LA SOCIETÀ DEL RISCHIO a cura di Patrizia Bonardi

INDICE ai Testi dedicati dai pensatori sociologici
alla mostra LA SOCIETÀ DEL RISCHIO 1^ edizione

Testi dedicati dai pensatori sociologici alla mostra LA SOCIETÀ DEL RISCHIO

Animali spiriti guida nella catastrofe
di ALESSANDRO MAZZI

Colpisce il trittico Babel di Valentina Biasetti per la forza immaginativa con cui ha incontrato spiriti altri, che poi altri non sono mai del tutto. L’opera nel suo complesso ha una sensibilità magica, attinge ben oltre le sue fattezze dadaiste, e all’insaputa dell’osservatore gli trasmette una verità antica, quella di non prendere mai sul serio la propria identità. Le tre ragazze rievocano nel numero il motivo delle tre dee lunari che filano il destino umano, come le tre Norne o le tre Moire, un ciclo completo di nascita, vita, morte e rinascita. Le ragazze sono simbolo del destino, ma di un destino che si è sviluppato solo in senso umano e che per questo è in fase di ibridazione. La loro vita mondana di creature della città, perfettamente vestite dai fianchi in giù come classici abitanti metropolitani da movida, non riesce a contenere la policromia che si fa largo dal busto verso le teste e gli arti, irradiando dal centro del corpo. Si tratta di un ardore che si propaga suscitando il sentore di una metamorfosi, ancora tuttavia ignota nelle sue motivazioni. Per questo al sopraggiungere della figura bianca, un essere di luce come gli spiriti della mistica iraniana, la mutazione si rivela nelle fattezze di una pelle di lupo portata dall’epifania. L’essere superiore non parla, abbaia e ringhia con la voce animale, è venuto a portare una nuova prospettiva e a riunire ciò che è separato. Dalla totalità della vita umana nelle tre ragazze cola di traverso una figura fatta di opposti complementari. Dire addio alla verticalità per farsi orizzontali, un nuovo ritmo più affine alla natura, lasciare l’umano per uscire estaticamente nel non umano, o anche nell’inumano. Le striature della figura in caduta sono un manto animale che apre all’ultima frontiera della percezione. Sorge il chimerico, la perdita dei confini, la rivelazione dell’illusione che chiamiamo sé.
Il secondo quadro continua l’opera dell’essere di luce. Ora sono necessari nuovi confini, nuovi mondi. Il gufo porta la notte, e la luce lunare riunisce le tre norne accerchiando il mondo in una luna piena. Le ali del gufo sono il sipario del nuovo spazio, è lui/lei che forma il cielo stellato col suo volo Sotto la luce della luna, come divinatrici licantrope delle steppe siberiane, le ragazze si contorcono e disperano acquattandosi al suolo per partorire dalla testa, come fu generata Atena. E come ogni nuova consapevolezza, la paura e la sofferenza esperienze ineludibili da attraversare. I fumi della trasmutazione si addensano in quattro spiriti animali, cuccioli di lupo che inaugurano la nuova vita con i primi ululati. Le ragazze soffrono la trascendenza, come ogni vera iniziazione, ma ora l’equilibrio precario della trinità “umana, troppo umana” si è completato con la quaternità animale.
L’ultima opera è una celebrazione orgiastica delle capacità mutaforma della natura, e delle possibilità sciamaniche dell’umano. Non più semplici donne, non solo animali, ma chimere, cioè entità più vaste di ogni identità, che ora possono abbracciare la pienezza dell’esistenza. Il flusso creativo si è rigenerato, la nuova consapevolezza è stata attinta. I confini della pelle sono sormontati dalla luminosità vuota della donna al centro, che ora si pone in una forma rituale per controllare la sua aura rinnovata. Le due ragazze ai lati si prodigano in forme yoga e celebrano le forze animali aldilà dei sessi e delle identità di genere. Una figura minuta sul fondo in posizione fetale si fa carico della sofferenza, i postumi della trasmutazione. Travalicare ogni nostro destino richiede sempre sacrificio, e così cambia anche il linguaggio. Il pappagallo poggiato su di lei sarà la sua bocca ora.

Arte al tempo del rischio
di ALFONSO AMENDOLA

“La violenza divina esprime un puro impulso, undeadness, eccesso di vita, che attacca la «nuda vita» regolata dalla legge” (Slavoj Žižek)

Energia, vitalismo, dinamica, socialità, consumi di massa. E ancora il “principio incorruttibile tra vita e moto” nella lettura Empedoclea. E poi la natura più intima delle cose (il processo di “ultimità” direbbe qualche filosofo). Tutto questo è progettare arte al tempo del rischio (con splendido furore) in un assieme d’arte e artisti, pensatori e agitatori, linguaggi e forme, sperimentazioni e invenzioni, stili e prassi, azzardi e tradizioni. Al provvisorio endemico del fare arte oggi (dove l’orizzonte di crisi e di lacerazione sembra essere l’unico codice possibile di condotta) urge una “risposta” di un “pensiero resistente” d’arte che sia politico-aggregativa. Urge un progettare militante dentro le pieghe dell’arte (la pittura, la fotografia, la ceramica, la street art, il video, la sound art, le installazioni, ma anche la poesia, il teatro, la musica) in maniera estrema, collettiva in primo luogo ma anche altisonante, lungimirante, densa di vitalità e totalmente recuperata in una sorta di “originaria” quintessenza!
Il “contrasto” d’ogni rischio esige progettualità artistica e collettiva che ci porti a riflettere verso visioni complessive del nostro tempo donandoci: dispositivi d’azione, repertori di forme alternative, materiche categorie dello ‘spirito’, dinamiche di psiche individuale e sociale costrette a situarsi in modo nuovo davanti ai traumi dell’epoca moderna, sguardi ironici e decostruzionisti, dimensioni poetico-memoriali, recupero del manufatto dentro un sentire digitale.
Insomma, i temi che respirano in questo progetto possono essere buon viatico del contemporaneo. Ed interpretano a grandi linee i contenuti narrativi ed espressivi delle pratiche del nostro presente così ferito e lacerato. Rispondendo ad un’esigenza dove l’essenzialità del sociale ha un suo preciso fondamento. Ed aprendo una domanda che riguarda tutta la storia delle arti (“vexata quaestio” sviluppatasi soprattutto nel corso del Novecento) ovvero che esiste un nocciolo ancora profondamente da comprendere: l’articolarsi delle forme artistiche non più vissute unicamente nella logica del “mercato” ma anche come linea di sviluppo di rapporti fra individui, gruppi, socialità e comunità. E nel cercare i segreti più reconditi del “fare arte” nel tempo del rischio capace di scrutare le implicazioni che adempiono al valore socio-culturale più ambizioso e vitale del nostro contemporaneo.

Riflessioni su “Babilonia”
di ARIANNA LASCA

L’arte può essere tante cose: può confinarsi nel mondo dell’estetica, ma può anche, come in questo caso, trasformarsi in etica. Quando questo accade l’artista deve riuscire a trovare un canale che, partendo dal suo pensiero arrivi al pubblico, attraverso l’opera.
Valentina Biasetti in questo caso ha deciso di trattare un tema importante come quello ambientale attraverso due tecniche comunicative, classiche quanto efficaci, che si compenetrano e si completano: la parola e le immagini.
Per quanto riguarda la parola il mio riferimento va al titolo Babilonia: secondo la Bibbia (Genesi,XI,1-9), gli abitanti della città di Babele vollero rendere lode a Dio innalzandogli una torre tanto alta da toccare il cielo, ma Dio considerò quel proposito come un atto di presunzione e per punirlo confuse i linguaggi degli uomini che così non riuscirono più a comunicare tra loro. Essi abbandonarono la costruzione della torre e si sparsero per il mondo. Da qui, secondo la tradizione, avrebbero avuto origine le diverse lingue parlate sulla Terra. Babele, con la sua traduzione latina in “Babilonia”, è diventata sinonimo di confusione e disordine, corruzione e peccato. Questa parola ci porta quindi a pensare al nostro mondo, il quale sta diventando sempre di più confusione che si ribella all’uomo e alla sua azione che corrompe tutto.
Il secondo canale comunicativo utilizzato sono le immagini. Spesso nell’arte contemporanea si decide di rivolgersi anche ad altri sensi, per un coinvolgimento più totale, come accade ad esempio con Ombra Pericolosa di Carla Crosio. In questo caso invece è la vista che percorre il trittico riempiendolo di significato: credo che chiunque riuscirebbe a seguirne la trama, anche chi non è già sensibile al tema. In Babilonia 1 il gufo, animale che da sempre viene associato alla saggezza, altro non è che colui che riesce a vedere anche nel buio. In questo caso prevede un futuro ostile e avverte l’uomo. In Babilonia 2 l’orso è minaccia incombente.
Questi due dipinti rappresentano esattamente i nostri giorni: tra scienziati e ambientalisti che cercano di renderci consapevoli del problema ambientale e uragani e inondazioni che, spaventosi, aprono a riflessioni.
“Salviamo gli oceani dalla plastica” WWF Italy
“Venezia inondata sui giornali di tutto il mondo” Repubblica
Babilonia 3 invece rappresenta il futuro, anzi, una possibilità auspicabile: mostra un’unione tra uomo e natura, ovvero ciò che può avvenire solamente attraverso la presa di coscienza, la partecipazione di tutti per una causa comune e il rispetto per il nostro mondo, che forse solo le nuove generazioni potranno riportare, slegandosi dagli interessi economici e dalle cattive abitudini.
Babilonia 3 rappresenta quindi ciò che questa mostra La società del rischio al BACS di Leffe sta iniziando a proporre come modello, attraverso una sensibilizzazione tutta artistica.

Riflessioni su “Affissioni” di Antonio Davide
di ARIANNA LASCA

COSE. Una parola dai mille significati, la parolina magica: quando in preda alla confusione non ricordiamo un termine, allora coso, cosa e cose risolvono la situazione.
Ma quali possono essere i veri significati? Sicuramente questo termine è cambiato con il passare del tempo e di società in società. A me vengono in mente gli anni 50, quelli del boom economico: le cose erano ciò che tutti desideravano: una tv, un frigorifero, una macchina, ovvero quel che di lì a breve ogni famiglia avrebbe avuto.
Con il passare degli anni poi, le cose sono diventate “tutto”: oggetti, confezioni, giocattoli, mobili, soprammobili, componenti varie. Ad oggi questo termine, soprattutto se visto come contenuto artistico di un’affissione, ci lascia spiazzati e infonde in noi un senso di incertezza, anche perché ormai le cose non sono più i sogni degli anni 50, sono tutto ciò con cui si ha una convivenza forzata. Viviamo travolti da una rincorsa alle cose che non ci viene imposta da una persona fisica, ma dalla società, dall’educazione e dai media.
Questo processo di “assuefazione” alle cose mi riporta a due fenomeni dai quali dovremmo guardarci:
la maggior importanza che si dà agli oggetti piuttosto che alle persone…
“Era legittima difesa… dovevo pur difendere le mie cose”
“Che tornino al loro paese, ci rubano il lavoro” (e il lavoro ci serve, per comprare cose, è ovvio)
la maggior importanza che si dà agli oggetti piuttosto che al nostro pianeta…
perché purtroppo siamo talmente abituati a tutto ciò che possediamo, che farne a meno ci sembra impossibile, anche quando sarebbe necessario per il nostro mondo. Ad esempio, non a caso, molte delle cose che usiamo tutti i giorni sono di plastica e lo facciamo senza considerare il grave impatto a livello ecologico.
Ringraziando la mostra La Società del Rischio per averci dato la possibilità di godere dell’arte sia visivamente sia attraverso la mente, concludo con la speranza che bellezza e riflessione non possano che portare ad un agire più consapevole e innamorato delle persone e del nostro mondo.


Per uno scambio vitale fra noi e il pianeta
di CHIARA CASSINELLI

Per uno scambio vitale fra noi e il pianetaL’insieme espositivo si propone come processualità ergentesi a intimo baluardo contro il materialismo della a-cultura odierna, operando una destrutturazione delle forme e l’annichilimento molecolare dei materiali che diventano precorritori di uno spazio puro, respiro spirituale anelante agli archetipi elementari. Percepiamo fuoco, terra, acqua, aria.
Sensazione, apertura degli occhi, mettersi in ascolto, godimento estetico, tatto, sofferenza, contrizione, rilassamento delle membra, riflessione. Gratuità e devozione. Accoglienza di spiriti diversi. Tracce lucide lineari, convergenti: straordinario.
Ringraziare apre.
Percorsi attraverso l’analisi del materialismo che ci circonda, dentro cui siamo affondati, sprofondati, di cui falsamente ci nutriamo come creature anoressiche e bulimiche, falsi asceti. Destrutturiamo, vomitiamo, saturi. Il vuoto creatosi ci dona in potenza nuova forza, energia che assorbiamo dagli elementi. Il nucleo originario, lo cerchiamo in un granello di sabbia, silice, antico di milioni di anni, sostanzializzazione dell’archetipo originario, origine minerale di vita-spazio-tempo. Ci parla della storia dell’universo. Quanto siamo piccoli, umili, insignificanti, a cospetto dei corpi celesti. Empatia. Sim-patia: quanto siamo immensi, giganti, infiniti, dentro di noi lo spirito, non abbiamo confini. Kokòro, cuore e mente, all’unisono, sono lo stesso elemento. Rinascita simbiotica della natura, bios a cui apparteniamo, ci appartiene. Siamo ri-vendicazione, attraverso la sofferenza, purificazione kathàrsi, origine orizon, l’autoritas è profonda devozione che desta il sentimento di essere in rapporto con le forze spirituali , compio una diretta trasposizione dal mondo celeste al mondo fisico, religioso (religere = collegare), agire attraverso l’arte.
Scambio vitale tra noi e il pianeta, sangue e ossigeno. Il nostro sangue vitale è veicolo dello spirito. Respiro ossigeno, produco il mio elemento, sangue, la mia sostanza, anidride carbonica. Non è solo scarto, veleno, è il risultato del processo di trasformazione degli elementi che mi provengono da fuori, l’aria, l’universo, le immagini, rielaborati dal mio Io, anima, spirito, pensiero, dentro il mio corpo, natura, vivente, è dunque ciò che immetto nelle mie stanze, nell’ambiente che mi circonda, la mia sostanza. Respiro. Ritmicamente. Ascolto. Mio dono, inconsapevole, gratuito, alla natura. Lei respira anidride carbonica. La mia sostanza. Allora si compie lo scambio. E l’empatia. Siamo, insieme, io (essere umano, vivente) e il pianeta (essere, vivente). Produce ossigeno. Scambio, equilibrio. La natura tende all’equilibrio: siamo noi che non abbiamo ancora la capacità di giudizio per abbracciare ciò che esiste da sempre, ma che ancora non vediamo. Non sono gli occhi gli organi per vedere il futuro. La ricerca emerge con forza nelle opere. Suoni, che si de-materializzano. Equilibrio costituentesi con armonie, squilibri, crisi, sofferenza. Ascolto gli elementi. Anche noi siamo via lattea. Ogni interruzione non è possibile, ma solo provoca squilibrio e crisi, possibilità evolutiva. Gli elementi come coscienza cosmica in potenza, dove ogni singolo granello di sabbia ha il suo insostituibile valore. Riconoscimento e ricostituzione di tessuti, organici, sociali, intersociali.

