RINASCITE – LA SOCIETÀ DEL RISCHIO
a cura di Patrizia Bonardi

INDICE testi dedicati alla mostra e ai suoi lavori

 

VERONICA POLESE – La società del rischio. Anno 2021

STEFANO TACCONE – Quando il rischio si fa permanenza

STEFANO AGATI – La società del rischio e i giardini interiori

MARIA RITA MALLAMACI – Rinascite

FRANCO CIPRIANO – L’abbraccio impossibile

FEDERICA UCCI – Esistenze insostenibile. L’arte di rifiorire

DORIANA DORO – Sospesa

DANIELA GENSABELLA – Il boom della delocalizzazione

ANITA IOVINE – Batte forte il cuore

ANTONELLA FUCECCHI – Poesie

                            Renata Petti
                            Elisa Cella
                            Camilla Marinoni
                            Paola Zorzi
                            Elena Radovix
                            Alice Padovani
                            Andrea Valsecchi
                            Patrizia Bonardi

 

La società del rischio – anno 2021
di VERONICA POLESE

E tu nuvola brutta oscura ca sé venut’a ffa?

Ristuccia ristuccià.

No! Vattenne a quelle parte oscure  addò non canta lu gadde 

non vegeta ciampa de cavadde.

Sud e magia

“Magia lucana” è lo straordinario documentario di Luigi Di Gianni in cui si racconta la vita rurale nella Lucania del 1958, e che si apre con un contadino che innalza al cielo la sua falce, mentre ad alta voce pronuncia una formula e, rivolgendosi alle nubi minacciose, ripete più volte “Vattenne! Vattenne”, mentre simbolicamente le taglia. Nella foga dei gesti ritualizzati, altri presenti si uniscono, intimando, a più voci, alle nuvole di allontanarsi da quel luogo, come ad attribuire maggiore potenza all’atto umano, esorcizzando l’eventualità del pericolo. Tale pratica fu ben descritta dall’antropologo culturale Ernesto De Martino in “Sud e magia” (1959). Quotidianamente i contadini affrontavano le loro giornate di vita e lavoro, completamente inermi contro la minaccia costante della “tempesta”. Le perturbazioni metereologiche infatti mettevano a repentaglio l’intero raccolto, unica fonte di sussistenza e, dunque, di sopravvivenza. 

Sottratte all’irrazionale, magia, mitologia e religione dischiudono quella metastoria, dove il senso delle azioni degli uomini è già descritto e anticipato nel suo buon fine. Questo fa sì che quando nella storia il negativo assale l’esistenza, l’individuo non naufraga nella negatività sopraggiunta, perché sa che c’è un ordine superiore, un ordine metastorico che la magia, la mitologia, e la religione si incaricano di descrivere in cui questa negatività viene riassorbita. (U. Galimberti – Introduzione in “Sud e magia”).

L’esigenza di scongiurare l’ineluttabile, superiore alle umane attitudini, ha richiesto ai contadini lucani una risposta potente e arbitraria nel tentativo di reagire per non lasciarsi sopraffare. Tale risposta ha trovato soluzione nella tradizione delle pratiche magiche e il meccanismo culturale di protezione, elaborato per contrastare le forze che mettono a repentaglio l’esistenza, ricorre all’analogia: la falce, strumento di lavoro, taglia il grano ma similmente dissolve con la sua lama le nubi della tempesta. Questo dettaglio rappresenta bene come l’interpretazione del mondo, che una società o un gruppo sviluppano nel tempo, sia influenzato imprescindibilmente dalle specifiche esperienze in relazione all’ambiente di vita. 

Tuttavia l’esigenza di protezione che essa richiede ha condotto alcune società al tentativo di governare i fenomeni naturali che inevitabilmente ne condizionano l’esistenza e a contrapporsi all’elemento naturale, fino a definirsi attraverso tale contrapposizione, come ad esempio nelle dicotomie natura/cultura o selvaggio/civile.
Towers di Andrea Valsecchi è un’opera che racchiude proprio il contrasto tra progresso e naturalità. Lo scenario inquietante di un pianeta diviso tra inondazioni e siccità, neppure troppo lontano da quello attuale, non risulta però terrificante allo sguardo dell’osservatore. L’autore infatti non sceglie l’effetto del pugno allo stomaco diretto, piuttosto una strada più articolata che rende l’osservatore turista del disastro ambientale, di cui egli stesso in qualche misura è responsabile. Le immagini mantengono un loro fascino pur ritraendo una distopia ambientalista, quali memorandum della rassegnazione e della sordida accettazione che l’umanità ha compiuto in nome del progresso, rinunciando persino a se stessa. Questo è dato, ad esempio, dalla presenza dei bambini, che non risultano più la condizione necessaria per sviluppare un pensiero critico sul peso ambientale che gli adulti di oggi hanno intrapreso a discapito delle future generazioni e addirittura dei propri figli. L’opera di Valsecchi dunque, partendo già da un’ipotesi di risposta, ci pone di fronte a delle domande: cosa può essere definito davvero progresso? Una società che persegue uno sviluppo distruttivo può considerarsi civile?

Diverse culture non occidentali, invece, hanno interpretato la vita umana in continuità con quella dell’ecosistema a cui appartenevano. In “Il Totemismo oggi” (1964) l’antropologo Claude Levis-Strauss ha spiegato che il fenomeno culturale a noi noto come totemismo, inteso come delineato dal significato della parola totem e derivante dell’espressione ototeman cioè “egli è della mia parentela” in lingua algonkina (della regione dei Grandi Laghi d’America settentrionale), risponde ad un ordine intellettuale complesso, al punto tale da rappresentare un piano di continua rielaborazione teorica e di dibattito. Ha chiarito inoltre che oltre ad esso esisteva, ad esempio, tra gli Ojibwa un altro fenomeno culturale secondo il quale ogni individuo poteva entrare in relazione con un animale che ne diventava lo spirito guida. Trovare una dimensione umana non in contrapposizione a quella naturale ma completata in essa, è la risposta che queste culture avevano sviluppato per dare ordine al proprio mondo. Un ordine che non intendeva controllare quello naturale, ma vivere come elemento dello stesso.

Giardini interiori di Patrizia Bonardi è, per me, l’espressione di questo principio: un luogo dove l’individuale incontra l’universale; dove l’interno diventa esterno, dove l’emozionalità umana si concretizza in forme “naturali”. Ne è prova il fatto che nonostante Giardini interiori palesi all’osservatore un mondo vegetale originale, nuovo e perciò completamente sconosciuto, ciascuno di noi attraverso il proprio sguardo sarà inevitabilmente portato a ricondurne gli elementi a qualcosa di familiare o di conosciuto in precedenza, ritrovando in questo processo intellettuale qualcosa di se stesso. Questa dunque è, a mio avviso, un’opera che unisce; che attraverso la creatività realizza un’esperienza di comunanza fra individui diversi e distanti e fra l’individuo e la sua interiorità. Soprattutto, Giardini interiori definisce, nella sua essenza, il legame tra l’immaginario umano e il mondo naturale, mostrando quanto questo ci appartenga nel profondo, fino ad arrivare alle cellule che lo compongono e ci compongono. Ed è qui che mi sembra di scorgere ciò che Levi-Strauss nel 1964 aveva già intuito, una moderna forma di totemismo, che però unisca l’intera comunità umana.

Nelle società cosiddette “sviluppate”, le persone non si concepiscono come membri di una delle tante specie di mammiferi che popolano il pianeta, ma piuttosto distinguendosi dal resto della vita animale terreste. Perdere totalmente l’identità di elemento parte del sistema naturale del pianeta, ha condotto la specie umana ad arrogarsi la posizione di creatrice non più di creatura. Ciò nell’attuale società ipertecnologica si traduce nell’illusione dell’immortalità, una qualità innaturale appunto. L’autoproclamazione a creatori ha reso la Terra un pianeta antropocentrico fino a modificarne l’ecosistema in maniera tanto profonda da produrre cambiamenti climatici che minacciano ogni forma di vita sulla Terra, oltre a quella di ogni altra società umana. 

Alice Padovani in Solid. A fragile project ricolloca un’umanità nella posizione che le compete: di semplice osservatrice di un mondo naturale, troppo complesso per essere dominato e per essere svelato in maniera esaustiva. Rispetto all’opera, infatti, chi osserva è di fatto completamente al di fuori di un habitat di segni di vita vegetale e animale ma non umana. Questa condizione non modifica l’ideale di un ecosistema, piuttosto ciò che si modifica è l’umano senso di esistenza, in quanto direttamente collegato ad esso. L’essere umano che si tiene a distanza, evitando ogni forma di contatto, osserva rispettoso un luogo che viene preservato proprio dalla caratteristica della sua assenza. L’ambiente naturale è ciò che ci definisce e ciò a cui apparteniamo, allo stesso modo della pianta che adorna il nostro appartamento, del nostro animale da compagnia, della mosca che ronza in casa e che disprezziamo, ma esso non ci appartiene. Viene in mente la nuova frontiera del turismo di lusso con il recente atterraggio, lo scorso 2 novembre, di un volo Airbus A340 in Antartide: uno dei luoghi più incontaminati e fragili del pianeta è svenduto ancora una volta in nome del progresso che si traduce nel profitto di pochi. Cosa abbiamo imparato dalla storia? Contro il rischio dell’oblio e il delirio di cui siamo portatori come specie, quali finti creatori di un mondo che non ci appartiene e Dei che ne governano le forze, Solid. A fragile project è un invito a riflettere sul riappropriarsi, da parte della cultura, del sentimento della natura.

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Quando il rischio si fa permanenza
di STEFANO TACCONE

Circa due anni fa, allo scadere del 2019, al BACS di Leffe si apre la mostra collettiva La società del rischio, un progetto dell’artista Patrizia Bonardi, che si avvale del coordinamento della sociologa Maria Venditti. Il titolo è preso pari pari da un saggio di Ulrich Beck che risale all’ormai non troppo vicino 1986. Si viene da un ventennio segnato da almeno due grandi rivolgimenti epocali alla base di altrettanti rischi più o meno intensamente percepiti nel corso del tempo: i fatti dell’11 settembre 2001 – che apre un ciclo non solo di altri attentati terroristici ma anche di guerre a bassa intensità – e la crisi innescata dalla finanza nel corso del biennio 2007-2008 – che si ripercuote a catena, in varie forme, sull’economia reale. Sempre più prepotentemente si fa inoltre spazio nell’opinione pubblica globale il rischio connesso al surriscaldamento climatico, ed il 15 marzo dello stesso anno tale spettro ha trovato un puntuale riscontro, non alieno da barlumi di speranza, nell’epifania planetaria di Greta Thunberg e del movimento Fridays for Future. La mostra restituisce pertanto i molteplici fattori di rischio – quelli qui evocati ed anche altri -, ma nessuno può coscientemente prevedere che di lì a pochi mesi sarà uno in particolare a farsi concretezza.  

La particolarità è che ora il rischio non appare più come un futuro potenziale, per quanto imminente e terribile, bensì come un qui ed ora col quale si devono fare i conti senza che sia concesso un secondo in più per riflettere sulle armi da impiegare – la metafora bellica diviene peraltro ossessiva, pur essendo criticabile e criticata. Il tempo dei romanzi distopici, in altre parole, è scaduto e non ci resta che muoverci pericolosamente nella ineludibile distopia del presente, sperando di sopravviverle. Il “bello” è che una pandemia – tanto più con le caratteristiche specifiche di quella che ci è caduta addosso e che ancora non accenna di fatto ad accomiatarsi – era probabilmente tra i timori meno mediamente gettonati nelle teste e nei cuori dei più, benché chi fosse stato un po’ addentro al dibattito scientifico avrebbe da anni potuto maturare ben altra percezione. 

