uno scienziato non equivale che ad un infausto paesaggio -, così come le sette – lo stesso numero dei giorni che Dio impiega nella Creazione giacché qui si sta narrando di un paradossale ed amarissimo procedimento inverso? – scatole di La Chigi, nonché la sottile scultura in ferro di Elisa Cella. In quest’ultima un certo discorso appare meno immediato, eppure non meno presente: tipicamente affascinata delle forme dell’infinitamente piccolo – persino da quelle dei virus che si vedono al microscopio – ella allude infatti alle diatomee, alghe unicellulari che producono il 25% dell’ossigeno presente in atmosfera, ma crescentemente minacciate dall’acidità delle acque.
Vi è poi chi non disdegna di evocare le paure legate all’alterazione della biosfera, ma lascia intravedere anche una possibilità di invertire la rotta: «considerare il pianeta Terra come il nostro corpo allargato e sacro» è l’invito che implica il nudo maschile – significativamente dipinto in blu – di Daniela Monica; l’ “animale superiore” in grado di abbrutirsi e di abbrutire ciò che lo circonda, ma anche di librarsi al di sopra della miseria che aleggia nei monotipi su carta cotone di Alfredo Colleoni. Su tale terra di mezzo pare muoversi anche Ettore Moschetti, chepunta sull’ambiguità della visione di un corpo nel mare che potrebbe tanto stare per affondare quanto per riemergere, riallacciandosi però in tal modo anche all’altro dramma connesso al mare che è tipico degli ultimi decenni, quello dei migranti, quello delle stragi al largo delle nostre coste – vicende che peraltro non è che siano troppo scisse dal problema del clima, dal momento che sempre più le cause della migrazione avranno a che fare con fattori climatici.
Coloro che pongono al centro tale tema sono però innanzi tutto Mohamed Krit, che – cosa meno frequente di quanto avvenga solitamente – procede dalla sua esperienza diretta, e Valentina Persico, lontanissima però dall’icasticità del tunisino e mirante piuttosto a restituire il senso di “insostenibile leggerezza” di colui che vive senza solidi punti di riferimento.
Una sorta di regressione in un passato fatto di maggiore semplicità e più in armonia con i ritmi biologici, malgrado le non trascurabili differenze, pare invece compiersi in Dolores Previtali e in Carlo Previtali, stesso cognome ma nessuna parentela. Se le terrecotte vagamente antropomorfe della prima evocano la dimensione sobria di un “piccolo mondo antico” per il quale l’artista attinge ai suoi stessi ricordi di infanzia, le ceramiche del secondo risalgono al mito greco, con tutto il suo carico di aura e mistero. L’approccio più squisitamente spirituale al tema dell’acqua viene però probabilmente da Piera Legnaghi, che attinge a piene manialla tradizione indiana.
Dulcis in fundo Patrizia Bonardi: il suo voluminoso oggetto vorrebbe riferirsi innanzi tutto allo scheletro di una imbarcazione, magari così ridotta in seguito all’esito infelice del suo ultimo viaggio; ma a ciò si aggiunge la capacità di suggerire qualcosa di – non più – vivente, le ossa di una creatura marina non meglio identificata, sollevando ancora una volta le scottanti questioni che pervadono l’intera mostra.
Siamo tutti nella stessa barca
di CONCHITA SILIQUINI
Contributo sociologico di Conchita Siliquini sull’opera di Mohamed Krit
“La speranza dei migranti per un futuro migliore” 2023-Fotografia- 99x66cm
Osservando l’opera di Mohamed Krit si entra in un mondo fatto di forza, speranza e coraggio e allo stesso tempo di fragilità e senso di abbandono e solitudine dell’essere umano. Lo si percepisce nello sguardo intenso di questi migranti. Mi colpiscono particolarmente gli occhi di questo bambino che racchiudono l’amore di cui tutti i bambini avrebbero bisogno, un amore universale e senza confini, quei confini che purtroppo rappresentano una barriera etica e culturale dalla quale è necessario e urgente liberarsi prima che sia troppo tardi. L’opera di Mohamed Krit è una rappresentazione eloquente e profonda di come i concetti di pregiudizio, diffidenza e distanza debbano essere superati lasciando spazio ad una cultura di accoglienza e convivenza. Dal 2019 più di 8.000 persone su circa mezzo milione sono morte o rimaste disperse sulle rotte del Mediterraneo verso l’Europa, e tra coloro che sono arrivati in Europa il 20% era costituito da bambini1. L’ UNICEF stima che 11.600 bambini, una media di 428 bambini a settimana, sono arrivati sulle coste dell’Italia dal Nord Africa da gennaio 2023. Nei primi tre mesi dell’anno 2023 il 71% dei bambini e delle bambine arrivate in Europa attraverso il Mediterraneo centrale sono minori non accompagnati. Un altro dato allarmante è che fra i minori stranieri non accompagnati, le bambine e le ragazze sono ancora più in pericolo perché più facilmente soggette a violenze e abusi sessuali. Su quelle barche ci sono famiglie ovvero persone con una propria storia alle spalle, storie di sofferenza e di perdite sia dei propri cari che della dignità umana. Quello della migrazione è un tema epocale e molto complesso. E’ vero che in questo scenario drammatico di flussi migratori e di morti continue l’Europa è rimasta alla finestra a guardare. Ognuno, a mio avviso, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Rimpallarsi le responsabilità non risolverà il problema dei flussi migratori che diventeranno sempre più numerosi, se pensiamo anche al dramma del riscaldamento climatico. I problemi sono sempre interconnessi per cui occorre pensare sempre più in maniera sistemica se vogliamo salvarci come umanità, la quale non si rende forse conto di trovarsi su un’unica barca. La vera invasione nel prossimo futuro sarà quella delle acque. Il livello delle acque, infatti, a causa dell’innalzamento delle temperature salirà e porterà ad una riduzione della terraferma. Le previsioni degli scienziati ci dicono che in futuro anche in Italia molte città saranno sommerse dalle acque. In più, a causa della siccità, i rifugiati climatici aumenteranno esponenzialmente. Cosa faremo allora? Occorre sin da ora seminare cultura, conoscenza e disposizione a ragionare per grandi sistemi.