L’uomo prometeico nella società del rischio
di CARMEN PUPO

Quando questa mostra è stata progettata, non avremmo mai pensato che il rischio diventasse parte del nostro quotidiano in modo così tangibile e pervasivo, tanto da costringerci a riorganizzare la nostra quotidianità, fin dai più piccoli gesti.
Un nuovo virus ha minacciato l’intera umanità, ci ha messi a distanza, ci ha impedito di stare vicini a chi amiamo. Abbiamo perso i nostri cari senza avere la possibilità di salutarli per l’ultima volta, ci siamo arrabbiati, abbiamo cercato responsabilità, colpe. Abbiamo fomentato l’odio razziale, sperando che prendendocela con gli altri sarebbe stato più facile accettare.

La natura intorno a noi, invece, se ne frega del nostro dolore: fiorisce, riverbera, colora le nostre giornate. Gli animali tornano a ripopolare la Terra, se ne vanno in giro indisturbati, mentre noi chiusi nelle nostre case ripensiamo le nostre esistenze, torniamo a fare il pane, sperimentiamo nuove solitudini.
Le tendenze prometeiche di questa modernità che rende tutto possibile, ci avevano illusi di essere superiori alle specie che popolano il nostro pianeta. Ma il nostro intelletto e i nostri egoismi, ci spingono ad un consumo esasperante di tutto ciò che ci circonda. E mentre esibiamo la nostra idea di progresso attraverso architetture sempre più complesse e minimali, trasformiamo gli oceani in discariche e le piattaforme digitali in nuove arene politiche.
Smettiamo di leggere. La comunicazione deve essere semplice, adeguarsi al livello di istruzione medio della popolazione. L’utente è pigro, si distrae, va stimolato, quindi guai a utilizzare periodi troppo complessi, termini specifici: il vocabolario è superato. 
Le enciclopedie non esistono più o diventano elementi d’arredo. “C’è tutto su internet”- dice l’uomo prometeico. Ma il web è il mondo del pressappochismo, la cartina tornasole, la prova inconfutabile dell’irrealizzabilità di qualsiasi utopia di democrazia diretta.
Cosa mai potrà salvarci allora? Se neanche una pandemia basta a renderci più coscienti, responsabili. 
“Torniamo a essere umani” dice l’uomo prometeico dal suo account di Twitter; ha appena insultato uno sconosciuto: a giudicare dalla foto profilo, se lo merita. Ha proprio l’aria da stupido.
E se non siamo umani, dunque, cosa scandisce la nostra esistenza? Qual è l’attributo che qualifica la nostra dignità di esseri viventi?
Ho ancora la capacità di stupirmi. Qualcuno la attribuirebbe alla mia giovane età. Ma la verità è che nel sentirmi sempre così vicina alla consapevolezza dei miei limiti e dei miei talenti inutili, mi ha sempre portato a gioire per le piccole cose: la neve a dicembre, il caldo del fuoco, un fiore in un prato.
È un po’ così anche per l’arte: l’unica forma espressiva che trasforma anche i più profondi abissi in frammenti di poesia. E così è stato per le opere della mostra. Non potevo far altro che sperimentare meraviglia.
Le opere nelle quali mi rispecchio maggiormente sono senz’altro “Scomposizione di un miraggio” di Enzo Calibè, i Dipinti di Valentina Biasetti e l’installazione di Daniela Di Maro.
Della prima mi affascina l’esaltazione della relatività dello sguardo. Il relativismo è sempre stato un concetto chiave della mia visione delle cose. Con esso non intendo naturalmente un’assenza di punti fermi quanto il riconoscimento del valore della pluralità che risiede non solo nella cultura ma anche nella più piccola cellula del nostro corpo e che determina perfino la nostra unità ma solo quale frutto di una sintesi.
I Dipinti di Biasetti descrivono la paura del vuoto asettico nel quale stiamo sprofondando. Una sola è la via d’uscita: il sogno.
Infine l’installazione di Daniela di Maro utilizza l’oro nero come emblema di una questione più ampia: lo sfruttamento non solo di risorse, ma anche di persone, vite, Nazioni.
Qual è il prezzo del nostro progresso, mi chiedo. E quando abbiamo smesso di essere insensibili al fatto che quasi ogni secondo muoiono bambini. Di fame, di guerra, di povertà. E quante delle risorse che sprechiamo potrebbero essere sfruttate per salvarli?
“Restiamo umani”, dice l’uomo prometeico mentre chiama in causa massimi sistemi, manovre economiche, politiche monetarie.
È qui dunque che la sociologia deve incontrare l’arte. Le riflessioni non bastano e i manuali sono solo carta se continuiamo a rifugiarci dietro ai nostri schermi e a guardare il mondo pensando che la sua complessità possa essere restituita da una ripresa.
L’arte sia come un soldato in un campo di guerra: denunci. La sociologia, torni a essere concreta, o, casomai, inizi ad esserlo.

La società del rischio
Di CHIARA MEDOLAGO

Il 7 dicembre 2019 è stata inaugurata La Società del Rischio. Mostra di arte contemporanea e sociologi, che in un intimo e raccolto museo della bergamasca, a Leffe, nonché centro di ricerca artistica, con impegno ed entusiasmo ha voluto far sentire e lanciare il suo appello per salvaguardare e proteggere la natura e il nostro pianeta.
La mostra collettiva, animata da validi e profondi valori contemporanei, quali l’ambientalismo e l’impegno civico e sociale nei confronti di un clima che irrimediabilmente sta cambiando, è a cura dell’associazione Artists.Sociologists e di BACS – Between Contemporary art and Sociology – sezione ambientalismo.
La ricerca ha inizio con il sociologo Ulrich Beck, che nel 1986 scrisse il saggio “La società a rischio”, in cui con viva forza, anche narrativa, vuole mettere a nudo una società che sta andando verso un inesorabile declino, un’auto-distruzione più o meno consapevole. Beck incita a prendere parte a questo cambiamento, a denunciarne l’imminenza e a trovare con consapevolezza possibili soluzioni e strategie per attuare un vero e sano mutamento.
Artisti provenienti da tutta Italia partecipano con fotografie, installazioni, quadri, invitando i visitatori ad un palese confronto non solo con le diverse forme d’arte, ma tra loro stessi, quali cittadini di un pianeta che ha bisogno sempre più di persone capaci di averne cura, di rispettarlo, di aiutarlo a crescere e di poterlo lasciare a loro volta nelle mani dei loro figli.
Valentina Biasetti con il ciclo “Babel” ci introduce nel cuore del tema della mostra: una società in crisi e un terribile rischio ambientale vicino. Con uno stile che armoniosamente intreccia disegno e pittura veniamo guidati in un mondo onirico, dalle tonalità sgargianti e surreali. La giovane donna, raffigurata nelle tre tele, è significativamente una moderna figura dantesca, guida e attenta testimone che osserva e con i propri occhi comprende la realtà che la coinvolge. Una realtà che però subisce una manipolazione incontrollata da parte dei mass media, da un ambiente ostile in cui si sono perduti i veri significati di Tempo e Spazio. Come una piccola Alice nel Paese delle Meraviglie, si muove in un mondo allucinato e di allucinazioni, che ne alterano a piacimento la visione e una realtà terribilmente drammatica e contraddittoria da cui non si può sfuggire. Questa figura femminile, giovane, innocente e accorta nei confronti di questa realtà, forse è proprio quel piccolo granello di speranza di cui si sente bisogno, colei che riuscirà a ascoltare e soccorrere questa natura, che sta abbandonando il suo battito essenziale e incomparabile che ci permette di respirare. Una speranza che viene affidata a questa esile figura che si copre lo sguardo, si racchiude in se stessa, sogna, si inginocchia e trasforma il suo corpo in uno slancio di vita generatrice, da cui prendono forma farfalle colorate e uno stravagante arcobaleno.
Patrizia Bonardi presenta “Onde anomale” e “Mantra chimico”, con cui, mediante un’acuta osservazione riguardante l’ambiente, offre al fruitore la possibilità di riflettere sui cambiamenti sociali e locali. “Onde anomale”, che consta di sei blocchi di gesso, sabbia e cera, ci conduce in uno stato di smarrimento e di momentanea confusione. Sembrano onde di un mare in burrasca, scuro, sporco, che sta portando a galla pian piano ciò che prima era visibile a pochi. Il mare, l’acqua, le onde stanno subendo un progressivo inquinamento causato dall’uomo e dai suoi consumi. L’immagine del mare perde il suo valore iconico alla luce del suo stato attuale. Non può essere identificato come uno specchio d’acqua cristallina, ora necessita una sua raffigurazione reale e cruda. Il mare, come spiega l’artista, è «soggetto attivo, che travolge e che porta con sé la terra sommersa», perde il suo caraibico colore, cambia la sua faccia e si prepara a riprendersi a qualunque costo quello spazio che l’uomo gli ha pian piano sottratto. In questo lavoro viene esibito il nuovo status (embrionale) del mare, da cui poi scaturirà onda dopo onda con tutta la sua forza prorompente e terrificante un catartico tsunami. “Mantra chimico” è un’opera sonora, originale, che si compone di un particolare aspiratore, da cui mediante una cassa fuoriesce un suono cadenzato come una formula ripetuta più e più volte, un mantra. Le parole sovrapposte fra loro sono un elenco di sostanze chimiche che nella Val Gandino sono immesse nell’aria inquinando l’ambiente e provocando gravi danni alla salute dei suoi abitanti. Questa installazione site specific tagliente, sottile e provocatoria impone di concentrarsi sul territorio locale e sull’inquinamento causato dai questi cosiddetti “predatori ambientali” della valle bergamasca.
“Scomposizione di un miraggio” di Enzo Calibè riporta l’attenzione alla tematica della green economy, che sfrutta la natura e l’ambiente per veicolare messaggi incoerenti e inappropriati, che vengono qui contestati e palesemente denunciati. Le quattro immagini monocrome, ognuna di differente colore, nero, giallo, magenta e ciano, ci offrono lo spaccato di un paesaggio naturale intriso di una vena controversa. Un lago, una pineta e delle cime rocciose diventano simbolo di un mondo che non accetta il cambiamento climatico, ma che preferisce impiegare stratagemmi per manipolarne la visione, offrendone l’ennesima verità distorta. Con forza accentuata si insiste sulla tematica della denuncia di un mondo che persevera nell’adoperare strategie fotografiche e pubblicitarie con il solo scopo di diffondere stili di vita, che in realtà non comportano nessuna vera e significativa trasformazione. L’uso dei quattro colori non è affatto casuale e vuole sottolineare questa marcata strumentalizzazione di un mercato globale che finge la sua eco-sostenibilità per il proprio profitto. Ecco quindi che una natura incontaminata, sana, contemplativa e pura sembra essere l’unico miraggio a cui potersi aggrappare, non fosse che anche lei ormai ha perso tutto ciò, trasformandosi in un’altra immagine mediata e manipolata, privata da qualunque aspetto sensibile.
Ciro Ciliberti propone “Ossatura”, una fotografia in bianco e nero di un paesaggio devastato: un bosco distrutto da un incendio mentre sullo sfondo le pendici del Vesuvio si mostrano in tutta la loro relativa pacatezza. Sebbene ci sia un motivo stridente tra questi alberi ormai ridotti a nudi tronchi, senza più foglie e fiori, quel vulcano dona una sensazione di superficiale tranquillità, di una pace instaurata con un velo di paura. Tutto tace, tutto resta in silenzio dopo che il fuoco con stridore devastante e le sue alte fiamme scoppiettanti hanno bruciato e tolto l’anima a questo bosco. Sì, il bosco ha un’anima e proprio questo è il concetto su cui il fotografo si sofferma. La parola anima, che deriva dal greco psiché, significa “soffio vitale, il respiro che genera la vita”. L’immagine si avvale così di una triste dolcezza, di una malinconica sensibilità che trapela dall’idea per cui ogni pianta, ogni animale e, chissà, forse persino ogni sasso ha un’anima ed ora in questo preciso istante immutato, conservato nel tempo, tutto giace morto, senza vita.
“Phisis Ikonostasis” di Franco Cipriano è un’installazione colta, di un blu dominante, ricca di rimandi filosofici e concettuali all’arte, alla religione e alla sua architettura di intensa sacralità. L’iconostasi, che è il divisorio decorativo che separa gli spazi liturgici della navata e del presbiterio, si fonde in un mistico legame con la Phisis, la natura, intesa come ogni cosa creata, vivente e che trova la sua origine nel mondo e per il mondo. Questa suggestiva “unione” trova nell’opera stessa una germinante richiesta da parte dell’artista, che chiama il fruitore a un’intensa riflessione, degna di una persona fermamente convinta del suo credo. Linguaggio e pensiero s’intrecciano in un rispettoso vincolo, necessario per accedere ai meandri di questo spazio, dove si incontrano il ricordo e l’oblio, le tradizioni ormai dimenticate e i nuovi culti fugaci, una società arida di cultura e il proliferare spasmodico di nuovo media e applicazioni digitali. In questo spazio d’arte di genuina sacralità si chiede silenzio e accettazione, un trascendentale attimo per ragionare con chiarezza e comunicare con religioso rispetto il proprio pensiero. Quest’opera ci conduce tra l’invisibile e il visibile, tra i segni e le parole, tra i ricordi e le novità, ad esplorare quel percepibile substrato di vita che amalgama e stringe l’uomo e la natura.
Con Carla Crosio l’arte acquisisce una valenza inquietante, sensibile ed allegorica. “Ombra pericolosa” è un’installazione di plastica nera, che come una nuvola prende forma, si muove, si compone, si ricompone e prende vita. Essa incombe nello spazio come un tragico e “pesante” macigno, che, proprio dal suo materiale, genera un maligno fraintendimento: la plastica è leggera, è nera e intrecciata. Di cosa dovremmo preoccuparci? L’ombra fluttuante crea in realtà un temibile presagio di morte, sconforto e abbandono, di un mondo cha ha perso le sue radici, la sua buona umanità, misconosce i giusti valori per rincorrere falsi idoli che generano solo siccità, deserto e l’inevitabile destino. È l’idea cupa e oscura che il nostro Pianeta Terra è giunto a una fine che bisogna non solo accettare, ma a cui prepararsi irrimediabilmente. L’ombra spaventosa, che aleggia su di noi, è un imperante monito per tutti: bisogna rovesciare questa coltre di indifferenza che ci impedisce di vedere la realtà così come è. Bisogna ricominciare ad osservare il mondo, ad ascoltare i suoni della natura e ad essere animali sociali.
Antonio Davide realizza l’opera cartacea “Affissioni”, che con raziocinante ovvietà pone il fruitore davanti alla parola, scritta in maiuscolo, con un carattere deciso e imponente, “COSE”. Nulla di più generico poteva trovare spazio in questo foglio che richiama alla mente i cartelloni pubblicitari che solitamente con vivaci colori, attenti slogan ed affascinanti testimonial sfoggiano tutta la loro potenza comunicativa di una realtà consumistica e superficiale. Nonostante si avvicini a questo mondo pop, l’artista strizza l’occhio a un significato più colto e filosofico. Che significa la parola cose? Qual è il suo valore? Quest’affissione di colore azzurro-blu obbliga il fruitore a osservare con cura la presenza di più livelli di significato. È un normale cartellone pubblicitario, che, però, insinua una piccola domanda: cosa vuole davvero comunicare? L’artista con abile maestria ci impone un dubbio, che resta forse senza risposta, oppure più precisamente lascia ad ognuno di noi il compito di colmare questo vuoto di pensiero, come a volerci ricordare, usando le parole del celebre filosofo Cartesio, “Cogito ergo sum”. Ricordiamoci di pensare, di ragionare con la nostra testa in quanto questo esercizio mentale ci rende esseri umani, esseri viventi.
La video performance “RiGenerazioni 2017” di Francesca Lolli è potente, soave ed armoniosa, come il vento fresco di una tanto attesa primavera che risveglia dal torpore e prepara ad un nuovo viaggio verso la vita. La performance colpisce il fruitore per il suo carattere non solo raffinatamente artistico, ma anche per la delicatezza con cui riesce a far emergere un risvolto positivo. Una terra che, dopo aver perso il suo legame inquinato e logoro con l’uomo, si eleva a simbolica divinità femminile, generatrice e progenitrice, che tutto può con la sua ingenita fertilità. L’artista si muove con infinita grazia in un paesaggio boschivo contraddistinto da una natura libera, essenziale e universale. La giovane, che indossa un lungo abito a strascico di una lieve tonalità rosacea, acquista le sembianze degne di una giovane sacerdotessa, di una Vestale romana che si avvicina ai misteri della dea Terra, di Pachamama Dea dell’agricoltura, di quella Potnia Mater, tanto venerata e amata nel mondo antico. Un video toccante che ci permette di riflettere sia sul legame che insiste tra l’uomo e la natura, sia sul filo che unisce il mondo naturale a quello celeste. Un legame sacro, ancestrale, che consente di risvegliare la vita in tutta la sua feconda bellezza e ci offre la possibilità di guardare al domani, infusi di una speranza drammatica e fiduciosa.
Daniela Di Maro presenta l’installazione luminosa “Il petrolio è finito”, una cornice importante, di legno dorato, che con bramosia e forza mostra tutta la sua efficacia comunicativa: al suo interno non conserva un dipinto né contiene un specchio, ma ecco un controverso plexiglass, che ci impone un luminoso obbligo di fermata. Dobbiamo arrestare il nostro cammino davanti a quest’opera, che in base ad una modulazione cromatica ci ribadisce “Il petrolio è finito. Andate in pace”. Una frase provocatoria e al contempo densa di sacrale ovvietà. L’uomo oggi è ben consapevole che il petrolio è una risorsa in esaurimento e pertanto pone di fronte a tutti quanto sia viva l’emergenza di cercare e trovare nuove fonti di energia alternativa, rinnovabile, e che sappia usufruire delle risorse naturali già presenti, senza però “distruggere” o “danneggiare” il pianeta. Questa piccola installazione, che timida si mostra al pubblico, ricorda con la sua forma interna rotonda il globo terrestre, che ora si muta in nero e viscido liquido, che come lo stesso petrolio incita ad una riflessione. Fermarsi è d’obbligo, ma ancor più la riflessione attenta e critica sull’ambiente.
“CARTOGRAFIA DELL’ORIZZONTE / Trans humus” è l’opera di Francesca Marconi, che incentra la sua ricerca artistica sul tema sociale, culturale e identitario al fine di creare una nuova Pangea, un nuovo mondo in cui poter vivere insieme e serenamente. Questo lavoro “cartografico” è stato realizzato in collaborazione con un gruppo di immigrati di origine africana durante una residenza artistica nel 2019 in Trentino. L’installazione, un delicato inter-scambio tra arte, uomo e natura, si compone di due parti, una fotografia e un mantello di tela stampata che può essere indossato dal fruitore per addentrarsi ancor più in quest’opera e nel suo significato intrinseco. In un paesaggio autunnale dai tratti simbolici gli alberi spogli e le foglie cadute sul terreno si mescolano alle marocche, pietre giganti che si formarono 200.000 anni fa durante lo scioglimento dei ghiacciai, e a giovani uomini che indossano un mantello che replica proprio questi giganti di pietra, silenziosi e riflessivi. In equilibrio di forma tra ricerca e interpretazione, oggetto e immagine comunicano un profondo senso di quieta appartenenza. La natura diventa luogo di trame di vita, di relazioni collettive, espressione unica e profonda di un’umanità che cerca una nuova percezione sociale e comunitaria.
L’opera di Renata Petti dal titolo “Wading in the water” ha per soggetto l’acqua, che ritorna nella sua biunivocità simbolica. È essenza della vita, originaria stilla che può generare e nutrire ogni essere vivente. È il seme da cui tutto con cura, forza e amore ha origine. In questa installazione polisensoriale un ingombrante protozoo si avvicina, creando un inevitabile dialogo tra uomo e un mondo antico, primigenio. Il rumore dell’acqua, il silenzioso corpo del protozoo e la presenza del fruitore creano un momento estetico unico, autentico, in cui si ravviva quell’archetipo legame tra uomo e natura. Durante l’esperienza estetica come cullati dai riflessi di luce e ombra, e dal movimento delle onde, il visitatore interagisce con l’opera, avvicinandosi e allontanandosi per creare un gioco di luci e attesa. Proprio in questo flusso variabile di forme visibili e intangibili, si percepisce una muta richiesta di riflessione sulla memoria, sulle emozioni, sulla vita. Ma soprattutto si vuole con delicatezza e cura, come farebbe un genitore che accompagna mano nella mano il figlio, chiedere di prendere parte a un cambiamento che ormai non può essere rimandato a chissà quale altro domani. Un cambiamento di atteggiamento, un educato rispetto per tutti gli esseri viventi, un senso di responsabilità e solidarietà che dovrebbe essere parte di tutti.
Le fotografie di Elena Radovix dal titolo “Metà fisica e metà no” dallo stile nitido, pulito e naturale, sono un provocatorio atto di ribellione alla nostra società dedita all’industrializzazione e alla produzione di massa. La stessa fotografa impiega il suo corpo come soggetto dell’immagine che racchiude in sé una sottile vena polemica e critica nei confronti di un mondo che deve cambiare. La bellezza è ovunque, deve essere ricercata, indagata e proprio nella natura si può nascondere. Ad un mondo naturale, smagliante, odoroso, ricco di vita, è accostata la figura umana, nuda, che si fa osservare in tutta la sua fragile plasticità, mentre si copre di verdi felci, da alti gambi di granoturco, da germogli di patate. Trapela una garbata e rispettosa gentilezza in queste immagini, a ricordare l’antico ed indissolubile legame che unisce ogni essere vivente alla madre terra, alla natura. Ogni elemento vegetale è scelto accuratamente anche per i suoi significati allegorici. La felce è simbolo di cambiamento, di vita che continua a generarsi, di visioni future e possibili soluzioni. Il grano, invece, rappresenta il cibo per eccellenza, il pane, oltre al diritto stesso che tutti dovrebbe avere di potersi sfamare. È anche immagine di un mondo che ha modificato geneticamente la natura per essere più produttiva, più “industriale”, che viene criticato dall’artista. Le patate, infine, rappresentano il cibo dei poveri e al contempo la tenacia con cui la natura sa germogliare, crescere, morire e tornare ancora a germogliare.