Da allora in poi qualche momento di maggiore distensione intervalla un tunnel ove lo sconforto è radicalizzato dall’incapacità di conoscere il giorno, sia pur lontano, che segni la fine della pandemia. Ci si chiede del resto se mai avrà davvero una fine. E qualora dovesse verificarsi come faremmo a riconoscerla? È possibile pensare di tornare ad una “normalità pre-pandemica” oppure l’uscita dalla pandemia schiuderà un mondo irreversibilmente differente da quello che abbiamo conosciuto – o credevamo di conoscere – fino agli inizi del 2020? E, d’altra parte, tornare alla “normalità” per cosa? Per continuare a stuprare un pianeta a cuor leggero con viaggiatori e merci che fanno il giro del mondo come se le emissioni di CO2 fossero ancora il problema di una posterità remota? Per continuare a drogarsi di consumo innescato da bisogni indotti e poi sentirsi dire che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”? Per constatare quanto anche senza un rischio pandemico – e ben prima del suo avvento – risultino quanto meno vacillanti le basi su cui poggiare una democrazia relativamente degna di questo nome, non inficiata dall’onnipervasività del controllo e dall’omologazione avanzata del pensiero? 

Davanti a tali interrogativi la ragione si smarrisce come una goccia nell’oceano e sperimenta una sorta di scacco matto. Ma l’imponderabilità che disturba il desiderio – forse non sempre troppo sano – di trovare, come direbbe Eugenio Montale, «la formula che mondi possa aprirti» si rovescia repentinamente nell’imponderabilità come condizione di possibilità della speranza in una rinascita. Col naufragio dei grandi racconti progressivi, anche nella certezza gelida delle grandi catastrofi si apre insomma una breccia di luce, giacché come l’uomo è incapace di progettare una società perfetta così è incapace di prevedere perfettamente ciò che verrà, e dunque persino il pericolo meno realisticamente scongiurabile acquista, se coniugato al futuro, un quid di ipotetico. Le arti visive – al pari della poesia – subentrano a questo punto come linguaggi meglio attrezzati di una prosa basata sul principio di non contraddizione per esprimere gli orizzonti multiformi del possibile. Un po’ tutti gli artisti in mostra fondano il loro discorso su di una ritmicità tendente all’ossimorico, affermando una cosa ma incorporando anche il suo risvolto. La realtà è parimenti restituita alla e con la sua verace ambiguità, lontana anni luce dalle astratte griglie dei messaggi normalizzatori, conciliati e concilianti del mainstream che abborre il dubbio come eresia da estirpare whatever it takes. 

Tale è ad esempio il concetto di natura per Alice Padovani, nella cui opera vita e morte, organico ed inorganico paiono armonizzarsi, più che scontrarsi e contrapporsi, pur permanendo una certa distinzione. Renata Petti sembra spingersi ancora oltre nel momento in cui, sulla scorta di Donna Haraway, lambisce i territori dell’ibridismo, ove natura e cultura rivendicherebbero confini ormai labili. La questione della conciliazione-contrapposizione tra opposti è declinata su di un piano un po’ differente, ancorata al motivo del dolore fisico e al suo processo di cicatrizzazione ove ognuno – in quanto corpo, più ancora che possessore di un corpo – conoscerà facilmente una pulsione all’immedesimazione, da Camilla Marinoni. Quel corpo che ama spesso mettere direttamente in gioco Elena Radovix, riallacciando qui idealmente la sua evocata nudità a quella natura che si riappropria di vaste aree sottrattele dalle ex cattedrali del “progresso” umano. Tale vecchio mito irrompe in forma interrogativa in Andrea Valsecchi che richiama le immense autostrade della telematica, ma anche il rischio di smarrire tragicamente se stessi lungo tali itinerari. Il corpo è ricondotto invece allo stato primario, embrionale appunto, in Elisa Cella, che non trova evidentemente immagine più felice per mettere a tema la (ri)nascita, il germogliare, il fare primavera, autentica consolazione per ogni cultura e stagione della vita. Infine Patrizia Bonardi incarna l’ossimoro nel suo stesso processo di esecuzione: l’inflessibile aura di morte del tempo della prima ondata della pandemia in Val Seriana come cornice e le risorse inimmaginate di una “flora del profondo” che prorompe nei momenti di maggiore addensarsi delle tenebre, senza temere di contestare la loro ostinata egemonia.


 1 – Su questi temi Cfr. almeno D. Quammen, Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic, 2012, trad. it. Spillover. L’evoluzione delle pandemie, Adelphi, Milano, 2014.


2 – Su questi temi Cfr. almeno S. Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for the Future at the New Frontier of Power, 2019, trad. it. Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019.

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La società del rischio e i giardini interiori
di STEFANO AGATI

Il tema in questione, il dialogo fra Artisti e Sociologi, mi riporta istintivamente all’opera di Robert Nisbet ed in particolare ad un articolo di questo autore: “Sociology as an Art Form”, dove si definisce in modo chiaro, direi assoluto, il rapporto tra la scienza sociologica e l’arte: “the science of sociology makes its most significant intellectual advances under the spur of stimuli and through processes that it largely shares with art; that whatever the differences between science and art, it is what they have in common that matters most in discovery and creativeness” (The Pacfic Sociological Review, 1962), che chiarisce inequivocabilmente come “la scienza sociologica fa i suoi più significativi progressi intellettuali sotto lo sprone di stimoli e processi che condivide ampiamente con l’arte e che, al di là delle loro differenze, scienza e arte hanno in comune soprattutto la capacità di scoprire e la capacità di creare” (trad. italiana E.G. Parini). “Ancor più recenti gli studi di Heinich (2002) hanno mescolato i classici canoni interpretativi estetici di matrice filosofica, alle contemporanee letture sociologiche, comunicative ed economiche dell’evento artistico. L’arte in quanto costruzione simbolica di significato, diviene lo specchio della società civile […] Arte e Società, Arte e Scienza sociologica si influenzano e co-costruiscono, mescolando saperi, storie e immagini cariche di significati simbolici […] grazie ad esse diventano possibili letture del contesto sociale, da cui emergono e si sviluppano infinite trame interpretative” (Strazzeri, 2018).

Così proprio in questo periodo, al BACS di Leffe, lo sfondo delle teorie sociologiche di Ulrich Beck si fonde con la bellezza delle opere esposte nella rappresentazione della “società del rischio”, non solo significando i “rischi reali” delle minacce oggettive, ma anche mediante la rappresentazione dei “rischi virtuali”, attraverso la percezione di quel senso intangibile e pervasivo dell’ansia che si diffonde per eventi che potrebbero ancora accadere.

L’opera “Giardini interiori” di Patrizia Bonardi, che mi colpisce istintivamente sia per il tema trattato che per la tecnica utilizzata, è rappresentata da una serie di tavole, biro su carta. In questo caso, attraverso la tecnica del disegno automatico entriamo anche nel mondo della psicologia, proprio perché il disegno prodotto nasce da un fenomeno interiore avvertito solo vagamente a livello della coscienza e può rivelare qualcosa della psiche, quindi dell’anima dell’artista. Come dice Patrizia Bonardi, “mi ritrovo a scoprire un nuovo giardino interiore che chiamo in questo modo perché racchiude elementi naturali elaborati dalla fantasia, mondi cosmici e surreali”. Nei disegni a biro su carta, realizzati nel periodo e nel luogo più colpito in Italia dall’epidemia del Covid-19 durante la sua prima ondata, si scorgono questi “mondi” circoscritti, tracciati con tratti decisi e invalicabili, dove l’artista sembra voler tendere a proteggere la propria anima, nel contempo nutrita dagli affetti più intimi. In quelle tavole riesco a scorgere un mare burrascoso e sguardi di occhi aperti, attenti, quasi sbarrati ma non del tutto impauriti perché consci che la grande burrasca avrà presto fine, generando un nuovo processo di assimilazione dell’ambiente esterno mediante una forma di adattamento creativo. “Ogni esperienza infatti non può che avvenire al confine del contatto tra un organismo e il suo ambiente. Ed è proprio in questo confine che è possibile mettere insieme la creatività, che esprime l’unicità, con l’adattamento, che esprime la reciprocità” (Spagnuolo Lobb, Salonia, Sichera, 2000). Così si è descritto il rapporto individuo/società per suggerire anche alle nuove generazioni l’importanza dell’adattamento creativo come superamento del disagio della civiltà verso una nuova rinascita. 

BIBLIOGRAFIA

BECK ULRICH, La società del Rischio, Carocci Editore, Roma, 2013

NISBET ROBERT, University of California, Sociology as an Art Form, The Pacific Sociological Review, 1962 

SPAGNUOLO LOBB M., SALONIA G., SICHERA A., Dal “disagio della civiltà” all’adattamento creativo, in Spagnuolo Lobb M. (a cura di) Psicoterapia della Gestalt, Ermeneutica e clinica, Franco Angeli, Milano, 2000

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Giardini interiori
di MARIA RITA MALLAMACI

Intrecci, tratti armonici e decisi, geometrie e sinuosità, figure astratte e figure naturali. E’ così che si resiste. E’ così che l’artista Patrizia Bonardi attua la sua personale resilienza, offrendola in 27 disegni su carta.
La percezione del rischio è un’azione mentale impalpabile, fortemente vincolante ed ineluttabile per ogni essere umano che vive nella società globale, tutti conviviamo all’interno di quella che Ulrich Beck ha definito “La società del rischio” e tutti, inesorabilmente, siamo esposti ad esso.
Prendere atto di questa drammatica condizione psico-emotiva sarebbe non solo un beneficio dal punto di vista etico e morale, ma un autentico vantaggio che consentirebbe di non far implodere ed esplodere la società, palesando i rischi della crisi su larga scala.
Va sottolineato che la società odierna non è più pericolosa di quelle che l’hanno preceduta, i rischi ci sono sempre stati, ciò che è mutato, invece, è la consapevolezza di questi rischi, che ha portato ad un conseguente cambio di percezione del tempo e dei suoi riscontri.
Se l’osservazione del passato ci ha consentito, nel tempo, di “leggere e declinare il presente”, oggi la nostra società è intessuta di futuro incerto, rivolta con lo sguardo alle possibilità e alle impossibilità che esso cela: all’aumentare della consapevolezza del rischio vi è l’aumentare dell’inconsapevolezza su come affrontarlo.
Dunque, l’anticipazione del rischio, derivante dalla coscienza di vivere in una Società del rischio, è il vero muro che si frappone tra noi e il rischio stesso: laddove è innegabile che prevedere e anticipare gettino un’ombra sulle certezze faticosamente acquisite, è altrettanto innegabile che l’anticipazione genera la prospettiva, e la prospettiva ci permette la reazione.
Occorre essere consapevoli che ogni atto e ogni cambiamento umano sono calati all’interno di un contesto naturale che spontaneamente li influenzano e li determinano. L’inafferrabilità e l’imprevedibilità di alcuni fenomeni sono, nella loro ambiguità, potenziali ostacoli di cui tenere conto, veri e propri rischi per l’agire personale e sociale.L’opera “Giardini interiori 2020-2021” propone una versione artistica della risposta al rischio paventato da Beck, e come l’artista stessa riconosce, “[…] la fantasia ha creato mondi capaci di farci resistere alla solitudine e rielaborare esperienze destabilizzanti della societàdel rischio in cui viviamo […]”.