Perché scegliere la cultura quale vettore del dialogo tra i popoli?
Non certo come panacea o surrogato delle politiche già esistenti nell’ambito del partenariato euromediterraneo. Lo scopo è piuttosto di coinvolgere le società civili in soluzioni miranti a porre fine alle discriminazioni di cui sono oggetto ancora troppo spesso i cittadini europei originariamente immigrati, a far cessare la persistente situazione di ingiustizia, di violenze e di insicurezza in Medio Oriente e a lanciare programmi educativi che consentano di sostituire le vicendevoli percezioni negative con la conoscenza e la comprensione reciproche. Il problema è in realtà quello dell’assestamento, in seno ad una data società, di elementi nuovi che dal momento del proprio arrivo, concorrono a far cambiare la società stessa partecipando essenzialmente alla sua evoluzione. E’ fittizio opporre una supposta società immobile ad immigranti che troverebbero le porte sbarrate. In effetti, esiste un rapporto di reciproca metamorfosi tra migrazione e società secondo il quale entrambe si trovano coinvolte, sin dal principio, in una stessa avventura in cui l’apparente difficoltà fa riferimento alle proporzioni e alla durata, dato che in un caso si tratta spesso di singoli destini, mentre nell’altro di impalpabili evoluzioni lente e generali. La migrazione trasforma di fatto tanto le società di arrivo quanto quelle di partenza. Il problema del rapporto culturale nello spazio euromediterraneo coinvolge ogni individuo e quindi noi e si pone tanto per i paesi del Sud che per quelli del Nord. Ed è addirittura in questo senso che l’impatto della modernità ha suscitato i cambiamenti più radicali, profondi e sconvolgenti, facendo della trasmissione e della condivisione di cultura (nel senso antropologico del termine) una delle questioni più scottanti delle società in profondo mutamento. Il dialogo tra i popoli e le culture: una posta in gioco centrale nel rapporto Euromediterraneo. Per i popoli del Nord e del Sud del Mediterraneo si tratta, nell’immediato, di far fronte insieme ai cambiamenti internazionali e alle incertezze da cui sono attraversati, non più ognuno per sé e nel rispetto delle reciproche differenze. Nel lungo periodo, è importante sviluppare il sentimento e la percezione di un destino comune. Il dialogo tra i popoli e le culture è quindi chiamato a giocare un ruolo decisivo nella costruzione di uno spazio euromediterraneo “dotato di coesione e di senso”. Un tale dialogo dovrà pertanto avere i nostri studi e le nostre ricerche anche con uno sguardo di genere che tenga conto delle diversità culturali e dell’impatto che queste possono avere sulla convivenza civile.
Sempre più la fuga è divenuta espressione del nostro mondo, del tempo in cui ci è dato vivere. E’ una fuga che vede l’Europa come approdo, luogo di salvezza. Sulle coste meridionali del nostro continente giungono persone che si lasciano alle spalle, come già detto, paesi in fiamme, dittature, genocidi, carestie, catastrofi climatiche e ambientali, guerre divenute inani e senza fine contro il terrorismo, di cui molto spesso le politiche occidentali, connesse a un modello economico e biopolitico di spartizione, sono direttamente o indirettamente responsabili. I rifugiati sono oggi il prodotto su scala industriale di quella grande guerra, immateriale e non dichiarata, che è la guerra contro i poveri, dove un confine netto separa chi ha diritto di muoversi da chi quel diritto si vede negato. Ma una guerra planetaria, che distingue tra soggetti di diritto e corpi marginali in balia di eventi decisi altrove, non può rendere l’Europa un filo spinato. L’Europa che vogliamo deve essere un luogo di accoglienza, di rispetto, di dignità. Invece, queste “persone” trovano spesso respingimento, inferiorizzazione giuridica, economica e sociale, privazione della libertà. Molti di loro trovano la morte durante il viaggio, così che il Mar Mediterraneo si è trasformato in un cimitero dove si compie il naufragio di quello stesso pensiero di eguaglianza e solidarietà che fonda le nostre democrazie. Tuttavia l’Unione Europea che dal 2000 dichiara di voler prevenire e combattere il traffico di esseri umani sta, di fatto, permettendo che profughi e migranti attraversino il Mediterraneo mettendo la propria vita nelle mani di organizzazioni criminali transnazionali, perché è stato lasciato loro il monopolio del trasporto in mare.