E’ ora di cambiare ARIA!! Dedicato a Mantra chimico
di CONCHITA SILIQUINI

L’inquinamento atmosferico è il principale fattore di rischio ambientale per la salute in Europa; riduce la durata di vita delle persone e contribuisce alla diffusione di gravi patologie quali malattie cardiache, problemi respiratori e cancro.
Secondo una nuova relazione pubblicata dall’ Agenzia europea dell’ambiente (AEA), l’inquinamento atmosferico continua ad essere responsabile di oltre 430. 000 morti premature in Europa. Appartiene all’Italia il triste record delle morti causate dall’inquinamento: nel nostro Paese nel 2012 sono decedute 84.400 persone per cause legate alla presenza di inquinanti in atmosfera, il numero assoluto più alto dell’Europa. La Pianura Padana è tra le aree più a rischio del continente.
La maggior parte degli abitanti delle città continua ad essere esposta a livelli di inquinanti atmosferici che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non ritiene sicuri, scrive l’AEA, sottolineando come le aree a livello europeo più esposte sono quelle del Benelux, la nostra Pianura Padana e l’area metropolitana di Londra così come l’area della Ruhr in Germania. L’Italia è dunque al primo posto per quanto riguarda il numero assoluto, anche se in rapporto al numero di abitanti i paesi dell’Est europeo balcanico fanno peggio. In ogni caso l’impatto è forte anche in Germania dove si registrano 72.000 decessi, in Francia (52.600) e Gran Bretagna (52.430).
Gli inquinanti più pericolosi per la salute umana, continua il rapporto, sono:
-Il particolato (PM) che causa patologie cardiovascolari e polmonari, infarto miocardico, aritmie, patologie a carico del SNC e dell’apparato riproduttivo. Si trova in particolari sostanze chimiche.
-L’ozono troposferico (O3) che ha un impatto sul SNC, sull’apparato cardio-respiratorio. Si forma da reazioni chimiche (innescate dalla luce solare) di sostanze inquinanti emesse nell’aria, incluse quelle derivanti da trasporti, dall’estrazione di gas naturali, discariche e sostanze chimiche per uso domestico.
-Il biossido di azoto (NO2) che ha un forte impatto sull’apparato respiratorio e su fegato, milza e sangue. E’ formato principalmente dai processi di combustione, come quelli che si verificano nei motori delle auto e nelle centrali elettriche.
Il benzo(a)pirene (BaP) responsabile del cancro al polmone. Si forma solitamente dalla combustione del legno e rifiuti, dalla produzione di acciaio e carbone e dai motori dei veicoli.
Secondo il rapporto “L’ambiente in Europa: stato e prospettive nel 2020 (SOER 2020)”, sebbene le politiche europee sull’ambiente e il clima abbiano contribuito a migliorare la situazione ambientale negli ultimi decenni, i progressi compiuti dall’Europa non sono sufficienti e le prospettive per l’ambiente nei prossimi dieci anni sono tutt’altro che rosee.
Il SOER 2020 è la più completa valutazione ambientale mai effettuata in Europa. Delinea un quadro concreto della situazione dell’Europa per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi strategici del 2020 e del 2030 nonché di quelli a più lungo termine del 2050 per il conseguimento di un futuro sostenibile a basse emissioni di carbonio. Dalla relazione emerge che, riducendo le emissioni di gas a effetto serra, l’Europa ha già compiuto notevoli progressi nel corso degli ultimi vent’anni in termini di mitigazione dei cambiamenti climatici.
Segnali di miglioramento sono evidenti anche in altri settori, quali quelli dell’inquinamento atmosferico e idrico. L’attuale gamma di misure politiche europee fornisce una base essenziale per i progressi futuri, ma non è sufficiente.
Per migliorare, l’Europa deve affrontare alcune sfide in modo diverso e deve ripensare i propri investimenti. Occorre concretizzare meglio le politiche attuali e migliorare il coordinamento tra queste ultime. Saranno necessarie anche ulteriori misure politiche per operare un mutamento profondo dei principali sistemi di produzione e di consumo alla base del nostro modello stile di vita, come ad esempio l’alimentazione, l’energia e la mobilità, i cui effetti sull’ambiente sono sostanziali.
La relazione sottolinea anche l’importanza di come le misure governative possano consentire la transizione verso la sostenibilità e la necessità di modificare l’approccio ai problemi. L’Europa deve, ad esempio, ripensare il modo in cui ricorre alle innovazioni e alle tecnologie esistenti; come potrebbero essere migliorati i processi di produzione; come si potrebbero promuovere la ricerca e lo sviluppo in un contesto di sostenibilità e come si potrebbe stimolare la trasformazione dei modelli di consumo e dei modi di vivere.
Occorre porre fine all’uso di fondi pubblici per sovvenzionare quelle attività che danneggiano l’ambiente. Il cambiamento deve essere culturale, politico, tecnologico, economico e sociale.
Un futuro sostenibile è ancora possibile: dove intervenire?
Il rapporto delinea le sette aree chiave in cui è necessaria un’azione coraggiosa per rimettere l’Europa in careggiata affinchè possa raggiungere gli obiettivi e le ambizioni fissate per il 2030 e il 2050.
Realizzare il potenziale non sfruttato delle attuali politiche ambientali
Adottare la sostenibilità come quadro di riferimento per l’elaborazione delle politiche Lo sviluppo di quadri strategici a lungo termine con obiettivi vincolanti – a cominciare dal sistema alimentare, dalle sostanze chimiche e dallo sfruttamento del suolo – stimolerà e guiderà azioni coerenti in vari settori d’intervento e in tutta la società.
Mettersi alla guida dell’azione internazionale verso la sostenibilità L’UE dovrebbe utilizzare la propria influenza diplomatica ed economica per promuovere l’adozione di accordi internazionali ambiziosi in settori quali la biodiversità e l’uso delle risorse.
Promuovere l’innovazione nella società Cambiare i modi di pensare e di vivere
Aumentare gli investimenti e riorientare il settore finanziario per supportare progetti e imprese sostenibili Destinare i fondi pubblici per sostenere l’innovazione e soluzioni fondate sulla natura, aggiudicando appalti sulla base di criteri di sostenibilità e prestando sostegno alle regioni e ai settori interessati
Gestire i rischi e garantire una transizione socialmente equa Le società dovranno riconoscere i rischi potenziali, le opportunità e i compromessi nonché individuare le modalità per gestirli. Le politiche nazionali e dell’UE svolgono un ruolo essenziale nella realizzazione di “transizioni giuste”, assicurandosi che nessuno rimanga indietro.
Creare più conoscenze e competenze Tale politica comporta un’ ulteriore enfasi sulla comprensione dei sistemi responsabili delle pressioni ambientali, dei percorsi verso la sostenibilità, delle iniziative promettenti e degli ostacoli al cambiamento. E’ necessario rafforzare ulteriormente le capacità di farsi strada in un mondo in rapido mutamento e di investire in istruzione e competenze.
Quello dell’artista Patrizia Bonardi è un messaggio che si percepisce, inizialmente, con i sensi e con le emozioni per poi diventare sempre più concreto e reale; esordisce con un ritmo ridondante e prosegue con incessante ripetersi di parole che arrivano direttamente al cuore come se volesse imprimere la sua eloquenza a chi lo ascolta…..ed è effettivamente questo il valore di questo messaggio….e ci riesce egregiamente dal momento in cui si palesa e si dirige dritto allo scopo. Un messaggio positivo che, a mio parere, riesce nel suo intento, ovvero quello di permettere a chi lo ascolta di capire che siamo di fronte ad una realtà di cui dobbiamo riconoscerne i limiti e per la quale occorre un immediato intervento al fine di preservare la nostra integrità fisica, mentale e sociale. Le parole del Mantra Chimico risuonano all’infinito come se volessero entrare nella coscienza al fine di maturare una consapevolezza ed una responsabilità individuale e collettiva. Questo è il messaggio: responsabilità comune e impegno sociale perché l’aria che respiriamo sia un’aria pulita, perché il mondo in cui viviamo sia rispettabile quanto le nostre vite…. E allora è arrivato il momento di CAMBIARE ARIA.
L’Italia tra i primi in Europa per energia pulita
L’Italia è una delle nazioni europee più virtuose nella produzione elettrica, davanti a Germania, Francia e Regno Unito.
E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’ Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), presentato a Roma. Il rapporto ha analizzato i parchi elettrici dei principali Paesi europei sotto il profilo delle fonti utilizzate, dell’efficienza di trasformazione e dell’emissione di gas serra. Ne è risultato che il mix di combustibili del parco termoelettrico italiano è tra quelli a minore contenuto di carbonio, con una quota di gas naturale tra le più elevate in Europa.
“ I Paesi con cui ci siamo confrontati “, spiega l’ Istituto, “sono Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Polonia e Svezia che, insieme all’Italia, rappresenta nel 2010 il 75% della produzione elettrica lorda e quasi il 70% delle emissioni da produzione elettrica dei 28 Stati Membri dell’Unione Europea”.
Ne è risultato che, tra i grandi produttori di energia europei, meglio dell’Italia riesce a fare soltanto la Svezia.
Il mondo è nostro e noi siamo del mondo: un legame sacro e inviolabile……a noi la scelta……