Si scorgono nell’opera di Bonardi occhi che osservano stupiti, come se stessero guardando la confusione che un mondo modernizzato genera quando non sa prevedere il rischio e non riesce a concepirne i limiti e le soluzioni.
L’artista, nel momento più drammatico di un rischio planetario e nel personale, e condiviso, silenzio più assoluto, si è fatta attraversare dalla percezione della perdita e ha generato in maniera catartica la propria visione e la propria soluzione, offrendola a noi per una compartecipazione umana e comunitaria.
Raccontare un rischio attraverso una rappresentazione artistica e concretizzarlo tramite la personale manifestazione delle possibilità, crea un senso aggregativo e unitario, anche dove apparentemente non ci sarebbero connessioni: è così che la comunità del rischio si riunisce attorno alla catastrofe ambientale dentro cui è immersa, ed è così che il mondo globalizzato, per non crollare su sé stesso e sulle proprie dubbie decisioni, può immaginare di fornire la necessaria risposta sostenibile.
L’opera contenuta nei 27 disegni di Patrizia Bonardi ci racconta una visione che è fortemente intima quanto collettiva, e ci insegna ad immaginare armonie anche quando stiamo attraversando sentieri ardui. Cascate di tratti sinuosi collegano la terra al cielo, intrecciandosi in figure di ipotetici animali fantastici e mostrando la natura in tutta la sua bellezza e perfezione.
Geometrie asciutte e rotondità concentriche rimandano ad alcuni concetti che spiegano l’analisi di Beck, nei quali va riconosciuto che la nostra società, spinta verso un mondo sempre più interconnesso, ha dovuto accettare enormi vantaggi e tremendi svantaggi.
L’interconnessione ci ha condotti al disastro ambientale ed ha generato contrasti socio-culturali: la società del rischio è figliadell’interconnessione ed il rischio è declinato all’interno di micro e macro contesti, non è mai assoluto ma è sempre percepito come condiviso.
Condivisione e senso comunitario spingono verso l’accettazione del sensodi insicurezza in cui viviamo e dal quale è possibile produrre un fronte comune di previsione e reazione verso ciò che, ogni giorno, minaccia quello che abbiamo costruito e che costruiremo.
Accettare il rischio aiuta a elaborare idee e prendere decisioni, mai semplici in un contesto di assoluta incertezza: ma le azioni attuate come comunità e come onda di cambiamento portano sempre, anche nella Società del rischio, alla creazione di esiti positivi.

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L’abbraccio impossibile
di FRANCO CIPRIANO

Corpo che fa ‘corpo’ con la decomposizione delle cose, come in un’amplessica deposizione sulla materia delle rovine. Nella fotografia di Helena Radovix,  l’erotismo della carne umana, come per una ‘pervasiva’ pulsione,  sembra cercare una ‘impossibile’ fusione  con i resti dello spazio decostruito, come un accoppiamento d’inaccessibile sensualità, di seduttiva ibridazione con una ‘forma’ che si disfa. 
L’immagine performativa di Elena Radovix, ‘espone’ il nudo femmineo che distende le sue membra – non sofferenti ma, sembra, ‘desideranti’ – in un paradossale incrocio  tra decadimento delle cose e risorgenza del corpo.  Desiderante abbraccio non proveniente dall’Origine bensì evento di ‘altra’ natura, una vera e inaudita auroralità della corporeità indistinta del mondo, una sorta di performatività panteistica, un non-senso sincretico, che non è l’assurdo ma il luogo inaccessibile alle differenziazioni operate dal senso. Come se l’anima della “terra desolata” ritrovasse un suo ricominciamento ‘post-umano’, dove l’organico ‘giace’ sull’inorganico, attendendo una rituale ‘dispersione’ trascendente.  Qui, il corpo, è la potenza che denuda la sua soggettività per ‘diffondersi’ nelle differenze, in  tutte le cose, naturali o meno che siano, in una ‘conversione pulsionale che, desublimando l’unità del soggetto-corpo, accede al radicale segreto dell’esistente, dove il logos trova il suo limite e trapassa nella ‘sensazione’ e nell’ascolto. 
Il corpo, in un ‘orgasmico’ sprofondamento universale di senso (è da qui la sua ‘sensualità’?) – il corpo come effrazione del senso, come esposizione di strati tettonici immemoriali, non segno di qualcosa ma come l’assoluto del senso, indica J.L. Nancy –  incarna se stesso, si fa evento dell’impossibile relazione di significato. Il corpo è in sé  stesso, e dal suo contenersi si estende come mondo, si fa spazio e storia di sé, seduce  ogni differenza anche quella tecno-logica. 
In ogni artificio, in ogni gesto ‘tecnico’, è incorporato – narrato, si può dire – una presenza corporea. Ascoltarne la presenza significa amarne l’energia pur ‘subendone’ la potenza., fuori del ‘valore’ morale, che sia actus sostenibile o meno sul piano sociale,  che sia dissolvimento o ‘edificazione’, perdimento o vitalià, umano e non-umano non divisi ma agenti l’uno nell’altro. Infatti, il corpo performante della foto della Radovix è di ‘ambigua’, ancipite presenza, non  oltrepassa ma ‘sosta’ sul dissolto, sulla soglia di una sua eccedenza,  aggrappato ai ferri del cemento, come a risarcire il destino di consunzione,  in un interazione ‘animistica’ di artificio e natura.  In effetti, è come nell’origine e destino dell’opera d’arte, restia ad ogni normalizzazione identitaria, aperta all’ibrido, allo spaesamento,, al ‘deforme’, al suo stesso dissolversi come forma de-finita per metamorfizzarsi in altre, ininterrotte forme. In una tragica ‘fine infinita’ del linguaggio e del gesto ‘immaginativo’.
La ‘corruzione’ della materia diviene sogno di un ibrido altrove, dove il dono di sé non ha confini, scaturisce in un legame inesplorato tra le ‘due nature’, l’originaria e l’artificiale.  Il pericolo della salvezza è divenire alterità nello spazio di un ‘assoluto’ relazionale e oltre il tempo accidentale della catastrofe delle forme, tra l’umano e il suo altro, oltre l’alienazione umanistica. Per un umanesimo inconsolabile che non rassicura sulla ‘storia umana’: un’interrogazione tragica del mondo, in cui il logos s’intride di ansia e dubbi, cercando vie inedite  e sprofondando nei sotterranei dell’anima. Là dove niente è semplicemente riconciliato, dove lottano senso e non-senso, “pace e guerra” della ratio e del desiderio.
Il corpo sensuale che ‘ama’ le macerie, in una tensione tra vita umana e disfacimento delle cose, è nuda natura che può amare anche l’impossibile che nell’artificio della tecnica risale come superficie dell’insensato. Il corpo femminile, è luogo iniziale dei corpi, è corpo dei corpi, nel suo essere estremità del senso può donarsi al non-senso, al ‘potere’ dell’impossibile. La foto di Helena Radovix di questo tragico crocevia del vivente dona immaginativamente un’attimale, ‘toccante’ interrogativa visione. 
Pompei, gennaio 2022

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Esistenze insostenibili, l’arte di rifiorire
di FEDERICA UCCI

Estate 2021, al Bacs di Leffe arriva “Rinascite – La Società del Rischio”, curata da Patrizia Bonardi in collaborazione con Artists.Sociologists e la sociologa Conchita Siliquini, non una semplice mostra, ma terreno fertile per l’immaginazione sociologica.
Secondo G. Simmel, l’opera d’arte è uno strumento di comprensione ed elaborazione di un livello di realtà inattingibile dalla sola ragione, è come un’isola con la quale l’uomo intrattiene rapporti di vario genere e complessità, un balsamo per l’anima che cela anche un rischio, quello di implicita destabilizzazione per chi ne fruisce.
Nelle opere d’arte confluisce sia il punto di unicità incorporato in esse da chi le realizza, sia quello di chi ha il piacere di contemplarle, ritrovandosi solo con se stesso1 o dimenticandosene per comunicare con l’Assoluto.
Esse ci pongono di fronte sia a ciò che ci accomuna con gli altri, che a ciò che ci distingue da loro, nell’equilibrio tra universale e particolare è possibile realizzare una connessione tra il Tutto e l’individuale. 
Questo rapporto tra parte e totalità riflette non solo il rapporto tra individuo e società ma anche quello tra individuo e Natura, quando si entra in contatto con la sua interezza.
Individuo e Natura sono esseri per sé stessi, ma anche intrecciati a qualcosa di infinitamente più esteso, fluttuante, compreso in limiti che non esistono per il sentimento dell’unità naturale.
L’opera d’arte riesce a spiritualizzare l’oscura coscienza di questa connessione infinita, essa appartiene a quei rari doni della vita destinati a soddisfare bisogni e desideri che sono avvertiti nel momento stesso in cui vengono appagati, che si celano nelle risposte a domande legate alle scaturigini più profonde dell’esistenza, come riscatto e liberazione dal grigiore della realtà 2e quiete e riconciliazione al di la delle sue contraddizioni3.

1 – Effetto Boomerang

Osservando questa mostra, inevitabilmente il pensiero corre al nostro rapporto con la Natura, scaturendo la riflessione su come quell’originario legame solidale con essa e perfino con i suoi aspetti più problematici si sia andato indebolendo.
Forse è stato proprio quando l’uomo, forgiato creatore, in grado di intervenire su ciò che ha intorno, ha inventato il mito della civiltà come soluzione per negare e sconfiggere il lato più oscuro del suo ambiente, con l’illusione, in futuro, di vivere in serenità4.
Già 2,7 milioni di anni fa, l’ Homo habilis costruiva strumenti per agire sulla natura senza rispettarne i ritmi e con la ripetizione di questi atti singoli è nato un atteggiamento di incuria, un porsi al di sopra delle cose, in un crescendo di audacia ed estrema arroganza riflesse nel fatto che egli si è messo al posto di Dio.
Ma tutto questo, come evidenzia l’opera di Paola Zorzi, “Effetto Boomerang”, sta portando alla ripercussione delle conseguenze sul pianeta e sull’uomo stesso, ormai non si può più far finta di non vedere, Madre Terra, oggi più che mai, ci ricorda che siamo niente di fronte alla sua forza, creatrice ma anche distruttrice, e lo fa mostrandoci i sintomi sempre più gravi della sua malattia, attraverso la febbre del riscaldamento globale, con alluvioni e tifoni che ricordano un pianto disperato e con catastrofi imprevedibili, proprio come chi deve sopportare per tanto tempo e poi, a un certo punto, non ce la fa più ed esplode.
Le questioni ambientali non possono più essere intese come accidentali, ma come qualcosa di cronico ed intrinseco alla società, lo sostennero, già negli anni Settanta, i due sociologi ruralisti statunitensi Catton e Dunlap.
Secondo il loro New Ecological Paradigm, la popolazione, la tecnologia, il sistema sociale, la cultura e la personalità sono cinque macro variabili che trasformano indubbiamente l’ambiente naturale ma esso, a sua volta, agisce su di loro in maniera circolare.
Si producono, perciò, dei mutamenti ecologici così profondi da rimettere in discussione molto seriamente non solo i modelli comportamentali della società contemporanea ma anche il paradigma culturale antropocentrico e sociocentrico, il quale enfatizza i progressi storici derivati dall’industria, dalla tecnologia e dalla scienza ed è basato sull’ «eccezionalismo umano», ovvero sulla convinzione dell’esistenza di una discontinuità evolutiva tra l’uomo, the symbolizer, e tutte le altre specie viventi.
Le società umane, pur essendo in grado di espandere la capacità di carico dell’ambiente biofisico da cui dipendono, devono considerare che esso è comunque finito e regolato da leggi ecologiche e biologiche che non possono essere cancellate5.