E’ giunto il momento che l’ Unione Europea guardi a se stessa: alla distesa, al mare di morti che le sue politiche hanno causato e continuano a causare, e che cerchi soluzioni concrete e immediate, se non vuole che i suoi stessi cittadini rifuggano lo sguardo delle istituzioni. Sono più di ventimila gli uomini, le donne e i bambini annegati nel Mediterraneo dal 1988 in poi. Una tragedia epocale, della quale non potremo dire che non sapevamo, quando sarà diventata storia. Storia d’ Europa.2
NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI L’ODISSEA DI UN MIGRANTE BAMBINO
Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda racconta la storia di Enaiatollah Akbari, nato nell’Afghanistan martoriato dalle guerre. Viene descritta la sua vita: dalla sua nascita nel paese fino al viaggio che l’ha condotto in Italia. Geda riporta quindi nel suo romanzo una storia vera, il cui protagonista è stato intervistato dal medesimo autore. ”Nel mare ci sono i coccodrilli” è innanzitutto una metafora del viaggio di Enaiatollah che di coccodrilli nel mare ne ha incontrati tantissimi, e non solo nel mare. E’ una metafora che paragona il mare alla vita e i coccodrilli a tutte quelle cose e persone che hanno ostacolato Enaiatollah. In particolare è una frase che rimanda al dramma di una infanzia negata, un’infanzia in cui mancano gli adulti di riferimento perché gli adulti non si fanno carico dei bambini come dovrebbero per cui loro sono abbandonati a loro stessi e quindi a questi coccodrilli che si immaginano. I coccodrilli del titolo rappresentano la materializzazione delle paure dell’ignoto che si hanno da piccoli. Lui è riuscito a conoscerle, affrontarle ed esorcizzarle. Dal Pakistan, all’Iran, viaggia verso la Turchia e in gommone arriva in Grecia. In questo percorso il ragazzo perde un amico che, a causa del forte moto ondoso del mare, cade in acqua e perde la vita. Quando giunge finalmente in Italia Enaiatollah costruirà la sua nuova vita. Enaiatollah è stato preso in affidamento da una famiglia torinese, ha ottenuto, pur con difficoltà, il riconoscimento di rifugiato politico. Adesso, poco più che ventenne, lavora ed ha la sua vita. La maggior parte di loro non arriva a tanto e questo serve a dare una speranza. Dal libro Nel mare ci sono i coccodrilli si evince come la fuga ai limiti della sopravvivenza sia l’unica alternativa per cercare una vita migliore e questo deve far riflettere chi legge. Troppo spesso stigmatizziamo questi viaggi della salvezza come inutili, quando in realtà sarebbe opportuno porsi dall’altra parte e farsi le fatidiche domande: “Cosa può aver spinto queste persone a rischiare la vita per venire nei nostri Paesi? Davvero non c’era nessun’altra alternativa meno pericolosa?3
.
- http://www.controradio.it/ ↩︎
- https://www.ultimavoce.it/pirati-nel-mediterraneo-una-nuova-minaccia-lungo-la-rotta-dei-migranti/ ↩︎
- Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Milano, Dalai Editore, 2010. ↩︎
Étrangers
di SILVIA VALSECCHI
Ammirate, amate, ingannate, abusate e temute. Liaison tra Natura e Uomo, le Ninfe fin da tempi antichi sono protagoniste assieme all’umanità di un rapporto complesso e turbolento.
Se in principio è ammirazione e innamoramento, il rapporto molto spesso evolve in possessione e abuso, fino a giungere a finali tragici e catartici. Ma ad oggi pare che tale catarsi non si sia ancora trasmutata in realtà, rimanendo confinata altrove, relegandoci a meri spettatori di cambiamenti climatici, ambientali e sociali.
E così si rimane impietriti davanti alla NAIADE (Carlo Previtali) che pare risvegliarsi da un lungo sonno della coscienza destando in noi due possibili sentimenti: IRA e DESOLAZIONE.
L’IRA per la consapevolezza che nessuna nostra azione potrà mai essere scevra da impatti sulla dinamica naturale. DESOLAZIONE perché, sebbene i segnali di un necessario e incombente cambio di attitudine siano sempre più palesi, né a livello sociopolitico globale né a livello locale è visibile la volontà di adattarsi e reinventarsi, portandoci così ad una dolente e acida frustrazione.
Addentrandoci nella tematica della mostra, l’uomo storicamente ha sempre considerato l’acqua come una entità con diverse sfumature di significato e di immaginario. Da antenata di tutte le madri, avvolgente e capace di curare i più profondi mali, a sorgente di follia e pazzia, così incontenibile e incontrollabile da risvegliare una atavica paura. Queste figure e questi sentimenti ci hanno permesso di creare una dimensione di rapporto con un elemento per noi incomprensibile nella sua interezza, sia per limiti cognitivi che tecnologici.
È importante ricordare che tale rapporto è influenzato dal nostro essere animali terrestri. Questo vuol dire che il nostro ambiente primario, terrestre, ha plasmato le nostre capacità articolandole nello spazio compreso tra terra e acque confinate, dolci per natura e definizione. Acque finalizzate al soddisfare le nostre più basiche necessità, capaci di dare nutrimento e sostentamento, che plasmiamo a misura dei nostri passi.
La storia della nostra specie ha seguito quelli che sono i ritmi di questi corpi sempre in movimento, basti pensare alla nascita delle civiltà e all’importanza che hanno avuto fiumi e laghi nel creare l’identità dei popoli. E sempre nel tempo, le migrazioni hanno mostrato e mostrano come, schiavi di questo elemento, persone e società continuino a sconfinare alla ricerca di acqua, di pioggia e sostanzialmente di vita.
Ed è proprio la vita che, come tutte le altre specie, cerchiamo di accomodare, creando le condizioni migliori per noi e per le future generazioni. Condizioni che tendono ad essere ideali per lo sviluppo, l’evoluzione e il prosieguo del patrimonio culturale e genetico.
Se si estende la visione all’orizzonte dei mari e degli oceani si osserva un altro tipo di rapporto, vincolato dal nostro sentirci estremamente piccoli e indifesi davanti alla loro vastità. Il mare è stato musa e vittima delle nostre tecnologie gelose delle scoperte e degli scenari trovati. Questo ha fatto in modo che si salvasse per secoli dalle nostre mire manipolatrici, cadendo succube di stravolgimenti solo negli ultimi 200 anni.