Bibliografia
Rapporto annuale dell’Agenzia Europea per l’ Ambiente, (AEA), 2015.
Sesto rapporto SOER, 2020.
Rapporto dell’istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), 2019.
Mezzopieno News, Le buone notizie che cambiano il mondo, Giugno/Luglio 2019.

Onde anomale… tra uomo e mare
di DANIELA GENSABELLA

Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!
( da L’uomo e il mare di Charles Baudelaire )

Nella sua opera “onde anomali”, Patrizia Bonardi esprime la potenza della natura nella forza distruttrice del mare che invade tutto e tutti.
Il mare è un soggetto attivo che esprime la sua autorevolezza muovendosi in uno spazio d’azione insito in lui e tocca all’uomo riconoscere i propri limiti entro quello spazio (Breda, Nadia, «Per un’antropologia dell’acqua.» in Erreeffe , n. 51 (aprile 2005): 3-16).
Da un’analisi sociologica emerge che il rapporto tra uomo e ambiente è da sempre stato conflittuale, infatti se da una parte il mare è una risorsa da sfruttare per la pesca, per l’estrazione del petrolio o per altre attività antropiche, dall’altra è anche un ecosistema da tutelare. Nonostante non si possa fare a meno del mare né per l’alimentazione, né per l’influenza sulle condizioni climatiche e né tanto
meno per il divertimento, il viaggio e la scoperta, l’uomo non ha mai mostrato particolare attenzione alla salvaguardia delle acque e non ha considerato le conseguenze negative per l’ambiente e l’umanità: il risultato è un accumulo di grandi quantità di rifiuti nel mare e nell’oceano e l’inquinamento dell’ambiente marino a causa dei riversamenti nei pressi delle piattaforme petrolifere
e durante le operazioni di lavaggio delle cisterne delle navi, dove le acque contaminate vengono illegalmente scaricate in mare.
Purtroppo solo davanti a delle catastrofi naturali, l’uomo lascia cadere la sua percezione illusoria di superiorità, prende consapevolezza della sua impotenza e comprende che pur agendo in continuazione sulla natura, non detiene alcun potere su di essa. Infatti l’attività del mare è imprevedibile ma nonostante questo l’uomo è riuscito ad approfittare anche delle situazioni di emergenza: come dimenticare lo tsunami che colpì lo Sri Lanka nel 2004, infierendo in una
situazione di forte vulnerabilità dovuta alla guerra civile. Nella fase di ricostruzione entrarono ingioco diversi attori sociali che attribuirono significati diversi ad un unico concetto “la buffer-zone” ovvero una zona limite dove non era più possibile costruire case; per i pescatori del posto era inaccettabile, per loro costruire lì voleva dire far fronte alla sussistenza; per i pianificatori era
un’opportunità di riprogrammazione; per i beneficiari era un motivo di divisioni sociali e per gli agenti umanitari un limite e basta… poi c’erano i politici che sulla riduzione della buffer-zone costruirono la loro campagna elettorale per le elezioni del novembre 2005.
Continue contraddizioni tra le onde anomale del mare: arricchimento e positività da una parte e fonte di pericolo dall’altra. Ma la verità sta negli occhi di chi guarda: la percezione di serenità che prova un crocerista non è di certo la stessa di chi è costretto su un barcone in fuga da persecuzioni e guerre, alla ricerca di condizioni di vita migliori.
Ma come ci ricorda il sociologo italiano Franco Ferrarotti, nel suo libro “Atman, il respiro del bosco”, la natura resta la nostra grande madre, sempre pronta ad accoglierci in una dimensione simbiotica, dove ognuno di noi diventa un figliol prodigo che, dopo il male procurato, ritorna agli affetti primordiali.


L’Altro che non pensavo
di DEVIS GHERLINI

All’inizio il termine rischio non mi sembrava poi tanto ambiguo, anzi, mi appariva quasi scontato nella sua accezione quotidiana, semplificata e normalizzante. Riflettendoci, poi, è anche ‘qualcosa di impalpabile’, ‘inafferrabile’, ma al contempo è assai concreto, e per determinate questioni diventa ben misurabile. Tuttavia, per alcune persone nella maggior parte della loro vita è, se possibile, qualcosa da evitare, o per lo meno da attenuare in diverse circostanze nelle quali si possono ri-trovare. A ben pensarci, però, ‘esporsi al rischio di…’ è più frequente di quanto si creda; per molte altre persone diventa addirittura desiderabile esporsi ad un dato rischio. L’esperienza del rischio ritengo sia proprio insita in ciò che è vitale. Me la rappresento figurativamente come un crocevia, ossia un momento e un passaggio personale dentro e durante il quale si fa esperienza di diverse forme di tensione, se si vuole di correnti diverse, che potenzialmente re-spingono lungo traiettorie differenti. Estremizzando, la vita espone a varie forme di rischio, per qualsiasi essere vivente: sin dalla nascita si devono fare i conti con quello spazio incerto, labile e poco visibile che è l’ignoto, l’incerto e il desiderio stesso che spinge verso la ricerca e la scoperta. È proprio in questo slancio che solitamente si viene spinti, da bambini prima, e con più difficoltà da adulti poi, alla scoperta di sé e di nuovi confini. Già nell’infanzia si intravvedono le prime possibilità di sviluppo e crescita, a vari livelli, o di inibizione, arresto e censura, ovvero potenzialmente mortifere: non soltanto per la sfera individuale, ma soprattutto per quella socio-culturale. Come? Un bambino, una bambina nell’uscire dalla loro naturale ‘zona di confort’, per poterlo fare senza che il rischio diventi un’esperienza deleteria, dannosa o tragica, hanno bisogno di un Altro rispetto a se stessi. Solitamente questa è una figura a loro famigliare, affidabile, ed inizialmente è un genitore o chi dei figli si occupa in quel momento. Questo Altro assume in sé non soltanto la funzione protettiva e stimolante ma – questo è il mio pensiero – è quel primordiale contenitore sociale che raccoglie in sé le paure, i desideri, le gratificazioni e – per l’appunto – anche la dimensione del rischio stesso che i bambini ‘corrono inconsapevolmente’ quando si sentono liberi di esplorare il mondo. Sono i genitori che, sensibili ad alcuni degli aspetti negativi del rischio, tentano di attenuarlo o di rimuoverlo. Allentandogli tale ‘zavorra’, lo slancio verso la scoperta, la meraviglia, lo stupore e la fantasia rimangono tutto ciò che può servire ai bambini per vivere e per rappresentare dentro di sé cosa accade nella vita. Qui prende forma nel bambino anche la nascita potenziale del senso di responsabilità, sia personale che sociale. Ma questa è un’altra questione che non posso ora approfondire. Quanto detto finora come può connettersi con le mie riflessioni scaturite dall’esperienza personale fatta durante la visione della mostra delle opere d’arte dedicate alla ‘Società del rischio’, proposta al BASC di Leffe prima che incombesse la sciagura del Covid-19? Si può ben integrare, o meglio ancora spiegare, tenendo presente che varcare una soglia oltre la quale ci si può esporre a possibili ‘contaminazioni’ – emotive, affettive, culturali e sociali – è né più e né meno un’occasione potenziale di rischio. In questo caso, come in tante altre occasioni, deliberato e dall’esito tutt’altro che prevedibile. Farsi avvicinare, coinvolgere o addirittura cambiare da un’esperienza artistica è già di per sé un processo che espone a ‘più tensioni, correnti e orizzonti’ possibili: ad una dimensione del rischio ri-generativa, anche se a tratti la confusione, lo stupore o l’angoscia si amalgamano con la speranza, la commozione o la fiducia, e chissà cos’altro ancora. Si può così entrare in contatto con molti aspetti di sé e del proprio rapporto con il mondo esterno che, più o meno deliberatamente, potevano essere fin lì oscurati, inibiti o idealizzati. Ecco che l’artista e la sua opera sono riconducibili ad un medium capace sì, ma anche per certi versi perturbante e stimolante. Da lì in poi, se si desidera ascoltare e ap-prendere ciò che viene trasmesso è come riprendersi parte di quella ‘zavorra’ che più o meno volontariamente faceva forse comodo far gravare su qualcosa e qualcun altro. In definitiva, si torna a ‘correre il rischio di’ guardare il mondo come fanno i bambini, sapendo tuttavia che si può scegliere di maneggiarlo allo stesso modo o diversamente da chi ci ha dato l’occasione di conoscerlo, forse diventando Altro rispetto a prima.

Sociètà mondiale del rischio
di FILIPPO BAGNATI

Il XXI secolo ha annunciato il suo arrivo con una promessa ben presto trasformatasi in certezza; stiamo vivendo all’interno della società mondiale del rischio, figlia della modernità. Nell’accezione comune il concetto di modernità, almeno in Occidente, è spesso identificato come sinonimo di progresso tecnologico e scientifico ed è associato ad uno sviluppo e un benessere mai registrati nelle precedenti fasi della storia umana. Tuttavia, tale termine cela anche delle ambivalenze: Il contributo del sociologo Ulrich Beck, a tal proposito, risulta illuminante. Il suo lavoro “Conditio Humana il rischio nell’età globale” si presenta come un manifesto d’importanza assoluta, in grado di generare riflessioni concernenti l’interazione individuo-realtà sociale all’interno di un mondo “rischiocentrico”, sottolineando come le minacce della contemporaneità siano il prodotto della stessa.
Il concetto di società del rischio, coniato dallo studioso tedesco, nasce come risposta critica alla gestione dei rischi prodotti dal sistema industriale, ascrivibili ad un clima culturale caratterizzato da una convinta pretesa di controllabilità delle minacce moderne. La problematica relativa a tali pericoli trova risposta nella fiducia cieca ed incondizionata verso gli strumenti scientifici e la competenza degli esperti, ritenuti capaci di tutelare la società attraverso un calcolo razionale dei rischi. Questo contesto mette in luce come la fiducia in sé stessa della modernità, beatificata da una presunta convinzione di infallibilità e di superiorità etico-morale rispetto alle altre fasi della storia, rappresenti una beffarda contraddizione.
Il moderno infatti, apre per l’uomo possibilità inesplorate e allo stesso tempo drammi inenarrabili, rendendo palese l’inadeguatezza degli strumenti analitici disponibili nel concettualizzare la fenomenologia dei rischi.

CARATTERISTICHE PRINCIPALI DEI RISCHI MODERNI
Una delle caratteristiche principali dei rischi moderni è quella di generare attraverso una spinta cosmopolitica, ovvero una coazione all’inclusione dell’alterità, comunità transnazionali legate dalla percezione del pericolo. Suddetta realtà è in qualche modo anche il risultato dell’obsolescenza dei provvedimenti e dell’agenda relativa alla sicurezza pubblica delle realtà nazional-statali generate dai nuovi pericoli. Essi infatti, possono esplicitarsi a livello nazionale ma gli effetti si esercitano globalmente o quanto meno necessitano di risposte cosmopolitiche. La natura stessa dei rischi moderni quindi li rende non esternalizzabili e ineliminabili. In corrispondenza di ciò, le istituzioni contemporanee perdono la loro legittimazione sociale. Molte di esse, nate proprio come garanti della sicurezza, che fanno del loro fondamento “esistenziale” la protezione dei cittadini, si trovano di fronte ad una dura realtà che le rende inutili. Considerando tale realtà si assiste ad una deresponsabilizzazione delle entità statuali; esse abbelliscono il loro fallimento nascondendosi dietro al dono di una libera scelta responsabilizzante lasciata agli individui rispetto a problematiche che riguardano la collettività. Siffatta situazione apre alle componenti della società civile globale nuove possibilità di visibilità, esercitabili attraverso una sub-politica dal basso. Le realtà statali svuotate della loro rilevanza politica, assistono dall’esterno all’attività dei tanti movimenti sociali, frutto di collaborazione civile transnazionale attiva. Questi gruppi sociali trovano talvolta in personaggi pubblici una voce in grado di confrontarsi direttamente con il mondo del lavoro e con le istituzioni, senza mediazione della politica “tradizionale”. Un ulteriore peculiarità dei pericoli contemporanei è la loro “democraticità”. Essi colpiscono tutti allo stesso modo, livellando momentaneamente caratteristiche socio-anagrafiche, di ceto, classe, appartenenza etnico-religiosa. Tale scenario porta a supporre che i rischi su cui la società organizza la propria esistenza attenuino le differenze e inducano ad una collaborazione corroborata da unità di intenti; questo è solo parzialmente esatto. Se in effetti il rischio moderno è democratico esso ha anche la capacità di polarizzare e generare nuove linee di conflitto. Per esplicare ciò risulta utile prendere in esame uno dei prototipi del rischio moderno, quello ambientale.