2 – Dall’ Antropocene all’ Ecocene

Il termine Antropocene, coniato dal premio Nobel olandese per la chimica Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer nel 2000, indica la grande minaccia alla biosfera rappresentata dall’aggressione sistematica da parte degli esseri umani su tutti gli ecosistemi terrestri.
Il 95% dei cambiamenti climatici è di natura antropogenica, cioè ricondotta a un tipo di comportamento umano non in sintonia con i cicli e i ritmi naturali, che caratterizza, in particolare, il capitalismo con la sua ideologia neoliberista.
Questo tipo di cultura permea tutti gli ambiti della vita quotidiana, dagli acquisti condizionati dal marketing, allo spreco alimentare e di altre risorse, fino alla formazione mentale delle persone attraverso modelli specifici, dall’infanzia all’università. 
Come sistema economico-politico è orientato alla competizione, è individualista e centrato sulla hybris, sulla pretesa di essere l’unica via per creare ricchezza ed organizzare la vita umana.
Trattandosi di un “modello storico di produzione”, non è sempre esistito e quindi potrebbe smettere di esistere, tuttavia, si è stabilito a livello globale in modo talmente profondo da rendere impraticabile qualsiasi alternativa.
Dopo quella che Karl Polanyi ha chiamato la “grande trasformazione”, con il passaggio da un’economia di mercato a una “società di mercato”, tutto è diventato occasione di guadagno, persino le cose più sacre, come l’acqua, l’impollinazione dei fiori, gli organi umani.
Per le conseguenze che produce a livello ambientale, indifferenti alla deforestazione, alla scomparsa di fiumi e specie animali, al fine di un’accumulazione irresponsabile di ricchezze materiali, possiamo definirlo il sistema di organizzazione sociale che più viola i principi etici della Terra.
Tutte le minacce che stiamo affrontando riflettono i sintomi di una malattia cronica culturale e spirituale che riguarda tutti, si tratta di una bomba ad orologeria, e per disinnescarla dobbiamo necessariamente effettuare la transizione verso l’Ecocene, in cui la preoccupazione centrale della società, anche a livello politico ed economico, non sarà più lo sviluppo sostenibile ma l’ecologia, per garantire la difesa di tutta la vita6. 

3 – La trappola della normalizzazione

Il tema ambientale è diventato centrale nell’esistenza umana, sia a livello macro e quindi politico, economico, scientifico, perfino religioso, che a livello micro, nella vita quotidiana degli individui, che iniziando ad essere informati sugli aspetti più “scomodi” dell’organizzazione generale della società, cominciano a porsi delle domande sul loro stile di vita.
Tuttavia, bisogna ancora investire in maggiore impegno, a dimostrazione di ciò possiamo portare l’esempio del fenomeno del greenwashing, neologismo inglese generalmente tradotto come ecologismo o ambientalismo di facciata.
Il termine, introdotto dall’ambientalista statunitense J. Westerveld nel 1986, è una sincrasi delle parole inglesi green, verde, e washing (lavare),  che richiama il verbo to whitewash (in senso proprio “imbiancare, dare la calce”, e quindi, per estensione, “coprire, nascondere”) e potrebbe pertanto essere reso in italiano con l’espressione “darsi una patina di credibilità ambientale”.7
Si tratta di una strategia di comunicazione adottata da un brand che si dichiara rispettosa dei principi della sostenibilità ambientale, non accompagnando, però, le parole ad iniziative concrete e tangibili ed attribuendosi meriti che non ha nella lotta alle problematiche ambientali, solo per godere dei benefici legati alle etichette bio, eco, green, presso l’opinione pubblica e i media.
Da qui appare chiaro come il fregiarsi del titolo di impresa eco e bio, rispettosa dell’ambiente sembra essere diventata sempre più una facciata piuttosto che uno stile verso cui orientare l’intera organizzazione produttiva8.
Specularmente, anche l’individuo sembra porsi in maniera superficiale di fronte alla distruzione di interi habitat naturali, alle migrazioni di intere popolazioni a causa dell’emergenza climatica, alla sofferenza di milioni di animali ammassati e trattati come oggetti negli allevamenti intensivi.
Da una parte, la “moda” del greenwashing illude di star facendo la propria parte acquistando prodotti ecologici, che in realtà continuano a derivare dallo stesso sfruttamento che si vorrebbe combattere, dall’altra, con la giustificazione che cambiare abitudini radicate richieda tempo, si riesce, a cuore un po’ più leggero, a restarsene tranquillamente immersi nelle proprie cattive abitudine, all’interno di ambienti malsani.
Probabilmente, è una questione di adattamento evolutivo, come spiega la psicologa cognitiva Pamela Dalton, in circostanze normali siamo incapaci di sentire l’odore del luogo in cui viviamo, già dopo due inalazioni i recettori del naso è come se si spegnessero, una volta stabilito che un odore non è una minaccia, smettiamo di farci caso perché tendiamo ad investire risorse per cogliere stimoli potenzialmente pericolosi nell’ambiente che ci circonda.
L’adattamento sensoriale, anche se non così marcato come nell’olfatto, riguarda tutti i sensi. 
Chi vive accanto a cantieri edili col tempo non sente più fracasso, il cielo è nel nostro campo visivo per buona parte della giornata ma ci ricordiamo che è lì solo quando ci soffermiamo su un suo particolare. 
In poche parole, quello che c’è sempre, smette di esserci.9 perché non ci facciamo più caso.
Nella cultura moderna si attua una “normalizzazione dell’abnorme”, un disordine che porta a soffocare il naturale istinto di sopravvivenza e di curiosità verso ciò che accade, sprofondando nella noia, nella compiacenza, nella cecità.
§Quando siamo esposti a qualcosa che non è naturale per noi, cerchiamo di adattarci così che, quando cessa il sano impulso di fuggire, esso si è talmente ridotto che, anche potendo scegliere, restiamo dove ci troviamo.
Questa impotenza appresa riguarda la tolleranza verso tutto ciò che è tossico, dalle relazioni ai lavori degradanti, fino all’accettazione del fatto che stiamo distruggendo il pianeta e, magari, ce ne stiamo in mezzo ai rifiuti giustificando lo stile di vita contemporaneo.10
L’era attuale rischia di completare il processo di denaturalizzazione dell’uomo, privato del legame profondo con il suo contesto ambientale, e della disumanizzazione della natura, che diventa elemento estraneo alla specie umana.

4 – Ecologia, cultura e cambiamento sociale

L’uomo globalizzato, per fare “esperienza della natura” sentendosi in contatto con essa, ha bisogno di spostarsi in luoghi spesso lontani da quello in cui vive, non sempre riesce a fare “esperienza della bellezza della natura” anche in ambienti antropizzati, ad esempio ammirando lo spettacolo del tramonto alla guida di un’automobile11, perché questa “competenza” è propria di chi ha una maggiore sensibilità nel sentirsi connesso con gli elementi naturali.
Il benessere interiore spesso viene scollegato dal rapporto con la terra in cui si vive, dalla conoscenza delle eziologie culturali del malessere e dell’inquietudine, dalle politiche che plasmano le esistenze umane, come se il mondo esterno non fosse altrettanto surreale, carico di simboli, influente e costrittivo per la vita dell’anima quanto il tumulto interiore.
La cultura, intromettendosi nella vita e nell’anima delle persone,con i suoi aspetti minacciosi legati alle incertezze, ne condiziona perfino i sogni originando incubi.
Il territorio spirituale dell’essere umano, nel corso del tempo, è stato saccheggiato e distrutto come avviene per la natura selvaggia, la psiche istintiva, diventata evanescente ed oscurata dalla superintellettualizzazione contemporanea può essere, però, rigenerata attraverso il contatto con la Natura, che ci consente di appoggiarci alla guancia del Divino.
Chi ha parzialmente o completamente reciso la relazione con questa parte profonda, si sente arido, affaticato, depresso,impaurito, esitante, impotente, cronicamente confuso ed eccessivamente sulla difensiva12.
Viviamo nel secolo di quella che Glenn Albrecht (2003) chiama solastalgia, un disagio cronico, una sensazione simile alla nostalgia di casa ma vissuta essendo ancora “dentro” la propria casa, in cui si vede l’ambiente intorno cambiare in modo desolante.
A causa dei cambiamenti climatici si verifica uno squilibrio tra la nostra esperienza vissuta nel mondo e la nostra capacità di concettualizzarla, la solastalgia contemporanea è definibile, quindi, come malinconia esistenziale derivante dalla trasformazione negativa di un ambiente domestico amato13.
L’emergenza climatica incombe su di noi ininterrottamente, eppure, essendone immersi, ne normalizziamo anche le conseguenze estreme.
L’accettazione sociale del rischio costituisce il nucleo centrale dei problemi ambientali, secondo la teoria culturale dell’antropologa sociale inglese Mary Douglas, la capacità intellettiva umana è in primo luogo sociale, riferita quindi al contesto culturale, il quale, di conseguenza, costruisce anche la percezione del rischio14.
Possiamo dire, perciò, che la questione ecologica è inevitabilmente collegata alla cultura e al cambiamento sociale.

5 – Lo “Shock” della crisi

Ulrich Beck (1987) evidenza il carattere sociale del problema ambientale attraverso il concetto di “shock antropologico”, esemplificandolo con il disastro nucleare di Chernobyl che, per la prima volta, ha sospeso il principio di sicurezza a livello psicologico, culturale, religioso, medico ed economico15, contribuendo ad accrescere la consapevolezza del fatto che scienza e tecnologia, nella percezione, sperimentazione e valutazione dei rischi, non sono più in grado di supportare la popolazione nella gestione delle proprie ansie e paure.
La società del rischio è caratterizzata non tanto dall’aumento della pericolosità, quanto dalla preoccupazione per la sicurezza, per il futuro, e per la fine di ciò che ha rappresentato la tradizione.
Un cambiamento radicale di mentalità impatta su abitudini di vita quotidiana decennali, si tratta di un vero e proprio “shock culturale” che richiede del tempo per essere metabolizzato, anche se il tempo a disposizione è sempre meno.
La recente pandemia da Covid 19 ha fornito all’essere umano, come nuova opportunità, quello che G. I. Gurdjeff chiama “shock addizionale”, il quale indica delle scariche di energia necessarie a riportare vigore e rimettere in riga le deviazioni e i rallentamenti che si creano in corrispondenza di tutti gli eventi di vita in cui si vuole realizzare un progresso migliorativo, per dirla con le sue parole, in cui si vuole salire di ottava16.
Potrebbe essere l’occasione giusta per scuoterci dal nostro torpore, per pensare a un altro paradigma di civiltà, infatti i tempi di crisi sono anche tempi di creatività, nei quali possono comparire nuove visioni ed opportunità.
Nella nostra cultura, crisi deriva dal sanscrito kri che significa “purificare e affinare”, perciò si tratta di un processo certamente doloroso ma altamente positivo, di purificazione delle nostre visioni, che funziona come crogiolo dei nostri atteggiamenti etico-spirituali.
La questione è etica prima ancora che scientifica, sono i nostri atteggiamenti e le nostre relazioni con la natura ad essere i primi responsabili dei danni ambientali, il cambiamento deve partire da noi come singoli e poi come gruppi sempre più vasti e deve avere alla radice una spiritualità come dato antropologico profondo ed originario, che appartiene alla nostra essenza tanto quanto l’intelligenza e la volontà.

6 – Una nuova Etica

La nuova etica della natura deve fondarsi sul principio della responsabilità, la quale accompagna l’essere umano come un’ombra, perché tutto ciò che fa consapevolmente o inconsapevolmente ha effetti sulla realtà personale e collettiva.
Essa ci rende consapevoli del fatto che abbiamo un destino comune e ci spinge per questo a costruire un buon futuro per tutti, dove la competizione lascia il posto alla cooperazione e alla condivisione e dove la sostenibilità consiste nella riconnessione con la natura con compassione, umiltà e più attenzione per ogni singola azione che si compie al suo interno.
L’uomo non riesce ad inficiare la bellezza della Natura, nonostante tutto, il nostro Pianeta continua a regalarci ancora spettacoli meravigliosi, prendersene cura significa occuparsi anche delle persone, soprattutto le più vulnerabili e preservare i loro prodotti culturali, come l’arte, in grado di renderci consapevoli del Sacro che arde in noi, della vita come più grande ricchezza17.