L’oceano ha da sempre impersonificato una forte entità da sfidare, sia per l’uomo occidentale che per diverse altre culture, tanto che viaggi da costa a costa vengono ancora oggi descritti e narrati come grandi imprese. Ed è in questo caso che il mare si è fatto testimone del mondo e della nostra voglia di vivere.
Imprese che hanno fatto incontrare civiltà straniere tra di loro, che ha permesso scontri e incontri e di conseguenza nuove linee evolutive. Testimoni oggi di queste dinamiche sono nomi, visioni, cibi e comportamenti.
Il sentimento intrinseco e caratterizzante di queste imprese è la PAURA. La stessa che si prova davanti a una costa solo immaginata, la paura di un orizzonte proiettato ma non ancora raggiunto, di un viaggio, di una migrazione per permettere ai nostri demoni di liberarsi. Ma questa paura, così cara agli adulti, non appartiene ai bambini che si lasciano guidare senza dubitare delle scelte altrui, imparando così la più difficile delle lezioni: vivere.
I bambini sono nell’adesso, sono nelle singole onde, non hanno mai sfidato le Ninfe ma semmai, vi si sono avvicinati increduli come davanti a qualcosa di meravigliosamente manifesto solo per osservarle e accarezzarle. Ed è in SPERANZA (Mohamed Krit) che questo sguardo ci trafigge, contornato da preghiere e paure. Ed è quello il sentimento, in fondo al vaso, che ci anima e ci dà quella follia di rischiare il presente per modellare il futuro, in un moto egoistico e al contempo altruista.
Si diventa figli del mare non per nascita, ma per crescita. Si impara a stare male in un mondo in movimento e a cercare un qualsiasi appiglio, mentale e fisico, per darsi la spinta e ri-emergere col cuore in gola. Si impara a pregare con il silenzio, mentre si ascoltano tutti i rumori che ci circondano. Si impara a piangere mantenendo la dolcezza per i bambini che meritano ogni possibilità e ogni speranza.
Eppure, diventiamo così legati al mare, o per amore o per paura, che diventiamo altamente ricettivi davanti ai suoi colori, i suoi rumori, ma non riusciamo a percepirne il suo lamento. O forse non lo vogliamo sentire perché questo ci metterebbe nella condizione di stimare la nostra miseria.
Chi vive l’acqua sa accorgersi del cambio del vento e del colore delle nuvole, dell’incresparsi della superficie come se fosse pelle che registra l’incognito. L’acqua diventa, anzi no, noi diventiamo una particella appartenente all’ambiente acquatico, capaci di avvertire ogni sua alterazione superficiale, ma incapaci di avvisare ogni stravolgimento più intimo.
Ed è un dato di fatto come nelle culture considerate più avanzate, la consapevolezza degli stravolgimenti ambientali è una nozione nata negli ultimi decenni. Consapevolezza che per nostra natura ha riguardato prima la terra e poi l’acqua. Ma perché? Sicuramente perché per noi è più semplice osservare e sperimentare i cambiamenti terrestri, essendo il nostro ambiente primario, ma anche perché il mare ha sempre avuto un animo generoso, pur plasmando i nostri ricordi con la sua natura matrigna. Il mare sa trasportare e distruggere, perdonare e far dimenticare.
Quante volte, abbandonate le bottiglie sulla spiaggia, queste sono state portate lontane dagli occhi dall’alta marea? Quante volte la disperazione affonda, toccando il fondale calmo e freddo e così lontano da noi che smettiamo di recepire e capire?
E da testimone diventa RELITTO MARE (Patrizia Bonardi). Ed è davanti ai resti di un qualcosa di estraneo al nostro collettivo che le domande nascono e da queste la ricerca delle risposte. Se la CURIOSITÀ ci fa avvicinare e indagare, è solo dopo aver capito che si è una sola cosa col mare che la DISPERAZIONE prende il sopravvento.
Capiamo così, in un ambiente alieno, come ridotti ai minimi, carcasse umane, animali e relitti abbiano molto in comune: sono la fine della narrazione…o forse no. Forse sono solo l’uno pretesto per generare altro. Come le carcasse danno nutrimento e tornano ad essere vita, così i relitti danno origine a nuove consapevolezze e, nella speranza, a nuove azioni.
Le nostre urla esauste non sono mai state ascoltate, i moniti delle nostre azioni autodistruttive sono sempre stati ignorati e questo continuerà fino a raggiungere un punto di non ritorno…per noi, e poi?
È da qui che nasce la vera DISPERAZIONE: sebbene noi si diventi particelle di questo pianeta, il pianeta stesso è incurante di chi scompare e di chi rimane, mantenendo i suoi moti interni e le sue dinamiche. Solo per noi diventerà impossibile continuare, ma la vita troverà le sue traiettorie e i suoi binari.
Se solo diventassimo portavoce di ciò che è invisibile, di ciò che non è ancora presente o che non conosciamo. Se solo sviluppassimo la sensibilità e l’umiltà di riconoscere il nostro essere infinitamente piccoli e ignoranti, forse potremmo evolvere i nostri comportamenti riconoscendo che siamo una parte del tutto.
Nel mentre, possiamo solo osservare e condividere ciò che ci oltrepassa, così da creare una testimonianza storica ed emotiva da cui un giorno sarà possibile ricominciare senza più consideraci stranieri.
Figli dell’acqua
di SILVIA CORNA
Acqua. Elemento femminile, liquido che da vita ad ogni essere.
Siamo figli dell’acqua, come dicono i Misak, popolo indigeno che vive sulle montagne del Cauca, al sud della Colombia, terra d’acqua in cui mi sono immersa per un mese. Figli di due lagune che sono state fecondate da un arcobaleno, e hanno dato alla luce i primi Misak.