RISCHI AMBIENTALI
Appare rilevante sottolineare una peculiarità dei rischi globali specificatamente applicabile ai pericoli ambientali; cioè la capacità di polarizzare, di andare ad ampliare disuguaglianze laddove siano già consolidate. Tutto questo viene alla luce attraverso una dicotomia che si genera tra coloro che producono ed esportano i rischi e coloro che ne subiscono gli effetti collaterali. Solitamente i paesi produttori dei rischi sono le potenze economiche occidentali, nello specifico le élite che traggono benefici e risorse dalla produzione di pericoli e scaricano gli svantaggi sui paesi più fragili o in via di sviluppo. L’esportazione di tali pericoli è spesso garantita da un impianto giuridico internazionale frammentato e dall’incapacità di delineare concretamente ciò che è più o meno rischioso e per chi. Tali condizioni di sfruttamento dei paesi esportatori sui paesi che subiscono sono date anche dalla scarsità e dalla mancanza di tutela, del rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali in regimi politici spesso antidemocratici.

IL PETROLIO E’FINITO, ANDATE IN PACE
L’opera di Daniela Di Maro, “il Petrolio è finito” reca al centro di un’antica e opulenta cornice, un grido solenne che evoca riflessioni immediate. La fredda scritta sentenzia: “il petrolio è finito, andate in pace”. Le riflessioni che l’opera suscita sono immediate, squisitamente attuali, in una fase della storia umana in cui l’accumulazione di ricchezza e lo sfruttamento delle “risorse” atte a garantire tale accumulazione si stanno realizzando in maniera più veloce della possibilità fisica che ha il pianeta di offrire le proprie risorse. Sulla base delle osservazioni precedenti e grazie al contributo dell’opera di Daniela di Maro si possono affrontare degli esempi specifici, rendendo concrete tali riflessioni.
L’estrazione petrolifera scarica sulla popolazione locale gli effetti collaterali dell’azione, ovvero ingenti danni ambientali che gravano sulla salute; oltretutto, in un panorama in cui le risorse fondamentali iniziano a scarseggiare, il Medioriente e l’Africa diverranno sempre più bersagliate da una corsa atta a garantirsi migliori disponibilità materiali da attori competitivi economicamente. Come nel caso dell’estrazione del petrolio, anche lo sfruttamento di risorse ambientali specifiche si estrinseca in simili logiche polarizzanti. La dislocazione produttiva delle grandi aziende multinazionali in località in cui la forza lavoro è “sottopagata”, svolge la propria attività in mancanza di norme di sicurezza e di tutela della salute, rafforza la dicotomia tra la comunità dei produttori dei rischi e quella di consumatori coatti. A ciò potrebbe accompagnarsi un’obiezione parzialmente veritiera; la prima categoria molto spesso subisce il risultato negativo degli effetti autoprodotti, vanificando la distinzione e la disparità di danni subiti e continuando ad esaltare la logica democratizzante dei rischi ambientali. Tale obiezione però cade di fronte ad una solida argomentazione. I produttori dei rischi sono consapevoli che gli effetti possano esplicitarsi anche verso i medesimi soggetti, tuttavia hanno la possibilità di compiere una libera scelta, razionalizzata sulla base del calcolo costi-benefici. Questo scenario amplia la logica dicotomizzante, poiché si presenta una multipla esclusione da parte dei consumatori coatti di rischi. Essi risultano esclusi sia dalla possibilità di scegliere liberamente delle proprie sorti, talvolta tenuti anche all’oscuro di certe decisioni e infine costretti a sobbarcarsi la negatività dei processi produttivi.

CONCLUSIONI
Le ingenti minacce prodotte in maniera più o meno consapevole verso l’ambiente sono forme di ingiustizia capaci di mettere a nudo tutta la fragilità della contemporaneità. Tali situazioni, se perpetrate, danneggeranno la collettività, riproducendo e ampliando allo stesso tempo disuguaglianze insite nel sistema socio-economico attuale.

La società del rischio
di FRANCESCO ROSETTI

Per almeno due secoli, dal tardo settecento al XX secolo, il luogo del perturbante, del misterioso, è stato svolto dalla Natura, una natura che evade dalla perfetta griglia newtoniana ed illuminista (ma già Voltaire aveva molti dubbi), per espandersi nel sentimento e poi perdersi del sublime e dell’ infinito romantico in tutte le sua varie declinazioni, da Holderlin, a Leopardi, da Kant a Schelling fino al tentativo di grande sintesi hegeliana e alle suggestioni nicciane e wagneriane. Per tutto il XIX secolo assisitiamo ad un doppio movimento della modernità rispetto alla natura, vista da un lato come una sorta di belva da domare e dominare, in nome di una sorta di prometeismo razionalistico (visibile nel positivismo, ma anche in certo marxismo), anche questo con una forte componente romantica, per quanto sottaciuta, dall’ altro come infinità irriducibile ad ogni concettualizzazione dell’umano, in cui il rischio, vagheggiato quanto temuto, è quello di perdersi. Il tardo ventesimo secolo e il XXI al suo stadio iniziale vedono questo doppio movimento riarticolarsi in modo sempre più paradossale. Il dominio sulla natura, razionalistico, borghese (ma non solo), fino alla sua ultima declinazione neoliberale, diventa foriero di elementi talmente distruttivi, da far paventare la distruzione stessa del pianeta e quindi una sorta di apoteosi suicida della specie umana nella nuova era del cosiddetto Antropocene, mentre il sentimento di pace e armonia, ma anche di totale immersione nella natura viene demandato ad un alterità di specie, ma anche di cultura, un altrove che di volta in volte viene deterritorializzato e rilocalizzato di continuo. Da questa condizione totalmente inedita scaturisce l’opera di Ulrich Beck “La società del rischio”, del 1986, ma uscito in Italia nel 2001, in cui il grande sociologo e scrittore tedesco cerca di mappare la nuova condizione della tarda modernità. E Beck centra la sua riflessione su un elemento totalmente nuovo della condizione umana, ovvero che il perturbante, quell’elemento di incertezza e instabilità, che nei due secoli precedenti era incarnato dall’infinito naturale, si è trasferito alla sfera dell’ agire umano. E’ la stessa attività umana, che Beck scandagliava all’epoca di Chenobyl, e che giunse in Italia proprio all’epoca delle Torri Gemelle, ad essere propagatrice di effetti non determinabili, almeno da quelle istituzioni preposte a dare un ambiente familiare all’uomo, e quindi portatori di inquietudine, quando non di vero e proprio terrore. Il successivo ventennio allo scritto di Beck si è incaricato di verificare o falsificare le intuizioni del sociologo tedesco, ma ci sentiamo di poter dire, a distanza di molti anni dalla prima pubblicazione de “La società del rischio”, che il volume sia invecchiato bene. In effetti la specie umana in un ventennio ha dovuto affrontare la nuova minaccia asimmetrica del terrorismo, un’enorme crisi finanziaria nel 2008, il sorgere dei populismi, infine la questione ambientale e l’emergenza Coronavirus, tutti elementi di crisi che hanno anche e soprattutto a che fare con un’attività umana, che sconvolgendo la nozione stessa di equilibrio o di struttura porta, almeno nella percezione comune, al timore della scomparsa stessa della specie umana. In effetti la tarda modernità, in particolare nel suo rapporto con la tecnica, sembra proporre rischi senza poter definire una sfera della sicurezza, e le istituzioni, dallo stato nazione alle grandi formazioni sovranazionali, sembrano produrre effetti che il mondo stesso non è in grado di dominare e tantomeno di gestire. La mostra dedicata all’opera di Beck, al Bacs di Leffe, proprio in piena emergenza Coronavirus si pone in dialogo critico con lo scritto del sociologo cercando, almeno a giudizio di chi scrive, di approcciare la materia trattata da due punti di vista, apparentemente opposti, ma complementari. Da un lato abbiamo il rapporto, fondamentalmente irrisolto con la Natura, vista di volta in volta come casa, organismo senziente, forma di vita, ma anche fonte di sconvolgimento. Dall’ altro abbiamo il punto di vista dell’umano, ma non dell’ homo faber o homo aeconomicus, bensì dell’ uomo che da un lato si è radicalmente separato dalla natura fino a fare esperienza di una sostanziale estraneità con essa, dall’ altro cerca un’esperienza panica del ritorno, una sorta di ritorno pacificato in una sorta di casa, tra lirismo e utopia. Le due visioni, come detto, non vanno necessariamente a contrapporsi, ma si integrano anche nella varietà dei media utilizzati. Ci sono mezzi che rimandano al primato dell’occhio, come la fotografia e la pittura, alla distanza evocata dal linguaggio, che però si rivolta non in solipsismo bensì in parola dialogica e immagine immersiva, basti pensare alle opere in mostra di Elena Radovix e Ciro Ciliberti. Mentre la performance e l’installazione, nella loro fluidità e liquidità di manifestazione riescono nei lavori di Patrizia Bonardi e di Franco Cipriano, a trasformarsi in strutture formali che utilizzino la materia in modo da renderne il ritmo interno, che non esclude l’umano, ma ne accoglie l’occhio e la dimensione corporea. Compito dell’esposizione non è tanto di fornire delle risposte ai quesiti lasciati da Beck e dalla tradizione sociologica del secolo oramai passati, ma fornire stimoli al pensiero e alla sensazione, in vista di un orizzonte comune che è quello che si presenta alla modernità del XXI secolo.