Patrizia Bonardi, con i suoi “Giardini interiori”, ci mostra che la comunicazione tra la parte razionale e quella emotiva e spirituale è ancora possibile, l’emergere della parte più autentica dell’essere umano in cui alberga la resilienza ma anche l’intuizione è la vera scialuppa di salvataggio, come dice la stessa artista, nel bel mezzo della grande burrasca che stiamo attraversando.
I suoi disegni automatici, che richiamano la fluidità dell’acqua, la quale simbolicamente rappresenta le emozioni, mostrano che, con le nostre luci ed ombre, siamo ancora in grado di entrare in comunione con la natura a noi esterna, facendo sgorgare quella creatività in grado di riconnetterci anche con la nostra natura selvaggia interna, intesa non nel senso di incontrollata, ma di originale ed integra, che non cambia, qualunque sia la cultura.
Nella natura possiamo recuperare il senso e il significato di interdipendenza tra esseri viventi, vissuto in piena spontaneità e serenità, senza la complicazione di un bilancio finale, immergersi in essa permette di farci ritrovare la nostra dimensione, avendo la possibilità di vedere le cose con distacco per poter cominciare a mettere un po’ di ordine nel caos. 
Bisogna scavare sotto strati sovrapposti di cultura e conquiste per riportare alla luce fregi ed affreschi di un antico rapporto in cui possiamo restare in ascolto non del rumore, ma della voce dell’esistenza.

Federica Ucci, Sociologa specialista in Organizzazione e Relazioni Sociali.

Bibliografia

  1. G. Simmel, Il problema dello stile, trad. it. Di A. Borsari, in “aut aut”,257,1993. ↩︎
  2. G. Simmel, Il volto e il ritratto, Il Mulino, Bologna, 1985a, pag.89. ↩︎
  3. G. Simmel, La moda e altri saggi di cultura filosofica, Longanesi, Milano, 1985b, pag. 156. ↩︎
  4. C. Mariani, Sociologia della natura, LuoghInteriori, Città di Castello,2020. ↩︎
  5. W. R. Jr. Catton, R. E. Dunlap, Environmental Sociology: a New Paradigm, «The American Sociologist», 13, 1, pp. 41-49, 1978. ↩︎
  6. L. Boff, Un’ etica della madre terra, Castelvecchi, Roma, 2019 ↩︎
  7. Greenwashing – Wikipedia – consultato in data 06/07/2021 ↩︎
  8. Greenwashing: cos’è, esempi e come evitarlo – Climate change is real – consultato in data 06/07/2021 ↩︎
  9. Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi, Guanda, Biblioteca della Fenice, 2019. ↩︎
  10. C. P. Estes, 1993, Op. Cit. ↩︎
  11. C. Mariani, 2020, Op. Cit. ↩︎
  12. C. P. Estes, 1993, Op. Cit. ↩︎
  13. L’età della solastalgia (theconversation.com) ↩︎
  14. Fulvio Beato, «I quadri teorici della sociologia dell’ambiente tra costruzionismo sociale e oggettivismo strutturale», Quaderni di Sociologia [Online], 16 | 1998, online dal 30 novembre 2015, consultato il 28/05/2021. URL: http://journals.openedition.org/qds/1520; DOI: https://doi.org/10.4000/qds.1520 ↩︎
  15. U. Beck, The Anthropological Shock: Chernobyl and the Contours of the Risk Society. Berkeley Journal of Sociology, 32, 1987. ↩︎
  16. K. Walker, L’ insegnamento di Gurdjeff, Casa Editrice L’Astrolabio, 1976. ↩︎
  17. L. Boff, 2019, Op. Cit. ↩︎

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Sospesa
di DORIANA DORO

Opera dell’artista Elena Radovix. 

La presentazione dello scatto fotografico, con particolare riferimento all’ultima parte “Abbandoni che trovano risonanza nel disorientamento dell’essere contemporaneo, siamo sospesi sulle nostre stesse rovine” è un invito importante a riflettere. 

La pandemia ha accentuato le condizioni di “Perifericità” , disagio , povertà ed esclusione sociale che vivono molti quartieri ai margini urbani. 

Condizioni che rendono necessarie ipotesi di progettazione socio-territoriale alla presenza di esperti, attori istituzionali ed economici , stakeholders per una rigenerazione urbana in termini di RINASCITA di aree urbane un tempo vive perché oggetto di allocazione di importanti complessi industriali ed abitativi pullulanti di vita.(v. Alisa Del Re “Il lavoro cambia le citta’ ”- Ingenere, 26.05.2016). 

Oggi, invece, assistiamo alla consegna del termine “PERIFERIA” a quello di “ PERIFERICITA’ ” per indicare e denunciare l’insieme di processi di segregazione economica (mancanza di lavoro e di una casa che la pandemia ha esasperato), culturale e sociale, quello che l’autrice dell’opera definisce “Un popolo di invisibili che vi trova RIFUGIO” sospesi sulle rovine di una realtà vissuta in epoca di un passato comunque recente come luoghi fertili di lavoro in riferimento alla produzione industriale che era presente e di vive relazioni sociali familiari ed extra-familiari . 

La segregazione anche fisica, oggi, all’opposto, rende marginali alcune parti della città in contrapposizione a dinamiche proprie dell’ambiente urbano. 

Analisi sociologiche in atto dimostrano che anche il CENTRO di alcune città vivono sofferenze di PERIFERICITA’. 

Il concetto “SOSPESA” espresso dall’artista ci invita ad una osservazione critica che si può estendere alle caratteristiche stesse dell’ambiente degli esseri umani: i nuclei urbani ed extraurbani con i relativi meccanismi di produzione, riproduzione e declino. 
Si può parlare, in quest’ottica, di FRAGILITA’ TERRITORIALI, includendo, in questi contesti, i caratteri, le geografie, le politiche sociali e del territorio in atto dopo il Coronavirus. 

La Pandemia, con l’isolamento sociale, ha esasperato il carattere di PERIFERICITA’, in termini relazionali, i rapporti micro, face to face, delle periferie già territori fragili di esclusione ed ha accentuato il disorientamento dell’essere umano ancora più evidente in aree oggi degradate. 

L’obiettivo di grandi voci autorevoli di sociologi, urbanisti, economisti, architetti e politici (v. Renzo Piano “Vorrei periferie felici, non demolitele” Cit. Corriere della sera, 29 marzo 2016) è quello di una ricostruzione e di una trasformazione per non radere al suolo quartieri considerati ormai invivibili ed ingestibili. 

Questo il senso della RINASCITA di persone non più “sospese” ma di esseri vivi e vitali.
Dr. Doriana Doro
Sociologa, Vice Presidente ANS, Dipartimento Piemonte. 

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Il boomerang della delocalizzazione
di DANIELA GENSABELLA

“Se vogliamo consegnare migliorato, alle generazioni future, il patrimonio ambientale, economico, culturale e sociale che abbiamo ereditato, siamo chiamati ad assumerci la responsabilità di operare per una globalizzazione della solidarietà. La solidarietà è un’esigenza che scaturisce dalla stessa rete di interconnessioni che si sviluppano con la globalizzazione.” (Papa Francesco) 

Una delle conseguenze più incisive della globalizzazione è la delocalizzazione geografica delle diverse fasi del ciclo di produzione; in parole più semplici si tratta del fenomeno per cui alcune aziende spostano parte della propria produzione in regioni o stati dove materiali e manodopera permettono di risparmiare sui costi. Questo comportamento organizzativo nel tempo ha comportato significative trasformazioni nel tessuto economico e sociale delle zone interessate, ma le conseguenze di queste procedure sono a volte disastrose sia dal punto di vista sociale sia da quello della salvaguardia dell’ambiente; l’effetto collaterale peggiore di questa azione infatti, è l’inquinamento. La delocalizzazione avviene generalmente in Paesi in cui non si devono fare i conti con rigide politiche ambientali ed è per questo che possiamo parlare di un secondo tipo di delocalizzazione, quello ambientale per l’appunto, che per molte aziende diventa una scorciatoia per aggirare le politiche di tutela del territorio. I paesi più ricchi infatti, seguono regole più severe relativamente al controllo delle attività inquinanti e, a differenza dei paesi poveri, predispongono di mezzi finanziari e di strutture amministrative e giurisdizionali per dare esecuzione a queste regole e per imporne il rispetto. Un altro aspetto importante è l’influenza dell’opinione pubblica che, in molti casi, ha la forza di orientare le scelte politiche verso misure di tutela ambientale. 

Nella sua opera Paola Zorzi rappresenta un boomerang in legno con l’intento di raffigurare gli effetti collaterali della delocalizzazione: le conseguenze negative dei processi industriali non si esauriscono in quei Paesi lontano da noi, ma ritornano, proprio come un boomerang, direttamente nelle nostre case e nel nostro corpo. 

Ecco allora che la delocalizzazione, che in un primo momento sembrava favorire l’umanità, diventa invece un suo fallimento.
Il boomerang torna indietro portando con sé squilibri ambientali dovuti ad uno sfruttamento eccessivo dell’ecosistema: cambiamenti climatici, smaltimento dei rifiuti, inquinamento dell’aria e del suolo, esaurimento delle risorse idriche. Pensiamo per esempio al triste destino delle foreste dei paesi equatoriali, tropicali o subtropicali e alla loro biodiversità, che oggi non esistono più perché non sono compatibili con le esigenze di crescita e di sviluppo. 

Da un punto di vista sociale, la tutela dell’ambiente dovrebbe prevedere necessariamente collaborazione tra i Paesi del mondo, senza favorirne alcuni e sfavorirne altri. Per questo è di fondamentale ed immediata importanza, una trasformazione radicale dei processi e dei comportamenti a tutti i livelli: individuale, comunitario, d’ impresa, istituzionale e governativo. A questo proposito è interessante fare riferimento al Green Social Work ovvero un modello di lavoro sociale, un insieme di linee guida, che riconoscono e promuovono l’interdipendenza e la solidarietà tra persone, flora e fauna del Pianeta, nella concezione che tutto è interconnesso: la relazione persona-Terra non è divisibile, né può il benessere di una essere sconnesso da quello dell’altra. 

Bibliografia e sitografia 

Dominelli Lena, Green Social Work. From Environmental Crises to Environmental Justice. Polity Press, 2012. 
www.informazioneambiente.it 

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Batte forte il cuore
di ANITA IOVINE

Batte forte il cuore di Renata Petti l’opera d’arte contemporanea, presentata nella mostra Rinascite- La società del rischio, che più mi ha incuriosito. E soprattutto, ha attirato la mia attenzione la spiegazione dell’opera fatta dall’autrice stessa: come modifichiamo la realtà, nella nostra immaginazione, nell’incerto  periodo storico che stiamo vivendo?  

Il cuore che batte è metafora di vita. I due concetti sono legati indissolubilmente. Il cuore è un organo cavo, costituito da tessuto muscolare e dotato di un suo pacemaker naturale che stabilisce il ritmo delle pulsazioni, ed è situato nell’emitorace sinistro, sopra il diaframma, tra i due polmoni. All’interno il cuore è diviso in quattro camere: due atri (superiori) e due ventricoli (inferiori). Ha il compito di pompare il sangue nell’albero arterioso che lo distribuirà a tutto l’organismo. Nello spesso delle sue pareti scorrono le arterie coronariche, deputate a nutrire il tessuto cardiaco.        Ma il cuore rappresenta anche la sintesi di maschile e femminile. È rosso e caldo, simbolo del fuoco, elemento maschile, ma è anche oscuro e cavo al suo interno, elemento femminile. Per il pensiero occidentale il cuore è il centro dell’affettività, mentre il cervello è quello dell’intelligenza. Ma i saggi dell’antico Egitto concepivano il cuore come un organo inseparabile dalle emozioni e, in questo senso, punto di fusione tra psichico e organico. L’intuizione veniva da loro chiamata “intelligenza del cuore” e si avvicina molto a ciò che noi definiamo “intelligenza intuitiva”, caratterizzata da un continuo passaggio dall’inconscio alla coscienza. In tal modo l’intuizione o “intelligenza del cuore” si rivela come la nostra facoltà intellettiva suprema. In tutte le tradizioni il cuore è il piccolo “sole” di ogni creatura vivente. Come la vita umana ruota attorno al cuore, la vita dell’universo ha il suo centro nel sole.
È interessante notare che, in certe rappresentazioni pittoriche, dal cuore partono dei raggi luminosi, mentre in altre l’organo è circondato da fiamme. L’assimilazione del cuore al sole è comune in tutte le culture in Occidente come in Oriente, in quanto entrambi hanno un significato “centrale” legato alla luce, alla creatività, all’amore, ma sono anche simbolo di unità, di totalità, di coscienza ed eternità. Nel linguaggio popolare troviamo numerosi riferimenti alla motilità cardiaca di carattere non più fisico, ma emotivo: si parla di “cuore che si stringe d’angoscia”, “cuore che si allarga di gioia” o ancora di “cuore che si muove a compassione”. Il ‘cuore grande di una madre’, mi viene da pensare  in questo momento, forse perché la mamma l’ho persa da poco, e proprio a causa del cuore. La sua morte, pur non essendo stata causata dal COVID, è ad esso strettamente legata, vista  l’impossibilità di ricevere cure adeguate per altre patologie nelle strutture ospedaliere di tutta Italia e, presumo,  del mondo intero dopo l’esigenza e l’urgenza di riconvertire interi padiglioni  in reparti  per  i ‘nuovi’ malati. Il cuore che batte. Forte. Perché poi, quando non batte, non c’è più niente da fare. E la vita finisce.  E per mamma è successo proprio così. 