Spirito femminile, quello che protegge l’acqua che sgorga, così come rappresentato da Naiade di Carlo Previtali. Secondo questi popoli è a lei che bisogna chiedere il permesso, prima di prenderne, senza mai abusarne, così che non si infuri, metafora di tutti gli squilibri che ne susseguono. Così per ogni risorsa.
E noi? Ci siamo dimenticati da tempo di chiedere il permesso. Ma anche di capire che le risorse hanno una loro finitezza. Se taglio tutto il bosco che protegge la fonte da cui mi disseto, l’acqua non sgorgherà più, ed io, come tutti gli altri esseri che da essa dipendono, rischierò la vita.
Si tratta di vicinanza. Vicinanza alle risorse, ma anche vicinanza umana.
Un tempo eravamo riuniti in comunità di mutuo aiuto, Uomini, come rappresentati da Dolores Previtali, che avevano bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere. Non si comprava legna, manodopera, acqua in bottiglia. La sopravvivenza era insieme, prendendosi cura delle risorse naturali del proprio territorio, per assicurarsi un futuro.
La vicinanza è cura, è saggezza. Il popolo Misak lo ha ben presente: l’acqua si pianta, e ci sono alberi che più di altri sono capaci di farla affiorare, o di attirarla con le loro chiome, perché la pioggia si possa condensare e l’acqua possa bagnare la terra. E dare vita.
Piantare alberi, perché depurino l’acqua che arriva al mare… perché il mondo smetta di scaldarsi, sciogliendo ghiacciai, mangiando coste, provocando migrazioni.
E perché continui a piovere, e la terra smetta di desertificarsi, laggiù dove non hanno colpa, e possano vivere nelle loro terre madri, invece di rischiare la vita nel Mediterraneo con barche-relitto, come quella di Relitto Mare, di Patrizia Bonardi, approdando poi come relitti di una società ingiusta.
Perché possano prendersi cura dei loro territori, delle loro sorgenti, Uomini resilienti, in comunità, in connessione con la terra, con la loro anima.
Che tutti possiamo tornare ad essere figli dell’acqua.
Umanità dolente
di LIDIA PARMA
Nel centro la sala è occupata dal relitto di una barca. Mi avvicino e diventa lo sterno di una balena, no, uno sterno umano…È tutti gli sterni che il mare custodisce, che i pesci hanno ripulito dalle carni sofferenti.
Alzo gli occhi e incontro lo sguardo serio di un bambino. Mi guarda dalla fotografia che lo ritrae sulle gambe della mamma, seduti tra persone in attesa di salpare, nel buio della notte. Quale sarà il nome di questo bimbo dallo sguardo potente che mi inchioda alle responsabilità di essere umano? Avrà conosciuto la violenza fin dal concepimento? Sarà sopravvissuto alla traversata? Le onde del mare l’avranno spaventato, coccolato o portato nei fondali freddi e bui?
Ricordo Kady e la mamma disperata sulla spiaggia di Sfax. Alle loro spalle l’infuriare del pogrom tunisino, davanti un barchino di ferro carico di umanità in fuga. Non c’è posto per loro. La mamma con un gesto disperato mette Kady tra le braccia di un ragazzo: “Portala in Europa!” gli ordina. Le urla e il pianto non fermano la barca che, miracolosamente, approda a Lampedusa e Kady, a due anni, diventa “minore sola non accompagnata”. Ci sono voluti mesi, aiuto e fortuna perché Kady ornasse tra le braccia della sua mamma.
Le storie di tanti bambini si affacciano alla memoria per non essere dimenticate. Bambini innocenti, vittime della crudeltà e dell’ingiustizia che subiscono i genitori.
C’è una scultura: un piccolo gruppo compatto di umanità dolente. Umanità in cammino attraverso la foresta buia. Tra loro c’è Bilal, ha paura, ha freddo, ha fame, ma prosegue a testa bassa inseguendo la sua meta: l’Europa. Il bel sorriso di Bilal, l’esultanza, ripresi dal cellulare quando, dopo 12 tentativi, la frontiera viene superata. E si allontana il ricordo della fatica, della prigionia, della fame, delle botte…La forza ritorna a scorrere nelle vene, tende i muscoli pronti a proseguire il cammino verso un’altra ostile frontiera, un’altra galera, nuove simili ostilità.
Serve tanto coraggio per attraversare il fiume dall’acqua gelida e la corrente travolgente, soprattutto se non sai nuotare.
Serve tanto coraggio per resistere negli squat fatiscenti, nei campi chiusi da filo spinato, tra la neve e il freddo della foresta.
Serve tanto coraggio a superare muri, a correre mentre i droni ti ronzano sopra la testa, il latrare dei cani si avvicina, il terrore di finire nelle mani assassine della polizia incappucciata ti strozza la gola.
Serve tanto coraggio a vivere da invisibile, escluso dalla vita che ti circonda.
Bilal, 2 anni e 5 mesi di questo inferno, dai 17 ai 20 anni. Solo, a piedi dal Pakistan all’Italia. Senza perdere il sorriso e la speranza di un buon futuro per lui e la sua famiglia.
Ora il torrente scorre allegro vicino a Bilal, le acque limpide dissetano, puliscono, ritemprano, la musica degli zampilli, campanelli d’argento, suonano per un mondo di pace. L’acqua a cui viene affidato il compito dello sterminio di vite migranti, è la stessa che cura e realizza sogni.
Chi è Bilal, un novello Gilgames?
Chi sono i Bilal che vincono fatica, fame, freddo, paura, droni, cani, fascisti…? Sono gli eroi contemporanei?
Il sorriso di Bilal e il gorgoglio dell’acqua cantano la stessa canzone d’amore alla vita.