Beck alla luce della pandemia
di LAURA BENZONI

Ho lasciato che le parole di Ulrich Beck risuonassero dentro di me per lungo tempo. Fin dalle prime pagine del suo “La società del rischio” avevo intuito qualcosa di quasi profetico, scritto negli anni ’80 del ‘900. L’analisi della società che lui fa nel primo capitolo (quello a cui è ispirata la mostra) è lucida e terribile. E non sapevo ancora che proprio ciò che lui profetizzava, si sarebbe avverato di lì a poche settimane.
Mi sono arbitrariamente concessa più tempo di quello previsto per scrivere questo pezzo, approfittando del periodo di isolamento forzato dovuto all’emergenza sanitaria per il Covid-19 che ci ha fatto piombare in un surreale periodo sospeso e di attesa. Durante questa attesa che tutto si compia e che si risolva, ripenso spesso, direi ogni giorno, agli scritti di Beck. Ho deciso di aspettare questo momento a riordinare le idee, perché proprio oggi sembra che l’Italia abbia raggiunto l’apice dei contagi e si intraveda una leggera flessione: lascio quindi che il cuore di questa strage mi ispiri le riflessioni più profonde perché nate dalla vita vera in questa guerra di trincea.
Credo a questo punto che ciò che scrivo sia più catartico che altro e che mi aiuti a rielaborare il lutto che stiamo vivendo. L’obiettivo originario era (ed è) rendere accessibili i concetti espressi da Beck, con la consapevolezza che gli studi sociologici siano oltremodo necessari per illuminarci sulle dinamiche in cui ogni giorno siamo immersi e per affrontarle con più consapevolezza. “La società del rischio” non è un testo facile da comprendere, non è certo una lettura da dopocena sul divano, perché necessita di una mente fresca e abituata a certe riflessioni e terminologie. Pertanto, visto che l’unica cosa in cui sono veramente allenata è pensare e comunicare, ho ritenuto utile impostare la mia riflessione sintetizzando le teorie di Beck, affiché siano per il lettore un’opportunità per analizzare la società attuale secondo le sue chiavi di interpretazione, unite ad alcune opere degli artisti in mostra, che materializzano perfettamente certe concezioni.
L’autore afferma che nella società attuale il processo di modernizzazione -ormai inarrestabile- produce sistematicamente rischi e pericoli per la vita dell’uomo e della natura in modo tanto inevitabile, al punto che si è arrivati a valutare non più cosa NON produce rischi, ma quale sia il rischio più TOLLERABILE.
Il “MANTRA CHIMICO” di Patrizia Bonardi ci fa ben intendere questo concetto: per poter produrre e vendere i nostri oggetti, accettiamo di immettere nell’aria elementi chimici tossici che assumiamo quotidianamente e che si installano nelle nostre vie respiratorie rendendoci (guarda caso) più deboli nei confronti di quel terribile, innominabile virus…
Ed è proprio nella situazione di pandemia (che stiamo vivendo mentre scrivo) che possiamo intuire un altro, spaventoso, concetto di Beck: gli elementi nocivi della modernizzazione sono ormai parte integrante dello sviluppo dell’uomo, eppure, le loro conseguenze negative sfuggono all’immaginazione umana, anche dei massimi esperti di statistica o di chissà quale disciplina che prevede ‘il futuro’ in termini scientifici. In fondo, il potenziale autodistruttivo dello sfruttamento delle risorse naturali e dell’inquinamento assume una dimensione sconosciuta: non si sa con chiarezza quale sia l’orizzonte dei rischi che, concatenati gli uni agli altri, ci troveremo ad affrontare con la continua modernizzazione indiscriminata.
Uso il termine ‘indiscriminata’ perché viviamo in un mondo in cui si ha la pretesa che la modernizzazione sia la chiave della ricchezza e risolva i problemi della povertà, in un’ottica ancora positivista. Beck parla di “dittatura della penuria”, nel senso che con superbia riteniamo che la soluzione della povertà sia una e soltanto una, ovvero l’avvicinarsi al modello economico e valoriale occidentale, che cerchiamo di trapiantare anche in altre comunità economicamente povere.
Ma chi lo dice che la modernizzazione sia DAVVERO la soluzione? Che in una società del terzo mondo la soluzione che va bene in Occidente sia veramente quella necessaria? Eppure la nostra società è la prova provata che il positivismo è un FALLIMENTO. La ricchezza porta con sé nuovi tipi di povertà, mai visti prima: ad esempio l’obesità, lo shopping compulsivo o altri tipi di problematiche come le difficoltà relazionali.
Per questo mi ha colpito molto l’opera “AFFISSIONI 2019” di Antonio Davide. La sua estrema semplicità ha reso esplicito come un fulmine a ciel sereno il valore attorno al quale ruotano le nostre vite: queste COSE che la pubblicità, l’accettazione sociale e chissà quali altre dinamiche psicologiche e sociali ci spingono a COMPRARE.
Ci troviamo oggi in una difficoltà valoriale dovuta anche al fatto che i rischi che la società occidentale produce possono non essere direttamente visibili ed esperibili da noi stessi. Ciò significa che il mondo è totalmente interconnesso e si parla di globalizzazione sia dal punto di vista economico, commerciale, comunicativo, sia dal punto di vista del rischio: l’inquinamento causato da una fabbrica in una nazione, si ripercuote su un’altra nazione a migliaia e migliaia di km di distanza. Questa distanza porta ad una mancanza assoluta di empatia, che è il fondamento su cui costruirsi un’etica e una morale: trovarsi di fronte un essere vivente che soffre (uomo, animale o vegetale!) sviluppa la nostra la capacità di com-patire ovvero di patire-con-lui, sentire come lui. Invece al giorno d’oggi, in cui abbiamo accesso immediato a qualsiasi conoscenza, possiamo anche NON VEDERE, far finta di non vedere, o scegliere deliberatamente di non sapere: è chiaro che così è molto facile non rendersi conto che ognuno di noi ha una RESPONSABILITA’ nei confronti del mondo. E’ molto più facile vivere nell’inconsapevolezza che le nostre azioni sulla Terra, anche piccole, fanno la differenza.
Questo è l’atteggiamento che analizza Beck secondo cui “di fronte all’incombente disastro ecologico ci si passa la patata bollente” (pag. 43): è sempre colpa di qualcun altro, qualcuno che sta sopra di noi (la politica), che sta sotto di noi (i produttori), che sta accanto a noi (i consumatori), insomma troviamo sempre il modo di non assumerci la responsabilità delle nostre azioni inquinanti.
Inoltre abbiamo la percezione che i pericoli che ci vengono prospettati siano quasi irreali, poichè proiettati in futuro indefinito, dal momento che sfuggono ad una precisa previsione. Perciò, “in caso di dubbio è meglio far finta di non vedere” (pag. 45). Ed è esattamente ciò che è successo in Italia e nel resto d’Europa con il Covid-19: La “non esistenza [del pericolo] viene presunta fino a prova contraria” (pag. 45). Eppure, non sapevamo fin da subito che era un virus mortale e pericoloso? Non sapevamo che avremmo dovuto stare attenti al contagio? Non abbiamo avuto per tempo l’esempio di una nazione piegata da questo invisibile mostro? Ci siamo nascosti dietro la scusa che la Cina è lontana, che i deceduti erano già anziani o con malattie pregresse, che il Governo avrebbe dovuto fare qualcosa prima, che gli aeroporti avrebbero dovuto controllare di più i passeggeri… Però quando siamo stati contagiati o toccati da un lutto e abbiamo capito che avremmo dovuto già da tempo limitare le uscite, proteggerci con mascherine e guanti ecc ci siamo giustificati dicendo che l’abbiamo fatto in buona fede, non l’avevamo capito…
Questo è un esempio pratico per rendere ancora più comprensibili le teorie di Beck, perché le possiamo perfettamente ritrovare in ciò che abbiamo vissuto nel corso del 2020.
Tornando all’idea di rischio come pericolo globale causato dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse, Beck introduce un altro concetto apparentemente assurdo, ma reale: le problematiche connesse all’inquinamento si ripercuotono anche su chi produce l’inquinamento stesso, con un “effetto boomerang” che coinvolge tutti, indistintamente dalla classe sociale o dalla ricchezza. Lo smog non si preoccupa di chi è il responsabile che l’ha prodotto e dispensa i suoi effetti negativi su chiunque (nel mondo, trasportato dalle correnti anche oltre oceano).
Il capitolo termina con un ultimo concetto, che attualmente mi dà i brividi: una volta che la società è esposta al rischio e lo vive in modo tangibile si diffonde una “solidarietà della paura”, un sentimento che produce grande coesione. E’ ciò che abbiamo vissuto nella nostra nazione e nella regione Lombardia in particolare, la più colpita dall’epidemia. Il sociologo però si pone delle domande a cui non riesce a dare delle risposte: fino a che punto può reggere la coesione di una società che si stringe attorno al sentimento della paura? Quanto si riuscirà a capire che il tornaconto personale deve restare in secondo piano rispetto a una visione più ampia della modalità di vivere la vita e di sfruttamento delle risorse? Ad oggi ho timore di proseguire nella lettura degli altri capitoli del libro perché chissà che informazioni troverò su ciò che stiamo vivendo…Allo stesso modo temo di potere nei prossimi anni rispondere alle domande poste da Beck, che non aveva ancora avuto modo di analizzare una situazione come quella che stiamo vivendo ora.
Con queste premesse la mia opinione, prima della diffusione dell’epidemia e rafforzata dalla catastrofe del Coronavirus è questa: la Natura si riapproprierà dei suoi spazi, si riprenderà (come sta facendo) le vite che l’Umanità le ha rubato con gli incendi, le devastazioni, gli stermini degli animali; riscuoterà il tributo che le spetta come obolo che gli umani le devono per averle mancato di rispetto. Ci farà capire (anzi, ce lo sta facendo capire) che Lei è più forte di noi, Lei NON HA bisogno di noi: un misero microbo è più potente della nostra superbia. Lei sa rialzarsi da sola. Inesorabile, costante, paziente, vera custode della Terra che senza l’inquinamento dell’uomo, ricomincia a vivere e cura le ferite che le abbiamo inferto.
E poi, Madre amorevole, ci perdonerà e ci curerà. Come in RIGENERAZIONE di Francesca Lolli torneremo a rinascere solo grazie ad un rinnovato rapporto con la Natura. L’unica soluzione per noi sarà l’azione responsabile e la consapevolezza che il nostro ruolo sulla Terra deve lasciare un’impronta di Bene.

Appartenere
di LUCIA LO CASCIO

Si può mettere in conto la possibilità di una catastrofe ecologica per soddisfare interessi economici? quali sono le necessità, quali cose vengono solo spacciate per delle necessità, quali necessità devono essere cambiate?
Queste alcune delle domande che Ulrich Beck si pone nel suo libro “La società del rischio”, è da queste domande che intendo iniziare.
In termini di discorsi ecologici si vanno a scontrare la razionalità scientifica e quella sociale e il motivo è che l’ambiente non riguarda solo l’ambiente è intimamente legato ad altre aree problematiche: economia, energia, cibo, salute, commercio e sicurezza. 
Parlando di problemi ecologici, vediamo l’ambiente come qualcosa che ci circonda ma da noi separato, estraneo. 
Non siamo separati dalla natura, siamo una parte inseparabile di essa! Concetto chiaro ed evidente nelle fotografie di Elena Radovix “Metà fisica e metà no”. Eppure pensiamo la Natura come altra. Questa separazione è così profonda nel nostro sistema concettuale che non possiamo semplicemente cancellarla dal nostro cervello. 
C’è qualcosa che possiamo fare come individui? Utilizzare meno energia? Sostituire le nostre lampadine? Guidare di meno, camminare di più, andare in bicicletta? Riciclare? Mangiare biologico? Mangiare cibo locale? Tutto questo va bene ed è necessario, bisogna sacrificare parte della propria esistenza, del proprio benessere per garantire la sopravvivenza nostra e dell’organismo meraviglioso di cui facciamo parte. Sacri-ficio, fare il sacro, rendere grazia della nostra esistenza attraverso l’abbandono dell’inutile per vedere scongiurato l’incubo che incombe, “Ombra pericolosa” egregiamente rappresentata da Carla Crosio.
Consapevolezza è la parola che salva, che sana, così come da sempre la Natura fa con noi, si veda a proposito il video “RiGenerazione” di Francesca Lolli.
L’uomo non è altro che il frutto di un albero chiamato Terra e la terra è di per sé un elemento speciale, superiore ed eterno perché si autofeconda e si autorigenera, uno spazio materiale che mantiene la sua essenza utilizzando se stessa.
Questa via è quella che l’uomo di oggi dovrebbe seguire per riconoscersi finalmente parte integrante del suo habitat naturale creato dal seme della sua terra e non padrone o ancor più creatore quale esso si crede. Solo riconoscendo la propria origine, solo conoscendo la propria materia l’uomo potrà conservare inalterata la sua esistenza partendo appunto dal concetto di appartenenza.
Un mantello è la terra, un mantello vestito di sé perché nulla può essere mai avulso da quello che abita la terra, nulla! Neanche il buio della notte o la luce del giorno. Un mantello non simbolico ma simbiotico ovvero esistente per mezzo della sua stessa origine, proprio quel mantello che Francesca Marconi incarna nella sua “Cartografia dell’orizzonte/Trans humus”.
Uomo e Terra, la sua terra, il suo ambiente naturale, un rapporto tra l’artificio e l’artefice, un legame che non può essere alterato da nessun riferimento mistico né filosofico perché mistico è già il risultato di questo rapporto indissolubile.
Contemplare un artificio senza artefici è oggi pensiero di un mondo dove l’uomo è sostanza della sua stessa natura e natura è la sua pelle, la sua carne. La famosa opera di Matisse “Danza sul mondo” rappresentava l’armonia totale tra uomo e natura, qui il totale non è risultanza di un binomio poiché non ne è causa ma effetto. Totale è sapersi Uno già dal grembo, già dal seme, già dall’intento di esistere per appartenere al tutto, per appartenersi, senza numeri, senza destini.
Ricordare, tornare nel grembo, nelle acque che ci hanno generato, acque che sono tomba e nucleo vitale insieme, stasi ed energia, morte e vita della stessa origine, così come indicato in “Wading in the water” di Renata Petti.

La via è dunque, quella del ritorno all’origine ovvero la direzione per il futuro che era o che è già stato e di cui si sono perse le tracce a causa dell’insensata ricerca di un modello di uomo a tutti i costi speciale, superiore, eterno.

La società del rischio pensando all’opera di Carla Crosio “Ombra pericolosa”
di MARIA RITA MALLAMACI

“… la società del rischio è anche
la possibilità di una società autocritica”
(Ulrich Beck, 2000)

Il presente è la concretizzazione di quel passato durante il quale abbiamo costruito tante ipotesi…..
Quel passato, pochi minuti or sono rispetto all’orologio cosmico in cui l’essere vivente naviga, che abbiamo usato anche per osservare il fluido umano in via di sviluppo, chiedendoci dove stessimo andando, con quali mezzi, con quali pensieri e con quali obiettivi.
Parafrasando Eraclito, ci siamo immersi due volte nello stesso fiume, credendo che il fiume e noi stessi fossimo sempre uguali, non abbiamo saputo cogliere che sia il fiume che noi eravamo cambiati.
Ma il passato è giunto, e noi siamo qui a rispondere, a partire dal rischio così come ampiamente disaminato sia da Beck che da Giddens.
Siamo annichiliti dal rischio attuale, che rinnova incertezze ed insicurezze più ampie rispetto alla prima, solida, modernità.
Giddens ci aveva avvisati sul significato del rischio sociale, e ci aveva indicato sia le caratteristiche oggettive, cioè la sua natura, che quelle soggettive, cioè la sua percezione; aveva così messo in luce la portata e la distribuzione globale dei fattori di rischio, ed una sempre maggiore diffusione della coscienza dello stesso: è così che gli uomini ripongono una minore fiducia nelle capacità correttive della scienza.
Questi due aspetti fanno emergere la necessità di potersi orientare e poter agire nel mondo senza i vincoli né gli indirizzi portati dalle esperienze del passato.
L’odierna rischiosità, quindi, dovrebbe ingenerare, in maniera prorompente, un aumento di riflessività, dovrebbe comportare rinnovati approcci critici alla realtà, discussioni, valutazioni, nuove scelte e possibilità di azione.
Beck, dal canto suo, parte da una riflessione su come «i rischi e i danneggiamenti si insinuano ovunque silenziosamente e indipendentemente dalla libera (!) scelta».
L’esperienza di questa esposizione al rischio senza spazi di decisione rende comprensibile gran parte dello shock, della rabbia impotente e del senso di perdita di un orizzonte di futuro con cui molti reagiscono alle conquiste della civiltà tecnologica.
Ma se si torna a parlare di destino, di riduzione della decisionalità umana e di scarsa affidabilità delle risposte tecnologiche alle minacce ambientali, una domanda diventa più che legittima: stiamo forse assistendo a una sorta di declino della ragione, o meglio di quel tipo di ragione che ha diretto fin qui lo sviluppo del modello principale di civiltà?
In effetti non ci sono più “grandi racconti che abbiano senso” (Lyotard 1985), tutto ciò che esiste è un numero indefinito di diverse storie e forme di conoscenza, senza alcun centro naturale.
Siamo giunti al declino dell’autorità della scienza e al riconoscimento che sono possibili molti valori e orientamenti diversi, ugualmente autentici.
Flessibilità, diversità, differenziazione e mobilità, comunicazione, decentramento e internazionalizzazione sono al centro delle nostre vite, e in questo processo si sono trasformate le nostre identità, il nostro senso di consapevolezza e la nostra soggettività: siamo entrati nella nuova era.
Quella che Beck ci racconta essere «un’epoca sociale in cui la solidarietà della paura […] diventa una forza della politica».
Ma, allo stesso tempo, avverte: «È tutto da chiarire che effetti abbia la forza di coesione della paura. Fino a che punto reggono le comunanze prodotte dalla paura? […] La paura spingerà gli uomini verso l’irrazionalismo, il fondamentalismo, l’estremismo, il fanatismo?».
Davanti ai nostri occhi uno scenario aperto ci fa vedere quanto l’annientamento dell’uomo, fagocitato dal mondo dell’informazione puramente tecnologica, si manifesti attraverso forti sintomi di soffocamento sociale: un disconoscimento dell’essere umano che difficilmente potrà riprendere la strada storica lasciata inconsapevolmente qualche decennio fa, e sarà arduo potenziare quell’autocritica, tanto auspicata, che può consentire all’Uomo di ritrovare un luogo autentico nella Natura del mondo ripristinando i caratteri fondamentali dell’autocritica.