E questo mio scritto è a lei dedicato.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato quella del COVID-19 una pandemia l’11 marzo 2020. E ora dopo un anno e mezzo di caos, la gente si chiede: Maquandofinirà questa pandemia?

Anche all’interno della comunità scientifica questa domanda susciterebbe risposte diverse”, afferma Rachael Piltch-Loeb, ricercatrice e docente presso l’Emergency Preparedness Research, Evaluation & Practice Program (Programma di ricerca, valutazione e preparazione per le emergenze, NdT) della Harvard T.H. Chan School of Public Health. “Non esiste una definizione su cosa significhi la ‘fine di una pandemia’”. Una pandemia è, per definizione, una crisi globale. L’attenuazione di alcune misure e interventi di sanità pubblica “hanno dato alle persone la sensazione che la crisi si stesse risolvendo”, afferma Piltch-Loeb. Quell’euforia ha portato molti a non vedere l’effettiva realtà dei fatti che rimane piuttosto cupa. “Fino a che questo virus non sarà sotto controllo o quanto meno la sua diffusione non sarà limitata a livello globale, non possiamo considerarci fuori dall’emergenza”, continua Piltch-Loeb. Questo significa che la dichiarazione della ‘fine’ della pandemia potrebbe risultare un obiettivo a lungo termine che richiede condizioni differenti a seconda dei diversi punti di vista sulla questione. Quando la diffusione mondiale di una malattia viene messa sotto controllo in una determinata area, quella non si chiama più pandemia ma diventa un’epidemia, secondo l’OMS. Se il COVID-19 rimarrà presente a livello globale a quelli che gli esperti dell’OMS giudicano essere “livelli attesi o normali”, allora l’organizzazione ne modificherà la classificazione in malattia “endemica”. A quel punto il virus SARS-CoV-2 sarà diventato un virus normalmente circolante che sarà “meno minaccioso via via che raggiungiamo l’immunità di gregge”, afferma Saad Omer, epidemiologo e direttore dello Yale Institute for Global Health. Sono solo due le malattie che affliggono l’uomo o altri animali che sono state sradicate nella storia: il vaiolo, una malattia letale per l’uomo che si manifestava con la comparsa di dolorose vescicole su tutto il corpo, e la peste bovina, una patologia virale che attaccava e uccideva i bovini. In entrambi i casi fu un’intensa campagna vaccinale ad arrestare le nuove infezioni. L’ultimo caso confermato di peste bovina è stato rilevato in Kenya nel 2001 mentre l’ultimo caso noto di vaiolo è stato registrato nel 1978 nel Regno Unito. Joshua Epstein, professore di epidemiologia presso la School of Global Public Health dell’Università di New York e direttore fondatore dell’Agent-Based Modeling Laboratory (Laboratorio dei modelli basati su agenti, NdT), sostiene che l’eradicazione di una malattia è un evento talmente raro che dovremmo eliminare questo termine dal nostro vocabolario medico. Le malattie “tornano nei propri serbatoi animali oppure mutano abbassando il loro livello”, afferma, “ma generalmente non spariscono del tutto dal bioma globale”.                         La maggior parte delle cause delle passate pandemie sono tutt’oggi presenti: tra il 2010 e il 2015 oltre 3.000 persone hanno contratto il batterio che causa sia la peste bubbonica che la peste polmonare, secondo l’OMS. E il virus che ha causato la pandemia di influenza del 1918 che devastò il mondo, uccidendo almeno 50 milioni di persone, alla fine è mutato trasformandosi in varianti meno letali, i cui discendenti sono diventati i ceppi dell’influenza stagionale.                                  Come successe nel caso dell’influenza del 1918, è probabile che il virus SARS-CoV-2 continui a mutare e che il sistema immunitario umano si adatti riuscendo infine a respingerlo senza bisogno di vaccini, ma non prima che molte persone vengano contagiate e muoiano. ‘Raggiungere l’immunità di gregge con le maniere forti non è la soluzione più auspicabile. Trovare modi per rallentare la diffusione della malattia e gestire i suoi effetti è di gran lunga il percorso più sicuro’, affermano gli esperti. Oggi, ad esempio, il controllo dei parassiti e una migliore igiene ci proteggono dalla peste, mentre gli eventuali nuovi casi possono essere trattati con gli antibiotici. Per altre malattie, come ad esempio l’influenza, anche i vaccini possono fare la differenza. I vaccini disponibili contro il COVID-19 sono estremamente sicuri ed efficaci, il che significa che raggiungere un numero sufficiente di vaccinati ci permetterebbe di giungere alla fine di questa pandemia prima e con meno vittime di quelle che provocherebbe la malattia non contrastata con i vaccini. Ad oggi, però,  la distribuzione dei vaccini rimane ampiamente disomogenea. Molte nazioni hanno subito forti perdite a causa del COVID-19 — incluse Indonesia, India e molti Stati africani — e stanno procedendo a ritmi molto più rallentati. Questo è dato in parte dal fatto che il Covax – il programma supportato dalle Nazioni Unite per la vaccinazione globale – ha lottato per procurare e fornire i vaccini ai Paesi più poveri del mondo. L’OMS ha esortato i Paesi più ricchi a donare dosi di vaccino alle nazioni più povere prima di procedere alla somministrazione del richiamo per le proprie popolazioni. Anche in Paesi con forniture sufficienti, il ritmo delle vaccinazioni è influenzato dall’esitazione e dalla disinformazione. Con maggiori opportunità di diffondersi e mutare, il virus ha sviluppato nuove varianti che sono non solo più contagiose, ma anche più elusive. La Delta è quella più contagiosa finora rilevata. Questa variante è stata individuata inizialmente in India, dove ad Aprile ha contribuito a causare uno dei peggiori picchi di contagi a livello mondiale. Più recentemente, la Delta è stata tra le cause di una drammatica epidemia in Indonesia; i dati relativi agli anticorpi indicano che è stata contagiata oltre la metà della popolazione nella capitale Giacarta. Le prime ricerche indicano inoltre che la variante Lambda potrebbe essere resistente ad alcuni vaccini. La complessità della lotta contro un virus che muta rapidamente “comporta il fatto che a volte si fanno due passi avanti e uno indietro”, afferma Michael Osterholm, direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy (Centro per la ricerca e le politiche per le malattie infettive, NdT) dell’Università del Minnesota.

Da marzo 2020 viviamo una situazione di chiusura e apertura alternate.Lockdown, zone colorate e contagi che non si riesce a tenere sotto controllo. Siamo rimasti a casa ed evitato i contatti con tutti. Come me, come noi, anche altri milioni di persone nel mondo hanno dovuto cambiare drasticamente e improvvisamente le proprie abitudini: lavoriamo o studiamo a casa, dobbiamo limitare e giustificare le nostre uscite e gli incontri, facciamo lunghe file davanti ai supermercati. In alcuni paesi, tra i quali l’Italia, l’epidemia di Covid-19 è l’evento più grave che si sia verificato dal dopoguerra a oggi e con il più profondo impatto sulle vite di tutti. Da mesi non si parla d’altro anche se ora, con la curva dei contagi in calo grazie alle vaccinazioni, la situazione è migliorata e ci avviamo verso un ritorno alla normalità. La situazione però è stata molto grave e lo è tutt’ora in alcuni paesi non raggiunti dai vaccini: in diversi paesi i contagi continuano ad aumentare, i sistemi sanitari sono in grande difficoltà; moltissime persone hanno perso e perderanno il lavoro. Laddove i vaccini stanno coprendo pian piano tutta la popolazione, e mano a mano che si placa l’emergenza, si presenta sempre più incalzante la domanda sul futuro. Come cambieranno la società e le nostre vite dopo che l’epidemia sarà finita? Come sarà il famigerato “ritorno alla normalità”?                                                                             La pandemia avrà molte conseguenze. Alcune sembrano inevitabili, come la crisi economica, l’aumento della povertà e delle diseguaglianze sociali, l’acutizzazione delle situazioni di disagio, di emarginazione e solitudine preesistenti. Altre, invece, sono oggetto di ipotesi e congetture, auspici o timori. Quel che è certo è che il prossimo futuro sarà segnato dagli effetti di questo evento sulla vita quotidiana, l’economia, la società, l’istruzione, il lavoro e molto altro. Fino a quando durerà il cosiddetto distanziamento sociale? C’è chi ritiene, per esempio, che alcune delle nostre abitudini subiranno cambiamenti irreversibili. Non ci avvicineremo più agli altri, indosseremo sempre la mascherina, entreremo negli spazi pubblici in pochi alla volta, ci laveremo sempre le mani. Potrebbero non tenersi più le riunioni, le cene, i concerti, le manifestazioni e le feste come le abbiamo conosciute. Tra le possibili conseguenze nefaste della pandemia, si paventa un’eccessiva estensione del controllo statale e poliziesco sulle nostre vite.Se ci abitueremo a comunicare spostamenti, incontri e molti altri dati personali a un’applicazione – più di quanto già facciamo – cosa ne sarà della nostra privacy e della nostra libertà? Come sarà la “normalità” alla quale torneremo? Gli scenari e le ipotesi sul futuro sono molte. Una posizione interessante è quella di chi sostiene che “non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”– intendendo che dobbiamo fare di tutto per approfittare di questo evento e cambiare le sorti delle nostre società e del pianeta.                      Sono molti i motivi per i quali “la normalità era il problema”. Tra tanti, i più evidenti sono che:

-Il sistema economico capitalistico produce diseguaglianze sempre più gravi

-Stiamo procedendo a gran velocità verso un irreversibile disastro ambientale

-La terra si desertifica, l’aria e l’acqua sono sempre più inquinate, la temperatura aumenta, i ghiacciai si sciolgono, gli uragani e i cicloni si moltiplicano

-L’epidemia da sola non risolverà la crisi climatica.Anzi, produrrà altre crisi, economiche e sociali. Tuttavia, è possibile che questo evento ci spinga ad avviare finalmente quelle trasformazioni radicali che sono necessarie per scongiurare i rischi immensi della crisi ambientale.

La pandemia da coronavirus sembra non finire mai. La soluzione sembrava arrivata con i vaccini ma la scoperta di nuove varianti rimette tutto in discussione. Si temono nuove ondate di contagi, si teme che i vaccini possano non esseresufficientia contenere la diffusione delle varianti, si teme il ritorno alla suddivisionedelle regioni in funzione dei contagi e, quindi, dei colori nonché le lunghe quarantene dopo i viaggi all’estero. Insomma, un ritorno alle restrizione di spostamenti e alla socialità, un ritorno anche alla didattica a distanza che fa di nuovo capolino tra i tanti spauracchi dei prossimi mesi. Intanto sono state approvate dal Governo nuove regole che serviranno a gestire iprossimi mesi, regole necessarie ad intervenire in modo diverso su una situazione che, nonostante tutto, è cambiata rispetto a 18 mesi fa.                                                  Come nella pandemia, così nella crisi ambientale, i diversi aspetti della vitapubblica non sono mai separati. La politica, l’economia, le abitudini individuali e le realtà sociali sono sempre legate tra loro. Forse questo evento potrebbe aiutarci a prendere finalmente una direzione diversa, proprio perché ci ha ricordato in modo brusco e inequivocabile l’esistenza di questo legame. Forse, dunque, ha ragione chi ci invita, con la fine della pandemia, a non tornare alla normalità di prima e a inventarcene, invece, una nuova.