Disastro ambientale
di GIUSEPPE LANGELLA
Risaliva smemorata il fiume,
ansimando, l’ultima balena,
coperta di morchia e di bitume
da far pena. Apriva invano l’ali
di pece un gabbiano per volare.
Immensa, in mare, una nube nera
si levava dalla petroliera.
La Terra è un pallone preso a calci.
Gongola madama la Nemica,
mentre affila la lama alle falci.
Verde, un differente punto di vista
di FRANCESCA ROSSI
Entrare a far parte del gruppo di scrittura per la mostra “I Sentimenti nell’acqua” , curata da Patrizia Bonardi per BACS, e la visione delle opere proposte, accompagnata da Patrizia, mi ha dato lo spunto per riflettere e ricercare gli elementi che legano tra loro le differenti espressioni artistiche in un’ottica a me più vicina, quella della conoscenza dei processi naturali e degli elementi che li guidano e collegano.
Mi riferisco all’acqua come elemento naturale che è stato la culla della vita sulla terra e che come l’aria ne supporta il continuo divenire.
Il fuoco trasforma la vita, la terra la contiene e la trasforma.
Questi quattro elementi sono tra loro indissolubilmente legati e sono in equilibrio tra loro e la vita, in qualunque modo si manifesti, è da questi plasmata in ogni momento.
Per questo motivo le opere che hanno attirato maggiormente la mia attenzione sono legate a questa dimensione naturale.
La prima è “DIATOMEA” di Elisa Cella che mi ha colpito per la sua meravigliosa forma, per l’importante significato che questo essere vivente ha in natura e soprattutto per il suo colore … il VERDE.
Altra opera che mette in risalto questo colore è la foto di Katarzyna Oliwia Serkowska che riprende la “fioritura” delle alghe sulla superficie del Mar Baltico.
Le altre opere che hanno suscitato il mio interesse, ma che non descrivono un fenomeno naturale, e che in maniera indiretta hanno guidato la mia riflessione sono “RELITTO MARE” di Patrizia Bonardi e “NAIADE FLUTTUANTE” di Carlo Previtali.
Il legame tra queste opere è il colore VERDE che in natura indica la presenza di vita vegetale alimentata dalla fotosintesi.
La diatomea è un’alga unicellulare e si giova appunto di questo meccanismo per produrre da sé gli zuccheri che sono necessari per la sua vita.
Le diatomee sono presenti in maniera importante in tutte le acque, sia dolci che salate e costituiscono un importante indice biologico di salubrità delle acque tanto che esistono studi molto approfonditi sia sulla loro sistematica che sulla determinazione quantitativa.
La presenza delle diatomee come tipologia e quantità rappresenta un importante elemento di valutazione del benessere delle acque dei fiumi, dei laghi e delle acque marine evidenziando l’impatto ambientale causato dalle attività antropiche. Per questa loro elevata sensibilità all’impronta antropica e al cambiamento climatico con questi studi si è rilevata una riduzione importante della vitalità legata anche all’acidificazione delle acque che porta alla dissoluzione degli scheletri silicei.
Un altro punto di vista ci è offerto dall’ opera di Katarzyna Oliwia Serkowska in cui l’artista propone la foto aerea che riprende la “fioritura” algale sulla superficie del Mar Baltico. L’immagine bella ed allo stesso tempo terribile mostra un altro volto del colore VERDE.
Il fenomeno ripreso mostra la proliferazione di un’alga o batterio unicellulare, ma sempre fotosintetico e quindi VERDE, che a causa di fattori sia ambientali che antropici predomina su altre specie e crea colonie così grandi che possono essere viste anche dallo spazio (a volte questi organismi sono anche bioluminescenti e creano paesaggi notturni meravigliosi).
Questo fenomeno si chiama eutrofizzazione ed è spesso letale per altri organismi acquatici (sia marini che delle acque dolci) in quanto queste “pellicole” vegetali/microbiche sottraggono luce e nutrienti a tutti gli organismi che si trovano nella colonna d’acqua sottostante.
Vi stupirete di sapere che tra le alghe che causano il fenomeno dell’eutrofizzazione ci sono anche le diatomee.
Ecco quindi due elementi che rappresentano due facce della stessa medaglia: il luogo/elemento è lo stesso….l’acqua, la vita è legata allo stesso fenomeno chimico (la fotosintesi) che ha come promotore la clorofilla.
L’idea di bellezza e fragilità della diatomea, che sentiamo in pericolo, si scontra con la percezione della morte quando questa stessa alga trova un ambiente in-naturale (perché opera dell’uomo) dove proliferare.
Questa è un’istantanea del ventre intimo della natura.
L’uomo attualmente si trova al di fuori dalle logiche naturali; la natura infatti non riesce ad intervenire più di tanto per ristabilire gli equilibri che stiamo via via rompendo con le nostre azioni.
Quello che percepiamo a pelle è che soccombiamo a strani fenomeni, dovuti ai cambiamenti climatici in atto, per cui siamo sottoposti ad inondazioni, a carestie, alla mancanza d’acqua e ad inaspettate temperature: tutto ciò ci rende più sensibili forse, ma non da un punto di vista cosciente, al fatto che questa nostra impronta sia la causa prima di questi cambiamenti che già da un po’ di tempo riusciamo a percepire nell’arco della nostra vita.
Come monito e evidenza per tutti noi si pone l’opera “NAIADE FLUTTUANTE” nella quale i due elementi quello naturale (il pesce) e quello in-naturale (uomo/donna) si fondono in un unico essere (semi-divinità) destinato a proteggere le acque.
Anche in quest’opera è presente il colore VERDE, legato a mio parere ancora al tema della vita.
Quest’opera sottolinea in maniera forte che l’uomo/la donna per tornare a proteggere la natura dovrà riuscire ad immergersi nuovamente in essa, ad esserne parte viva, cosciente.