Il modello alpino un modello del passato da supporto per il futuro
di MICHELA ZUCCA

Nel 2050 (fra trent’anni. Saremo quasi tutti vivi) il clima di Milano padana sarà come quello di Karachi: quaranta gradi all’ombra d’estate. Probabilmente di più. La pianura padana sarà in gran parte inondata da acque salmastre. Molte delle città di costa allagate per effetto del rialzamento del mare. Impianti produttivi, porti, insediamenti umani distrutti e inservibili. Sopra Roma passerà la linea di desertificazione.
E noi, invece di preoccuparci di come salvarci la pelle, abbiamo assunto un atteggiamento completamente irrazionale e fideistico rispetto al “progresso” che, in qualche modo, “ci salverà”. Neanche il Figlio di Dio riuscì a convincere meglio le masse di fronte alla catastrofe annunciata.
Eppure Lui disponeva di una Chiesa diffusa su tutta la terra dotata di eserciti agguerriti e di un tribunale dell’Inquisizione che bruciava la gente in piazza. E l’inferno che minacciava, e la vita eterna che prometteva, nessuno li aveva mai sperimentati praticamente né misurati matematicamente.
Invece il riscaldamento globale è stato annunciato cinquant’anni fa, scientificamente provato e monitorato. Se ne parla in ogni telegiornale. Centinaia di ore di documentari e migliaia di pubblicazioni. E noi ci ostiniamo a credere nel progresso che per un misterio ben maggiore della fede in qualche modo ci salverà.
E’ dal 18° secolo che comincia il periodo della storia umana più prepotentemente segnato dal sapere scientifico. La fede nel progresso sostituisce la fede in Dio. Si inizia a credere fermamente che le condizioni di vita non potranno che migliorare. Anche contro l’evidenza di un mondo segnato dalla guerra, dal degrado e dalla fame di più della metà della sua popolazione e della sua superficie.
Qualità principale del progresso: sembra inarrestabile. Anche gli eventi catastrofici, come le guerre, non riescono a frenarlo: anzi, si trasformano in occasioni di avanzamento. E, visto che l’evoluzione è infinita, porterà, anche attraverso canali non percepibili ai più, ad un miglioramento continuo delle condizioni di vita. Fornirà una soluzione futura a ciò che al momento sembra irrisolvibile. Qualsiasi limite è negativo, irrazionale, perché va ‘contro il progresso’. Il pericolo maggiore, lo spauracchio che giustifica i costi dell’innovazione, è il timore di ‘tornare indietro’.
Gli Illuministi di fatto instaurano una nuova religione, con i suoi dogmi, i suoi riti e i suoi principi inderogabili: quella nel progresso indefinito del genere umano guidato dalla luce della ‘ragione’. Al confronto, i preti cattolici, che ci hanno messo secoli e secoli e secoli a istillare il timor di Dio alla gente, sono dei poveri dilettanti. Industriali, scienziati e università ci hanno messo molto ma molto meno, e le convinzioni che hanno costruito vanno tanto contro l’evidenza che nemmeno i miraco.li del Signore.
Nella percezione collettiva, la prova storica ‘eclatante’ della superiorità delle società europee metropolitane è costituito dal progresso tecnico e tecnologico, prima ancora che scientifico.
Non siamo stati gli unici ad evolverci. Molte altre civiltà hanno raggiunto livelli di conoscenza scientifica simili ai nostri, e magari anche superiori: vedi gli astrologi egiziani e sudamericani, i chimici cinesi, e così via. Ma i loro scienziati antichi non hanno saputo applicare le loro scoperte, non hanno saputo distinguere il sapere tecnico-scientifico dalle altre forme di sapere. I nostri invece sì. E dato che questo ha portato ad un indubitabile miglioramento delle condizioni materiali (e poi, di conseguenza, anche mentali) di vita, il prezzo pagato è stato la rivoluzione industriale e il degrado ambientale. Valeva la pena perdere qualche milione di operai nelle miniere e nelle fabbriche per avere quello di cui oggi possiamo disporre. Quanto all’inquinamento, le statistiche sulle aspettative medie di vita parlano chiaro: dove la natura è incontaminata, si vive la metà. Quindi, malgrado l’elevato tasso di malattie degenerative dovute al peggioramento dell’ambiente, ma anche e soprattutto alla vecchiaia, il progresso della medicina ha saputo porre un ottimo rimedio.
Non è sempre stato così: ci ‘dimentichiamo’ di ricordare che gran parte del progresso tecnologico che alza realmente il livello di vita della maggioranza della popolazione europea avviene nei ‘secoli bui’, ed è opera di elaborazione collettiva delle comunità alpine, normalmente considerate ‘arretrate’. Parliamo dei mulini ad acqua (dal VI secolo), dell’aratro pesante (dal VII secolo), della rotazione agraria triennale (dall’VIII secolo), del ferro di cavallo (dal IX secolo), del basto per cavalli e attracco a tandem per animali da traino; del carro da trasporto pesante (dal IX secolo), del ciclo della legna, della castagna e di altre piante alimentari, come noce, nocciolo, melo… (dal IX secolo), del maglio ad acqua, della ruota grande per filare, del ciclo del vino, dell’alpeggio, delle macine, dei frantoi, dei forni comunitari che servono il territorio a seconda dei bisogni degli abitanti. Noi ci ‘dimentichiamo’, ma se le donne africane vogliono la farina, ancora oggi devono pestare i semi a mano per ore… Eppure, la cultura alpina è considerata ‘medioevale’ fino al XIX secolo, quando viene appunto ‘raggiunta’ dall’«innovazione tecnologica». Ovvero dai trafori che bucano le Alpi per farci transitare le merci e la forza lavoro costituita dalle donne e dagli uomini delle montagne al servizio dei bisogni metropolitani.
Da molto tempo si è scoperto che le società ‘preistoriche’ o ‘arretrate’ come le comunità alpine non sono dominate da un’economia di miseria e di scarsità di mezzi di sussistenza. Ponendosi stretti limiti demografici e calcolando la capacità portante degli ecosistemi, vivono nell’abbondanza, e non diventano povere se non quando entrano in contatto continuo e prolungato con i bisogni che il capitalismo ha creato, e che il loro sistema di produzione non è in grado di soddisfare.
Le tribù di cacciatori-raccoglitori sono strutture quasi egualitarie: le differenze di classe cominciano ad esistere molto tardi nella storia dell’umanità. La fame cronica di cui soffre gran parte del genere umano è una creazione della nostra epoca, ed è la conseguenza di un’evoluzione tecnologica senza precedenti, che però, in compenso, ha creato generazioni di miserabili.
Sulle Alpi sono rimaste strutture socio economiche, costruttive e produttive arcaiche, le cui origini risalgono all’età della pietra. Nelle società matrifocali egualitarie, in cui non esiste quasi la proprietà privata, è assente l’aristocrazia e la schiavitù, i capi in guerra sono eletti dall’assemblea del popolo in armi e le donne combattono, resistono all’attacco delle culture patriarcali lontano dai luoghi di concentrazione e riproduzione del potere: fuori dalle città, nelle campagne, sulle montagne, nei boschi.
Nelle comunità preindustriali alpine esisteva un modello economico che tendeva all’autarchia: si cercava di produrre tutto quanto serviva all’autosussistenza, per ridurre la necessità di servirsi degli scambi di mercato.
La forza lavoro si limitava a ciò che la famiglia poteva gestire, eliminando gli sprechi. Questo sistema economico è crollato quando è entrato in contatto col mercato, sia per quanto riguarda le civiltà ‘di interesse etnografico’, sia per le culture contadine europee.
Non si può considerare arretrato il sistema economico tradizionale, perché riusciva a realizzare ciò che gli economisti oggi provano (invano) a teorizzare: il ciclo chiuso, produzione-consumo-riuso/riciclaggio dei rifiuti-cura dell’ambiente. La produzione ‘tradizionale’ di energia consente di reimpiegare la stessa fonte più e più volte, per usi diversi (fra cui nel caso dell’acqua anche quello umano), di essere gestita dal basso, spesso di non bruciare niente (a parte per il riscaldamento delle abitazioni), quindi evitando CO2, scorie e rifiuti.
Quando questa organizzazione, che è durata per migliaia di secoli, è saltata su vasta scala, il pianeta si è avviato verso il disastro ecologico. Il ‘progresso tecnologico’ e il capitale hanno accelerato il processo di marginalizzazione delle montagne.
Il 60% dei comuni d’Italia sono oramai aree in cui non vi sono più servizi e produzione; luoghi dove vive meno di 1/4 della popolazione complessiva del Paese. Un modello di organizzazione geografica dell’economia che è già affermato in gran parte dai paesi a ‘sviluppo avanzato’.
Il problema dello spopolamento si ripercuote immediatamente a livello di territorio. I versanti curati per tremila anni, terrazzati, spietrati, sorretti dall’intervento umano, non reggono all’abbandono. Ritorna il bosco con le piante ad alto fusto, che non sono più tagliate: si ripristina il limite altimetrico naturale degli alberi, abbassato dall’intervento umano per creare spazi di pascolo per le bestie. Il terreno, non più sorretto dalle terrazze che non vengono più riparate e si disfano, frana, trascinando con sé tutto ciò che esiste fino a valle. Gli interventi ‘tecnologici’ di controllo (come la cementificazione dei letti dei torrenti) non fanno che peggiorare la situazione, perché pensano di sostituire il lavoro umano di presidio e riparazione che soltanto la permanenza degli abitanti e una cultura di lavoro e di cura condivisa e costante possono realizzare.
Questo tipo di tecnologie sono praticamente inutili: costosissime, mettono a repentaglio la vita di operatori altamente specializzati e ben più utili in altre condizioni, salvano una manciata di vite (quando va bene) ma non servono a salvaguardare il territorio. Sono una vetrina per i politici, che possono vantarsi dell’efficienza della protezione civile, investire in mezzi tecnologici scenografici e filmare interventi spettacolari, mentre il lavoro di controllo e ripristino del degrado è continuo e non fa notizia (ma permetterebbe di limitare il danno).
Si tratta comunque di tecnologie che difficilmente potremo permetterci in futuro. Anche la migrazione verso metropoli sempre più grandi dovrà interrompersi causa il riscaldamento globale. I dati metereologici danno entro il 2050 il clima di Milano come quello di Karachi oggi: gran parte delle città di pianura non saranno più abitabili. Quelle situate sulla costa saranno sommerse, e con loro la maggior parte degli impianti tecnologici che servono a rifornimenti di carburante e trasformazione. Non c’è tecnologia che tenga contro l’innalzamento dei mari: Venezia è solo l’inizio.
A causa della crisi climatica che il mondo deve affrontare siamo obbligati a fare ‘un passo indietro’ nello sviluppo e nel consumo delle risorse. Per questo è necessario studiare quelle società che sono state capaci di darsi dei limiti e all’occorrenza di ‘regredire’ anche a livello tecnologico. Come hanno fatto nei secoli le comunità alpine.
Non sarà possibile alzare la nostra qualità della vita finché le leve del progresso, della creatività e dell’innovazione rimangono in mano a specialisti al soldo del potere e delle classi alte: la scienza serve a poche persone perché la conoscenza e gli strumenti di elaborazione non sono condivisi.
Visto che per millenni le comunità si sono ottimamente gestite elaborando tecnologie adatte al proprio ambiente e sfruttando al meglio l’ecosistema senza depauperarlo troppo; visto che è possibile costruire una conoscenza condivisa adatta alle esigenze collettive basata sul lavoro di tutti, senza apparati gerarchici e con una struttura repressiva minore di quella imposta dal mercato; visto che la crescita non tornerà, è ora di riprenderci quegli spazi di conoscenza, di azione e di autogestione comunitaria che ci consentiranno non solo di sopravvivere alla crisi, ma anche di vivere meglio. È ora di riprenderci quelle risorse che nascono dal territorio e che non abbiamo nessuna voglia di condividere con chi le usa soltanto per accrescere la ricchezza di pochi. È ora di abbandonare le metropoli, centri di concentrazione di potere e capitale, di popolazione costretta ad accettare qualunque condizione di lavoro perché obbligata a pagare tutto, privata della possibilità di produrre dalla terra: bisogna ricominciare a fidarsi degli altri e a lavorare insieme. Per elaborare una nuova tecnologia condivisa e gestibile dal basso.


La potenza della natura e la relazione dell’uomo con essa fra fragilità e unicità
di NICOLA MAGLIULO