L’irruzione della pandemia da coronavirus nelle nostre vite ha rivoluzionato non soltanto la quotidianità di ciascuno di noi ma anche il funzionamento dei nostri sistemi sociali. Ci ha posto di fronte all’evidenza che la prevenzione nei confronti dei pericoli (“naturali”) e dei rischi (indotti da noi) non è più soltanto un’opzione ragionevole: è un’urgenza senza alternative.
In questo senso il valore aggiunto della sociologia consiste nella comprensione dei processi sociali e culturali attraverso cui gli attori definiscono il danno incombente, la gravità del suo impatto e le misure per affrontarlo. In breve, la costruzione sociale di un fenomeno estremo come la pandemia.                                                                       A partire almeno dalla prima metà dell’Ottocento, una precisa tradizione di studi teorico- sociali, viva ancora oggi, si è concentrata sui meccanismi e le dinamiche in forza delle quali la società moderna, molto più di quella tradizionale, risulta sistematicamente esposta al rischio di deriva in senso totalitario, intendendo con ciò l’avvento di una formazione storico-sociale tecnocratica, controllata da una ristretta cerchia di persone che accentrano a sé il controllo dei grandi apparati burocratici di tipo economico-finanziario, politico, educativo-formativi e culturali-comunicativi. Una seria analisi sociologica è indispensabile per introdurci a una comprensione del tempo in cui viviamo. L’attuale pandemia da Covid-19 facilita le cose, perché è uno di quei fenomeni che hanno l’effetto di rendere manifesto ciò che finora è stato per lo più latente: questo è il suo principale senso sociologico. È oltremodo importante evidenziare come tale analisi si integri perfettamente con la riflessione e la preoccupazione che ha animato tutti i pontificati degli ultimi 150 anni, con un crescendo esponenziale in quelli del secondo dopoguerra. Valga come sintesi il seguente passo della Redemptor hominis (1979), l’enciclica programmatica dell’epocale pontificato di san GIOVANNI PAOLO II:

L’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce […]. Egli teme che i suoi prodotti possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso; […] Lo sviluppo della tecnica e lo sviluppo della civiltà del nostro tempo, che è contrassegnato dal dominio della tecnica stessa, esigono un proporzionale sviluppo della vita morale e dell’etica. Intanto quest’ultimo sembra purtroppo rimanere sempre arretrato (15). […] La situazione dell’uomo contemporaneo, infatti, sembra lontana dalle esigenze oggettive dell’ordine morale, come dalle esigenze della giustizia e, ancor più, dell’amore sociale (16).

Adesso, questi sono i fatti: 

–  che esiste la capacità tecnica di costruire artificialmente agenti virali letali; 

–  che ciò dipende da una precisa volontà politica ordinata a fini strategici;

–  che per “fini strategici” si deve intendere  la volontà di gruppi ristretti che costituiscono le più potenti e, al contempo, circoscritte aggregazioni degli interessi che si siano mai viste nella storia, potendo essi esercitare un controllo diretto e/o indiretto di tutti i grandi apparati che dominano la vita del mondo moderno;

– che tali gruppi – come la storia degli ultimi cento anni dimostra ampiamente – sono capaci di prendere decisioni ed eseguire programmi di distruzione e devastazione immensa, liberi da scrupoli di ordine morale o, addirittura, nell’ipocrita quanto delirante pretesa/convinzione di perseguire filantropicamente il bene dell’umanità;

– che, al pari e forse più ancora dello stato di guerra, la pandemia – sia essa di origine naturale o dolosa – offre a coloro che guidano gli apparati burocratico-repressivi dello stato l’opportunità di accentrare a sé il potere politico-decisionale e di stringere le maglie del controllo sociale, creando tacitamente i presupposti di un potenziale sovvertimento dell’ordine democratico (è questa una semplice asserzione da manuale di scienza politica);

– che la pandemia è funzionale all’implementazione sia dell’industria 5.0 (i robot non si infettano) sia della tecnologia 5G (che permette un controllo capillare e minuzioso della popolazione);

– che la comunicazione massmediatica sulla pandemia pare orientata a creare confusione ed evitare ogni certezza, tranne tre: 1) stare fermi, 2) comanda la scienza, 3) aspettiamo il vaccino;

– che, di conseguenza, la popolazione – impaurita – si ritrova psicologicamente predisposta ad accettare drastiche riduzioni della libertà e addirittura è pronta a ridursi da sola le libertà rimanenti.

La pandemia fa male. Uccide, chiude, blocca, isola, impoverisce. E, naturalmente, fa parlare. Tanto. Praticamente all’infinito. Ma accanto alle paginate dei giornali e agli interminabili sproloqui dei talk-show, stimola anche qualche parola diversa, qualche riflessione su quello che sta avvenendo e come sta avvenendo, sul modo in cui si sta gestendo questa fase drammatica e sulle sue prospettive. Sono diversi gli studiosi che in questo periodo si stanno esprimendo con le loro analisi e, per fortuna, non mancano coloro che non si fermano al coronavirus, ma scavano nel profondo di una società che era già alle corde.  Mi ha molto colpito la teoria esposta dal sociologo Andrea Miconi in ‘Epidemie e controllo sociale’. Ovviamente, l’autore non nega la pericolosità del Covid-19, ma contesta l’impostazione delle misure di contenimento del virus  e sospetta che nascondano ben altre intenzioni. Quali? Per svelarle ricorre alla categoria foucaultiana di biopolitica, ossia il governo degli esseri umani attraverso la regolazione della vita biologica (sessualità, riproduzione, morte e così via). Nel caso dell’epidemia in corso la biopolitica si esprime tramite pratiche di controllo della salute pubblica quali: l’obbligo al distanziamento interpersonale e all’uso dei dispositivi sanitari di protezione individuale, la quarantena, la limitazione degli orari degli esercizi pubblici, la chiusura di una lunga serie di attività culturali, ludiche, sportive, della scuola e dell’università, restrizioni nella libertà di spostamento sul territorio. Egli parla del 2020 come dell’anno che ha inaugurato lo stato di polizia e, per dimostrarlo, riporta un lungo elenco di fatti di cronaca che la stampa ha rubricato nell’ordine del pittoresco, del bizzarro e della curiosità. Mentre per Miconi indicano un eccesso di controlli, un preoccupante potere discrezionale delle forze di sicurezza, la violazione dei diritti della persona e lo sconvolgimento del clima sociale. Ecco alcuni di questi fatti: una donna è stata multata mentre pregava in chiesa da sola, stessa sorte è toccata a una psicologa che si recava a visitare un paziente, a una coppia che accompagnava la figlia a una visita oncologica dopo un trapianto di midollo spinale e a un uomo che accompagnava la moglie disabile a fare la spesa. Al lungo elenco di Miconi si possono aggiungere i video circolati sui social network dopo la pubblicazione   in cui si assiste a pesanti interventi delle forze dell’ordine nei confronti di cittadini colti per strada senza mascherina sanitaria. A questo proposito ci sarebbe da osservare che durante la pandemia le morti sul lavoro sono proseguite come prima, ma da parte dello Stato non si sono viste all’opera la stessa determinazione e la stessa energia per combattere il fenomeno. Il succo della sua critica è il seguente: con la pandemia è stata messa in atto una strategia di colpevolizzazione del cittadino e di deresponsabilizzazione della classe dirigente (potere politico, potere mediatico, potere economico). Ha preso così forma una sorta di populismo alla rovescia tramite il quale l’opinione pubblica si è assunta la colpa di quanto accadeva anziché prendersela con le élite. Per esempio, non si è troppo indignata dinanzi alla scarsa attenzione degli imprenditori per la salute di lavoratori e che nel bergamasco ha portato a consumare una vera e propria strage. Tuttavia ha accettato di essere sigillata in casa, di sentirsi dire dai media che tutto sommato la reclusione domiciliare è una cosa bella e di sottoporsi all’umiliante rituale dell’autocertificazione. Ancora: ha abbracciato lo slogan “C’è troppa gente in giro” anziché pretendere dei servizi di trasporto pubblici adeguati all’emergenza sanitaria. In definitiva, per Miconi lo scopo sommerso delle misure anti-contagio è duplice: da un lato, la normalizzazione di una pervasiva forma di controllo sociale; dall’altro, la possibilità per la classe dirigente di togliere ai cittadini libertà fondamentali senza subire alcun scossone…

L’ingresso del Covid nella nostra quotidianità ha portato a una radicale riorganizzazione dei contatti sociali e la radicalizzazione dei processi digitali. Cosa resterà di questi cambiamenti quando la tempesta sarà passata e torneremo alla nostra “nuova” normalità? Sono stati innumerevoli i cambiamenti che la pandemia ha portato con sé, ma per semplificare si possono ridurre a due traiettorie principali: la riorganizzazione dei contatti sociali e la radicalizzazione dei processi digitali. Il forzato distanziamento fisico associato alle opportunità digitale ha creato uno spazio ibrido socio-tecnologico in cui le necessità sociali si sono avvalse di piattaforme digitali per dar luogo a forme relazionali sicuramente nuove e interessanti.          L’anno uno della pandemia è caratterizzato da ricostruzione economica, riflessione ecologica e campagna vaccinale. Ma è possibile delineare uno scenario per capire cosa resterà delle mutazioni improvvise che la pandemia ci ha posto davanti?         Per semplificare il discorso, dividerò il mio ragionamento in tre parti a seconda della dimensione sociale di riferimento: l’impatto microsociale, l’impatto mesosociale, l’impatto macrosociale.

Per impatto microsociale faccio riferimento a tutto quanto riguarda la vita delle persone intese come singoli individui. In questo caso l’impatto della pandemia è stato quello di rendere le tecnologie digitali strumenti abilitanti, ovvero dispositivi mettono le persone nelle condizioni di poter fare qualcosa, di svolgere un’attività. Il processo non è nuovo, avvisaglie erano già presenti nelle diverse forme delle culture digitali, ma la pandemia ha sicuramente estremizzato queste situazioni. Solo un anno fa era assolutamente inimmaginabile usare le tecnologie digitali per “incontrare le persone”, mentre adesso la riduzione della distanza fisica tramite il rinforzo della presenza sociale è diventata una strategia non solo tipica dei giovani, ma anche degli adulti. Prima erano appannaggio dei ragazzi e delle ragazze gamer, ovvero appassionati di tecnologie videoludiche, adesso invece sono diventati sostituti dei campetti gioco, dei parchi e dei cortili di quartiere. Per avere consapevolezza di questa situazione, basta andare sui principali marketplace digitali e vedere le innumerevoli offerte su strumenti come microfoni e cuffie per il gaming per capire come il videogioco inteso come sostituto – più o meno temporaneo – del gioco in presenza sia diventato la norma e non più l’eccezione. Simmetrica e differente la situazione per gli adulti: usare le piattaforme digitali come sostituto della presenza fisica. Lunghe chiacchierate in videochat da Skype a Whatsapp, passando fino a Google Meet per i più tecnologici. Anche in questo caso i processi commerciali dei marketplace sono sintomatici: il prodotto più venduto e con maggiore presenza di offerte sono le cuffie: in ear, over ear, a cancellazione di rumore, ognuna di esse svolge un preciso ruolo nella digitalizzazione della vita quotidiana. Le cuffie in-ear sono pensate per la mobilità e per lo sport, le cuffie over-ear per il lavoro sedentario e stabile, le cuffie a cancellazione di rumore sono scelte per immergersi nei propri consumi culturali prevalentemente audiovisivi. Non è una novità. Il walkman degli anni ’80 è stato sintomatico di una nuova forma di consumo culturale come ci ricordano alcuni classici studi di sociologia della comunicazione (Du Gay et al. 1997): il XXI secolo non ha fatto altro che costruire un’autostrada dove prima c’era un sentiero. 