Sempre il colore VERDE, presente nell’opera di Patrizia Bonardi “RELITTO MARE”, mi ha portato a riflettere sul fenomeno delle migrazioni, della ricerca di una vita diversa, magari più sicura che tanti nostri fratelli e sorelle intraprendono con energia e coraggio.
Il relitto di “RELITTO MARE” è ormai da tempo sul fondo del mare, colonie di alghe, pesci e molti animali marini vi hanno trovato casa, tanti nostri fratelli e sorelle vi hanno trovato la morte!
Questa morte, legata spesso alla profonda mancanza di umanità purtroppo propria dell’uomo (mi stupisco tutte le volte che penso a questo non senso), per la natura diventa nuova vita.
La natura accoglie tutto e tutti nel suo ventre profondo e rimette in circolo, attraverso l’acqua e per mezzo degli altri elementi naturali, tutto ciò che è necessario per la vita.
L’uomo potrà veramente e attivamente invertire la rotta verso una nuova “umanità”, solo se riuscirà a riconnettersi in maniera cosciente con la natura e con i suoi processi, abbandonando l’idea del valore del singolo individuo verso il plurale, il differente … che poi è lo “sguardo” della NATURA stessa.
Grazie.
Il pensiero nudo
di DANIELA GENSABELLA
Il pensiero nudo
…Non è considerato abbastanza pericoloso vedere morire il corpo del pianeta al di fuori del nostro corpo fisico che ci ospita. […] Solo se il nostro corpo fisico muore ci dà la netta sensazione della catastrofe…Questa affermazione dell’artista Daniela Monica, in riferimento alla sua opera “Il pensiero nudo”, mi ha suggerito una riflessione su quali siano le paure che effettivamente coinvolgono maggiormente le persone al giorno d’oggi.
Un’indagine condotta dal Dipartimento di Scienze giuridiche e sociali dell’Università d’Annunzio di Pescara, ha rivelato che per il 51,4% degli intervistati la paura più grande è legata al disagio economico, quindi ad una paura strettamente personale legata al “vivere”, al dover affrontare una quotidianità difficile, in un contesto sociale che diventa sempre più esigente e consumistico.
Soltanto dopo, ma con percentuali molto minori, si collocano la paura della criminalità (23,4%), dell’inquinamento ambientale (14,5%), dell’immigrazione (8,5%), del terrorismo internazionale (1,8%), delle catastrofi naturali (0,4%).
Come vediamo, le paure legate al mondo, che non sono strettamente legate alla nostra persona, ci sfiorano senza toccarci. il disagio economico viene vissuto in maniera angosciante come se fosse una lotta da combattere ogni giorno, mentre le catastrofi naturali sono considerate eventi sporadici o episodi precisi e se non ci riguardano personalmente sembrano essere sempre troppo lontane da noi. In realtà sappiamo che non è così, infatti, per esempio, secondo dati recenti, nel 2021 aumenta la superficie nazionale potenzialmente soggetta a frane e alluvioni: l’incremento sfiora rispettivamente il 4% e il 19% rispetto al 2017. Quasi il 94% dei comuni italiani è a rischio dissesto e soggetto ad erosione costiera e oltre 8 milioni di persone abitano nelle aree ad alta pericolosità. I fatti non smentiscono questi dati. Le cause sono riconducibili al cambiamento climatico e alla negligenza dell’uomo che paga le conseguenze di alcune azioni invasive sul territorio: il disboscamento e le costruzioni non controllate. Anche in questo caso l’uomo fa una scelta precisa, preferendo gli utili economici alla salvaguardia ambientale… ecco che si possono dunque affermare i dati della ricerca: la paura del disagio economico è di gran lunga superiore a quella dei problemi ambientali, di conseguenza l’economia acquista più valore rispetto all’ambiente.
Eppure negli ultimi anni un nuovo termine è comparso nei nostri vocabolari “ecofobia”, ovvero “la sensazione generalizzata che le basi ecologiche dell’esistenza siano in procinto di crollare”.
Ma l’ecofobia o ecoansia, è una reazione alle grandi catastrofi che deriva dalla percezione dei rischi naturali come esterni e indipendenti dalla società umana, da cui segue l’attribuzione del ruolo di carnefice alla natura e quello di vittima alla specie umana. Questo vuol dire che l’uomo non si rende conto del suo ruolo attivo nella modifica del clima, del territorio e soprattutto delle conseguenze che le sue azioni hanno sul pianeta.
Cambiare le abitudini di vita rendendole più significative avrebbe sicuramente un impatto importante sull’ambiente in termini positivi, nonostante alcuni danni abbiano già delle conseguenze irreversibili per almeno un altro secolo, secondo gli esperti.
Tornando all’opera dell’artista, se tutti pensassimo che uccidere il mondo equivalga ad uccidere noi stessi, impareremmo a tutelarlo di più.
Il segreto dell’acqua
di CARMEN PUPO
Ho uno strano rapporto con l’acqua, intendo con l’acqua del mare. Di lei non mi fido perché, quando il mio corpo è in preda alle sue onde, al suo ondeggiare, perdo il controllo e ho paura. Il mio corpo si trasforma in un blocco di marmo e riesco solo a stare a riva. Lì mi sento al sicuro.
C’è una sorta di dualismo dentro di me, però. Perché non posso fare a meno di osservare l’orizzonte, la sua vastità, i suoi colori, le sue sfumature e restarne affascinata.
La tentazione del mio sguardo è sempre quella di cercare di guardare oltre quella linea di confine che separa cielo e terra, ma lo sguardo umano che è soggetto al limite, deve fermarsi di fronte a questa inafferabilità.
O forse dovrebbe cambiare prospettiva e concentrarsi sul fondale, che quello di certo è più esperibile. E dunque ecco che mi immergo con l’innocenza di una bambina nelle acque del mare di Calabria e cerco di guardare il fondale.
Con gli occhi che mi bruciano cerco di distinguere i colori: marrone scuro della sabbia, i sassi, ora di tonalità chiare, ora scuri, ora striati.
Trattengo il respiro, mi abituo a quella luce fioca ma il mondo al di sopra mi tira a sé e mi ricorda che i miei bronchi hanno bisogno d’aria. Torno in superficie, la luce mi acceca e sono di nuovo io. Io che ora ho quasi trent’anni e sono consapevole di quante insidie nasconda il mare.
Di quanto dolore abbia inghiottito, taciuto, seppellito. Di quante ingiustizie si consumano oltre quell’orizzonte che non riesco a vedere ma anche vicino a noi. Mi chiedo se c’è qualcosa che posso fare io e la risposta è una: usare l’arma più potente che ho a disposizione per dare la mia testimonianza, per oppormi allo scempio che si consuma ogni giorno. La scrittura.
È come se sul fondale dei nostri mari, sui quali salpano donne, bambini, uomini, esseri umani in cerca di un futuro si fosse assopita la nostra coscienza, lo spirito critico che ci fa chiudere ogni riflessione sul tema con una parola, anzi due: accoglienza e solidarietà. Due termini che sono diventati laconici, soprattutto quando a pronunciarli sono istituzioni politiche che proclamano la pace come se fosse un fantoccio.
Perché se è vero che la sociologia è la disciplina che studia l’agire sociale cercando di andare a fondo, di comprendere quali sono i meccanismi che spingono le persone a lasciare la propria terra, buttandosi in mare, allora dobbiamo anche avere il coraggio di dire che le istituzioni politiche dei paesi che vivono condizioni di povertà o di guerra, devono avere l’onere di creare le condizioni sociali, economiche e soprattutto umane, che non spingano le persone a voler lasciare i propri affetti, il luogo natio, in cerca di fortuna. O perlomeno a far sì che sia una scelta e non l’unica possibilità di salvezza o comunque di una prospettiva di vita dignitosa.
Fortuna, che paradosso. «Cercava fortuna», questa l’etichetta che apporrà l’Occidente ai cadaveri raccolti in mare. E noi? Cosa avremo fatto quando ci avranno chiesto che cosa abbiamo fatto invece di porgere l’altra guancia? Ci saremo girati dall’altra parte, dopo aver recitato la nostra preghiera, il nostro eterno riposo: Amen.
A fronte di queste riflessioni, non potevo non scegliere di dedicare qualche rigo al meraviglioso scatto di Mohamed Krit “Speranza dei migranti per un futuro migliore”, ricollegandomi a quello che si sta consumando per una striscia di terra che è un tessuto vivo, una ferita aperta, un cuore pulsante.
Ricordiamoci che ogni volta che viene ucciso un bambino stiamo uccidendo il domani, stiamo uccidendo il futuro di un popolo, di una stirpe, stiamo cancellando la storia.
Un’altra opera sulla quale volevo porre la mia attenzione è il “Relitto Mare” di Patrizia Bonaldi curatrice della mostra, che mi permetto di definire amica e che considero una donna attiva, concreta che al tempo stesso utilizza tutte le sue risorse e le sue energie per dar vita a qualcosa di vero, una mostra che non si fa solo portatrice di messaggi attuali e necessari, ma è essa stessa il messaggio.
Nel caso specifico di Relitto Mare non ho potuto fare a meno di tornare alle mie radici, al mar Ionio che ho visitato durante le vacanze d’inverno, spogliato dai turisti, animato da un freddo pungente che paradossalmente mi ha accarezzato l’anima perché mi ha fatto capire che la quiete non è solo uno stato d’animo ma è un posto in cui si rifugia l’ l’io quando chiede e pretende quiete. Un relitto, dunque, è quel momento di quiete, quella stasi tipica dei luoghi dell’abbandono che aspettano una riqualificazione o un atto dimostrativo che dia loro una nuova ricollocazione.
Sono rimasta anche piacevolmente colpita dall’opera di Dolores Previtali “Uomini” che mi ricorda un’unione di corpi nudi e mi ha fatto pensare alla condizione di fragilità dell’uomo moderno che ha perso contatto con la sua terra, con la fatica ch’era propria dei suoi antenati, col piacere di piantare semi da cui nascono, piante di frutto e alberi rigogliosi. Perché in fondo questo siamo: un seme che nasce, cresce e muore e torna alla terra, per farsi Altro, per farsi tutto, per tornare al Tutto.
Poesie di ANTONELLA FUCECCHI RANKOUSSI
FUCECCHI per Nel mare di Ettore Moschetti
Brulica
il mare
dall’ampio seno
maschile
femminile
fluidità
di onde e
corpi
nelle vene
azzurre
vite
sommerse
sul fondo
e
mormora
il dolore
nel moto
ondoso
della
nostra
liquida
indifferenza
FUCECCHI. per Relitto mare di Patrizia Bonardi
Costole nude
carena azzurra
come di bronzo
naufragio
cullato
da onde
maligne
ma
tra braccia
crocifisse
un germe
forse di vita
nel legno
stremato
speranza
d’albero
in attesa
di fiorire.
FUCECCHI per Untitled di Katarzyna Serkowska
Terra madre
turgida di vita
Signora dei semi
Dei liquidi fecondi
Profanata
la sacralità
generosa
il sapiente
equilibrio
la misura
saggia
ora
generi
Stirpi malate
Prole maligna
sulle rocce antiche
È la vendetta
feroce
del nume
offeso
da superbo
oltraggio.