L’impatto mesosociale sono leconseguenze socio-tecnologiche che hanno riguardato i piccoli gruppi sociali: famiglie, amici, colleghi, scuole, università e quant’altro. In questo caso, la pandemia ha reso le tecnologie digitali infrastrutture sociali vere e proprie, ovvero tecnologie che erogano servizi che rendono possibile la collaborazione sociale (Bennato 2013). Gli esempi sono molteplici, come la digitalizzazione della scuola e le forme della didattica a distanza. È davvero difficile pensare che un servizio pubblico come l’istruzione si sarebbe potuto svolgere senza l’universo dei tool digitali che vanno da Google Meet a Microsoft Teams. Queste tecnologie nel loro essere supporto principale non hanno reso possibile l’esperienza scolastica, sono state esse stesse l’esperienza scolastica. Basta pensarci un attimo: l’ingresso a scuola annunciato dalla campanella si è trasformato nel suono di sistema del computer acceso e del click di accesso alla piattaforma di e-learning dedicata. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: la piaga del digital divide che ha mostrato un paese senza vere infrastrutture digitali moderne e con un forte problema di dotazione tecnologica senza dimenticare il rischio culturale e politico di consegnare l’istruzione scolastica e universitaria in mano a piattaforme private come Google e Microsoft. Altro esempio: il lavoro a distanza, dal telelavoro allo smart working. Il XX secolo  ci aveva abituato alla separazione fra lo spazio di lavoro e lo spazio domestico, la pandemia del XXI secolo ci ha mostrato che non c’è più una reale distinzione fisica fra luogo di lavoro e luogo di vita domestica. Questo ultimo anno ci ha messo davanti ad una situazione professionale, prevalentemente nel settore dei servizi ma non solo, in cui le riunioni sono aumentate di numero ma diminuite nei tempi grazie/per colpa dello streaming video e in cui la condizione tipica del contesto di riunione è una persona con dietro una finestra o una libreria. Il senso di tutto ciò è che le tecnologie che consentono la collaborazione e il confronto con gli altri sono diventatii nostriluoghi di lavoro che aprono un vero e proprio spazio lavorativo all’interno dello spazio domestico, una specie di buco nero pubblico all’interno di uno spazio privato, riproducendo nella quotidianità quello che nei social ormai avviene da anni, ovvero la con-fusione pubblico/privato. (cit. Boyd 2014)

Macrosociale è l’orizzonte dell’impatto che riguarda le grandi istituzioni sociali (nel senso sociologico del termine) come il mercato, la politica, la cultura. In questo caso la pandemia ha reso le tecnologie digitali l’orizzonte sociale all’interno delquale muoversi (Marres 2017). Prendiamo il caso del mercato, inteso come l’istituzione sociale dedita alla distribuzione, acquisto e consumo di beni. Sicuramente questa forma istituzionale si fonda su un sistema che non richiede le tecnologie digitali di riferimento: la produzione è un problema di settore produttivo, la logisticaè un problema di trasporto fisico, il consumo è un problema di distribuzione. Ma l’accesso al mercato è una questione legata alle tecnologie digitali. In altre parole, se non posso andare al supermercato o al negozio per acquistare beni di prima necessità o di consumo, ho bisogno di qualcuno che completi “l’ultimo miglio” ovvero lo spazio che dai punti della grande distribuzione arrivi fino a casa mia. In una situazione di spostamenti limitati, il consumo è garantito da una riorganizzazione di alcuni aspetti della logistica. Anche qui gli esempi abbondano: la crescita delle possibilità di acquisto rese possibile dai marketplace digitali(Amazon e Ebay ma non solo) e la nascita di una nuova categoria di distribuzione rappresentata dalle piattaforme di consegna a domicilio e dalle nuove infrastrutture rappresentate dai riders. Prendiamo il mondo della cultura: cinema, teatri, editoria. Non essendo abituati a un ripensamento radicale della loro offerta, complice anche un sistema industriale ingessato, sono quelli che più hanno sofferto le chiusure dei vari DPCM senza essere in grado di offrire servizi alternativi o tentare di costruire un nuovo patto sociale tra servizio e pubblico. Quanti di questi operatori della distribuzione culturale hanno adottato soluzioni tecnologiche per venire incontro alla nascita di un nuovo utente, il consumatore culturale domestico? Alcune librerie, per esempio, si sono mosse per la consegna a domicilio, ma i numeri sono talmente piccoli da far pensare ad un esperimento di librai illuminati invece che un approccio di sistema. In questo caso è mancato l’orizzonte sociale che le tecnologie sarebbero state in grado di costruire.

La riorganizzazione dei contatti sociali è consistita in un processo di ripensamento delle forme di vita collettiva sia da un punto di vista individuale che dal punto di vista sociale. Dalla prospettiva individuale sono diminuiti i rapporti sociali, diventando poi strategia decisionale nella scelta di chi vedere e come. Detto altrimenti, prima della pandemia non c’era nessun problema  ad incontrare persone in momenti molto differenti della settimana, anche soltanto per un caffè o per un aperitivo. Dopo la pandemia tra paure individuali e limiti sociali è diventato un processo articolato quello di decidere chi vedere e come vedere. Sintetizzando il tutto con una citazione cinematografica, potremmo dire che se non riusciamo a vederci con qualcuno, la verità è che non ci interessa abbastanza. La radicalizzazione dei processi digitali è rappresentata dalle forme sempre più forti di utilizzo sociale dei servizi digitali che non solo ci ha portato a sperimentare nuove piattaforme ma anche nuovi modi per rendere i social media compatibili con la nostra vita affettiva e professionale. Per intenderci: non solo i nonni hanno dovuto imparate le videochat di WhatsApp, ma anche i docenti di scuola (e università) che hanno dovuto assimilare forme e modi della didattica a distanza. In conclusione, ormai si parla di una nuova normalità, intendendo in questo modo che la pandemia non è stata un caso isolato, ma una prova generale di una situazione generale dovuta allo sconvolgimento climatico. In questa normalità la tecnologia digitale è diventata protagonista perché ha reso possibile l’interazione sociale in assenza di presenza fisica. Ovviamente non è possibile una società senza socializzazione, uno spazio comunque senza coinvolgimento diretto, ma se guardiamo le cose in prospettiva, già la globalizzazione aveva mostrato che dalla società del qui ed ora si era passata ad una società delle reti, intese come network di distribuzione, di comunicazione, di collegamento. La pandemia ha mostrato le opportunità del digitale, ora tocca a un sistema sociale consapevole fare in modo che il digitale non sia un aspetto circostanziale in attesa di un ritorno ad una – presunta – normalità ma un aspetto strutturale da integrare correttamente e in modo lungimirante con la vita contemporanea. L’espressione che ricorre in questi giorni nella mia mente è quella di ‘società malata’. Ma non solo di COVID. Il COVID ha solo fatto esplodere tutto, ha portato alla luce tante contraddizioni e tante ingiustizie. C’erano già prima , ma adesso ce ne siamo accorti tutti. Il COVID non è la causa : la malattia della nostra società, del nostro sistema consumista, capitalista e individualista è qualcosa che ha radici lontane nel tempo. Vogliamo continuare a consumare, aggredire, rinchiuderci in noi stessi mentre tutto cade? 

Bisogna metterci un po’ di cuore.

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Poesie per Rinascite
di ANTONELLA FUCECCHI RANKOUSSI
RENATA PETTI Batte forte il cuore / 2021 di FUCECCHI

Innervati sullo stesso stelo
Ci siamo pensati
Vanamente
A lungo
Al centro
Separati e soli
Ma la testa
Superba
Si piega
Ora 
Al dolore 
Delle viscere mute
E supplica
La vita
che le fu tolta
***
E torna nudo
di nuovo il cuore
caduta la scorza 
che ne indurì
le fibre
sui rami amari
fioriranno 
ancora
gemme timide 
d’amore

Elisa Cella EMBRIONI 2015-2016 di FUCECCHI

Tessiture pazienti
Del grembo saggio
Ricamano in 
Silenzio
La vita 
In segrete
Geometrie 
D’amore
Darsi senza riserva
Al nuovo
In una trama
Incessante 
di stupore 

Camilla Marinoni ZAFFO 2018 di FUCECCHI

Ed è di te
Madre
Che mi mancano
Le viscere
In questa
Separazione
Atroce
Che mi fa desiderare
Il caldo del tuo seno
In questo isolamento
Muto
Apro brecce
D’amore
Dove cede il tempo
Accoglimi ancora
Nelle tue cavità
Come sapevi
Perché è di te 
che sono tessuta
e il tuo addio
mi lacera 
la carne

Paola Zorzi EFFETTO BOOMERANG 2021 di Fucecchi

Non c’è lancio
Che non abbia il suo ritorno
Non c’è seme che non renda 
Quel che gli fu dato
Non c’è colpo che non si rinfacci
In un gioco di rimandi
Finchè 
Scorie e frantumi
Ricadono
Come 
eco feroce
di gesti 
sbagliati

Elena Radovix SOSPESA 2021 di FUCECCHI

Abbarbicati
Ai bordi 
Dell’abisso
Del senso 
che ci è mancato
In una corsa vana
questa povera 
carne 
avida
si avvinghia
ai labbri 
della ferita
che si 
spalanca
atroce 

Alice Padovani Solid A fragile project  2019/2020 di FUCECCHI

Armonie 
di forme e steli
foglie e corpi
archetipi di vita
erbario antico
di frantumi ricomposti
in una sinfonia
di segrete 
corrispondenze
codice cifrato 
che unisce e cura
ciò che la mente/mensura
divide e sparge
ma Metis sa 
le trame antiche
di relazioni arcane
tra le cose 
nessi 
di cui
perduto
si invoca 
oggi 
disperatamente 
il senso

Andrea Valsecchi TOWERS 2015-2016 di FUCECCHI

Si ergono
le torri 
tentacoli voraci 
ossessiva
verticalità
rettilinea
 sfida alla gravità 
in spregio 
alla terra 
che le regge
ma piccole mani
fremono nell’acqua
che allaga 
l’orizzonte
concavo e
l’inesausto 
grembo
dell’umanità

Patrizia Bonardi  Giardini interiori 20-21 di FUCECCHI

Fili di Arianna guidano 
in labirinti inferi
Dove si annidano
creature liminali
nei loro filamenti
Diafani
E Minotauri saggi
Da ascoltare
Almeno
Prima di ucciderli
O lasciarli muti
Nei recessi impenetrabili
Negli interstizi
Delle nostre certezze
Così volgari
Quando cala la notte
E si levano gemiti 
dal profondo
°°°°°°°°°°°°
Alchimisti remoti
Distillano
L’orrore del vuoto
In calici benevoli
Come monaci pazienti 
in meditazioni notturne
dialogano
con gli spiriti
sotto costellazioni 
nuove
°°°°°°°°°°°°
Lingue di fuoco
E maree ignote
Sollevano
Ad altezze mai raggiunte 
La nostra nudità
Senza riparo
In questo
Flusso di vita
In cui 
non volendo
siamo stati gettati
°°°°°°°°°°°°
Globuli
Sferule
Granuli
Sciamano insieme
 in un arazzo fiorito
Tessuto da ignote 
mani
Che appaiono
Nei sogni
In una pioggia di
Scie luminose
Emergono 
infiorescenze giovani
Virgulti generosi
Avidi di vita
°°°°°°°°°°°°
Grembi fecondi 
di intuizioni nuove
In gocce
resinose
Che lingue 
di fuoco 
lambiscono
Con infinito desiderio
Su spirali  
ed eliche
volteggiano
Processioni di
Ignare 
Fanciulle
e
Ghirlande
Di rugiada

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