La società del rischio, quale, in che senso? Rischio di cosa, per chi? Proviamo a riflettere seppure sinteticamente su di essa senza retoriche banali. Gli umani, i più inquietanti tra gli animali (Sofocle), hanno dovuto da sempre difendersi, cercare rimedi ai rischi e ai pericoli originati dalla Natura e che potevano minacciarli, ferirli, causare dolore e morte. Essendo in questo senso originariamente indifesi e deboli hanno cercato la possibilità di predisporre e usare mezzi per sopravvivere e accrescere la propria potenza. Sempre l’uomo è stato ‘tecnico’, e non ha alcun senso la lamentazione sulla disumanità della tecnica. E tuttavia una differenza esiste tra tecnica antica e moderna, almeno da quando è diventato possibile modificare, alterare lo stesso intimo funzionamento della natura e provocare danni mai visti prima ai viventi insieme ad incredibili benefici. Il capitalismo moderno procede per innovazioni, trasformazioni e rivoluzioni radicali obbedendo all’imperativo della crescita e dello sviluppo delle forze produttive, accumulando fortune immense in poche mani e distribuendo un relativo benessere a una parte del mondo sviluppato, senza badare agli effetti negativi sulla natura e sugli umani. E’ quel sabba delle streghe di cui discutevano Sombart e Weber, che ‘l’umanità mette in scena nei paesi capitalistici dagli inizi del XIX° secolo’ e che non si sa quando e come finirà; l’utopia realizzata e profetizzata in modo esemplare dal Bacone della Nuova Atlantide, e che guarda solo avanti e mai indietro, conosce e insegue solo il Futuro e non sa che farsene del Passato; quella tempesta che trascina anche l’Angelus novus di Klee, citato da Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia, che pure ha il viso rivolto alle catastrofi della storia, ha pietà per i vinti e vorrebbe riscattarli.
Mantra chimico, l’opera di Patrizia Bonardi, mostra plasticamente uno dei settori industriali in cui l’applicazione della scienza e della tecnica alla produzione è stata evidente e diffusa. Nel Novecento, la diminuzione strutturale di lavoro vivo, necessario alla produzione, attraverso le nuove tecnologie, tendenza irreversibile ancora in atto e che Marx aveva delineato nei Grundrisse, si combinò con l’idea che la classe operaia, in quanto intelligenza sociale capace di conoscere dall’interno il capitalismo, potesse essere il soggetto di liberazione dal lavoro; che fosse capace di negare la sottoutilizzazione della propria conoscenza del ciclo capitalistico, lo sfruttamento e i danni che il processo di valorizzazione comportava per gli operai; come quei tumori cui la Bonardi fa riferimento nella scheda di presentazione dell’opera. Poi il capitalismo ha liquidato la base materiale di questa classe operaia della grande fabbrica e spostato il comando sulla forza lavoro in mille altre direzioni e lavori, più dispersi e difficili da organizzare per ricatto e isolamento, senza per questo diminuire rischi e danni. Fino al nuovo modo di accumulare profitti investendo e scommettendo sul denaro e alla diffusione del capitalismo finanziario. Ora l’emergenza climatica, provocata da un certo tipo di sviluppo industriale, mette di fronte al problema della tutela della sopravvivenza e della salute, legando in una stessa sorte, e in un’auspicabile ‘social catena’ leopardiana, i destini del pianeta e i nostri.
La forza ironica e critica dell’installazione di Daniela Di Maro, intitolata Il petrolio è finito andate in pace, mostra icasticamente il capolinea cui è giunto questo tipo di sviluppo capitalistico-industriale. E’ sufficiente mutare fonte energetica e il tipo di sviluppo e di profitti ad essa connessi per fare pace tra noi e la natura? Possiamo lasciarci in pace? La soluzione è forse, come pensava Kant, il diffondersi di quello spirito commerciale, l’idea, cioè, che la rete di interessi economici che ci lega in un mondo globalizzato possa di per sé farci avanzare sulla strada di una maggiore pace e armonia tra i popoli? Le recenti guerre commerciali, l’erigersi di barriere, dazi protezionistici tra Usa e Cina, e la chiusura verso i migranti, nel disordine di un mondo multipolare, mostrano che la conflittualità si è piuttosto moltiplicata, seppure contenuta ogni volta dal rischio dell’autodistruzione connesso all’arsenale di armi nucleari.
C’è qualcuno che lo aveva capito in anticipo. La Palinodia, scritta da Leopardi nel 1835, appare stupefacente per la descrizione anticipata di processi come la globalizzazione (Ferrate vie, molteplici commerci/ vapor, tipi e cholèra i più divisi/popoli e climi stringeranno insieme); o la prefigurazione dell’affermarsi della civiltà della Tecnica. Quello che le macchine, al cielo emulatrici, avrebbero prodotto sarebbe stato qualcosa di mai visto, fino al mutamento radicale degli stessi enti naturali: Né meraviglia fia se pino o quercia/suderà latte e mele,/ o s’anco al suono d’un walser danzerà. Un mondo in cui le antiche monete d’argento e d’oro saranno sostituite da polizze di cambio, e conflitti e stragi certo non finiranno ma accadranno per ragioni commerciali. La sferzante ironia leopardiana prende di mira la pubblica letizia e le dolcezze del destino mortal che questo mondo promette di raggiungere e realizzare: ma ogni valore vero e l’amore per la giustizia saranno sempre sconfitti da prepotenza, corruzione, mediocrità. Gli uomini, scrive Leopardi, vestiranno i nuovi abiti di cotone, continuamente cambieranno l’arredo dei loro appartamenti, potranno volare e girare per le strade delle città illuminate; e fortunati potranno dirsi, ironizza ancora il poeta, coloro che nasceranno in questa epoca. Su tutto questo rumoroso e scintillante mondo, si erge però la potenza della natura, del suo ordine immutabile e del suo gioco creatore e distruttore, il cui senso è e resterà impenetrabile alla mente umana.
Allo stato di cose presenti, alla provocazione e manipolazione devastante della natura e dei viventi, possiamo opporre ideali da anime belle, sogni di armoniche e bucoliche riconciliazioni tra uomo e natura, ritorno a precedenti stati del mondo? Si può immaginare di imbrigliare, impedire le forze evocate da una pioggia di scoperte e applicazioni tecnico-scientifiche di ogni tipo? Sarebbero vaghe, regressive e pericolose utopie. Possiamo, viceversa, accodarci al carro del vincitore come servi, elogiare le magnifiche sorti e progressive e immaginare che la civiltà del capitalismo o della Tecnica passo dopo passo, innovazione dopo innovazione, risolverà tutti i problemi dell’umanità, cancellerà disuguaglianze, povertà, fame, malattie, guerre? Solo un approccio realistico ma non subalterno, che rispetti la complessità contraddittoria e conflittuale di questi nodi, senza pensare di evaderne facilmente, può forse consentirci di voltare pagina. Il problema non sono certo di per sé le scoperte scientifiche e gli strumenti tecnologici ma il nostro dare valore solo a quanto è utile, produttivo, calcolabile, misurabile; ingenuo sarebbe anche considerare la Tecno-scienza solo come mezzo a disposizione dei fini umani e non anche causa di un profondo mutamento di civiltà, di forma mentis, di modi di vita.
È insomma come se capitalismo e tecnica disvelassero pienamente l’uomo nel suo miope individualismo fino alle nuove dipendenze patologiche dalle tecnologie, nel confortevole voler dimorare come un animale domestico, con le sue passioni fredde, tristi e tiepide, nel delirio di un consumo che insegue il sempre Nuovo offerto dal paradiso delle merci e della tecnica. Una storiella molto indicativa citata da G. Anders nel suo profetico capolavoro ‘L’uomo è antiquato’, ci aiuta a capire: <>. C’era una volta la Storia e chi cercò di diventarne un soggetto per cambiarla. Poi venne il tempo della Tecnica, dei milioni di consumatori eremiti dai bisogni e stili di vita tutti uguali. << Noi siamo tornati a essere – conclude Anders- quello che eravamo sempre stati, fino all’intermezzo che si è protratto per alcuni millenni: esseri astorici>>.
È questo il nostro destino? Si esaurisce il nostro esserci nel diventare, noi e la natura tutta, fondo da dominare, manipolare, utilizzare dal sistema economico-tecnico-scientifico dominante, che arriva fino a produrre ‘neonature’? Gli unici valori che possiamo riconoscere agli enti sono quelli di uso e di scambio e mai il valore in sé di ogni vivente nella sua singolarità unica e irripetibile, nel suo essere per sé e non sempre e solo definito e piegato alla relazione con altro da sé?
Eppure, come emerge anche nell’opera Physis Ikonostasis di Franco Cipriano, si dà ancora una misteriosa connessione tra la nostra psiche e la Natura che eccede quella determinata dalla nostra inguaribile volontà di potenza. Doppio è il nostro respiro, come il nostro sguardo, il nostro udito: sensibile-sovrasensibile. Respirano il corpo e l’anima. Non è illusione, immaginazione, proiezione, umane troppo umane. No. E’il soffio che muove a non assumere alcun fatto, evento, stato d’animo dentro e fuori di noi come un’alterità estranea e indifferente che nega il nostro spirito; la necessità insopprimibile di patire il thauma per l’enigma della vita e della morte, per il nostro esserci qui e ora, e di esprimerlo/tacerlo. Non sappiamo da dove e perché sorga questo Vento dentro di noi, come non sappiamo da dove e perché accada questo corrispondersi tra interiorità ed esteriorità, visibile e invisibile: eppure questa affinità segreta con la natura, benché infondata e senza possibilità di darne ragione, si dà. Costruire ponti tra essi è uno dei moventi del fare artistico di Franco Cipriano. La sua Physis è insieme natura naturans e natura naturata, terra e cielo, il blu che tinge di sé gli enti contenuti nello spazio terrestre contaminandolo con il suo sguardo. Non a caso la sua opera è anche icona, oro, liturgia. Quella concordia tra distinti che tali restano e che balena tra arte e natura, è in sintonia con quanto scrive Cipriano sulla relazione tra Logos e Physis.
Da dove, perché il Logos fiorisce nella Physis, o si incarna in essa? Il corrispondersi del libero gioco delle facoltà dell’anima, intelletto e fantasia, da un lato, e dell’apparire della natura dall’altro, nel Kant della terza Critica, si dà senza che concetto, dimostrazione scientifica o una qualche finalità possano essere esibiti come fondamento. L’estetica è parola formata su aisthesis sensazione, è un’esperienza del sentire; è, come afferma Massimo Donà (Filosofia e musica, in Filosofia e psicoanalisi, Mimesis, 2020), una disciplina strana i cui oggetti sono sempre sensibili, – forme, colori, suoni-, ma in essi riluce una qualità non sensibile, una verità che ci incanta, che interrompe il corso della nostra vita, che ci invita a trasfigurarci, a diventare persone nuove, vive, non stanche, o sempre identiche a se stesse e prevedibili. Docta ignorantia è quella del filosofo e dell’artista che “sanno di non sapere” e non per questo possono tacere, nelle varie forme in cui possono esprimerlo, quanto li co-agitano. Non siamo dunque riducibili a mero istinto, sessuale, materno o di qualsiasi altro tipo: non viviamo in un ambiente ma in un mondo, ed emozioni, sentimenti, significati non sono deterministicamente prodotti da variazioni chimiche o meccanismi neuronali. Certo che siamo fragili, ma rischia di diventare una retorica la constatazione della nostra finitezza se dimentichiamo che quel pezzo di natura che è il nostro cervello, rappresenta, nel bene e nel male, anche un’enigmatica eccezione nel mondo naturale e animale finora conosciuto: per quel sentire-pensare croce e delizia del nostro esserci, per quell’espansione della conoscenza, ciascuno nel suo ambito ma in relazione con i saperi differenti dal suo, che rende felici e liberi i pensatori, gli scienziati e gli artisti.


Per Francesca Lolli in Rigenerazione
di VERONICA POLESE

Quando domandavo agli Achiur perché il cervo, la scimmia cappuccina e le piante di nocciolo si presentavano sotto un’apparenza umana nei loro sogni, essi mi rispondevano, sorpresi per l’ingenuità della domanda, che la maggior parte delle piante e degli animali sono persone proprio come noi. Nei sogni possiamo vederli senza il loro costume animale o senza il loro costume vegetale, ovvero uomini come noi. – Philippe Descola, Diversità di natura, diversità di cultura.

Rigenerazione, dell’artista Francesca Lolli, dedicata al tema LA SOCIETÀ DEL RISCHIO, è un’opera video che gronda di significato esistenziale, di senso estatico ed echi mitologici.
Una figura femminile si aggira, come un’antica ninfa, nella natura pregna di colori e suoni. Unisce corpo e spirito ad alberi, terra e suolo, con una gestualità di ritorno, di ricongiungimento, di rinnovamento. Ma anche una gestualità di confidenza, di unione e di appartenenza intrinseca.
Rigenerazione è anche rinascita, come quella che avviene ogni primavera; la certezza naturale che la promessa di rinnovamento e di continuità sia mantenuta. Miti, riti, credenze, usanze sono tutti elementi culturali che accompagnano l’elemento naturale rappresentato dall’alternarsi ciclico delle stagioni. Ma questa certezza è minacciata proprio dall’essere umano, che pur vi ambisce.
L’essere umano appartiene all’ambiente. Egli stesso è ambiente, ma è anche l’entità capace di percepire se stessa sia come principio naturale che come principio culturale. Ciò che esiste indipendentemente dall’esistenza umana, che la riguardi come specie o meno, si può pensare come “naturale”. Si può intendere invece come “culturale” tutto ciò che ha origine dall’operato umano.
Fame, sete, sonno sono bisogni che devono necessariamente essere soddisfatti per eludere la morte e affermare la sopravvivenza. Questo è ciò che possiamo definire principio naturale. Le modalità con cui i gruppi umani raggiungono tale obiettivo, ovvero soddisfare i bisogni naturali, sono il prodotto della cultura.
Gli elementi culturali sono stati sostituiti dalla logica dell’economia devastante e dell’inquinamento irreversibile, spezzando la naturale ciclicità, con il cambiamento climatico, causato dall’abuso che il genere umano sta compiendo sull’ambiente.
È così che la figura femminile protagonista di Rigenerazione, la ninfa, lo spirito naturale, può essere letta come riflessione rovesciata, su una umanità, che in passato sapeva convivere con l’ambiente a cui apparteneva, e appartiene; un’umanità che oggi si aggira senza memoria, disorientata, tra i boschi, in cerca di una risposta identitaria. Una risposta che può arrivare solo dalle sue origini, che sono la terra stessa.
E se a distinguere un essere umano da tutti gli esseri non umani, ovvero oggetti naturali o artificiali, ci dice l’antropologo Philippe Descola, sono i diritti di fatto derivati dal loro stato di umanità, dotando di essenza umana animali e piante, gli indiani Achiur ne determinano il loro diritto all’esistenza.
Così il pericolo più grande, il più folle è non sentirsi più parte del grande organismo terrestre, dei luoghi che pian piano stiamo erodendo con cupidigia ma senza senso alcuno.
Un tempo, la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso, l’uomo oggi la distrugge, e si condanna. – Claude Levi Strauss.

per Ciro Ciliberti in Ossatura
di VERONICA POLESE

Guarda il vulcano,
si erige silenzioso e temibile,
ci circonda di straordinaria eredità.
Guarda gli alberi, sono morti! Ma restano dritti, instancabili.
No. Questa volta non è stato Lui: sei stato tu, uomo!
Hai smarrito la dignità di “essere” e, con essa, il diritto di esistere.
Ti sei vendicato del passato di morte. Ti sei sostituito al suo volere e hai bruciato senza pietà
distrutto con violenza
cancellato ciò che ti nutre e che avresti dovuto amare
ciò a cui appartieni e che è parte di te.
Ma il vulcano è il tuo signore.
È lì.
E ti osserva.
Ti minaccia.
E tu non puoi che chinarti al suo potere, affinché ti conceda di esistere.
Ora ti chiedo, cosa hai avuto in cambio?
Quanto potrai andare avanti?
Tu, uomo, non sei più né essere di cultura né essere di istinto.
Non vuoi sopravvivere, perché non ti ami.
Perché non ti ami, uomo?

Quando il rischio si fa concretezza
di STEFANO TACCONE
Il 2019 è stato l’anno del green. Mai come in quei dodici mesi infatti probabilmente si è parlato di emergenze ecologiche - in particolare cambiamenti del clima, scioglimento dei giacchiai e possibilità di inondazioni -, ma è anche apparso più che mai evidente tutto il grado di cattura spettacolare che il “discorso verde” ha subito. Così, accanto a pensieri e paure più o meno sotterranei, si è scatenata tutta una pletora di tossiche chiacchiere sloganistiche provenienti dai vari attori dello spettacolo contemporaneo dalla politica sedicente progressista alle aziende sedicenti illuminate; dagli eventi culturali a quelli sportivi, tutti venduti come irreprensibili modelli di “sostenibilità”. Così dalle Olimpiadi Invernali 2026, strombazzate come giochi che si svolgeranno quanto mai all’insegna del rispetto dell’ambiente, ma che Milano si è aggiudicata seguendo in diretta la cerimonia di assegnazione con assai poco sostenibili maxischermi – è proprio il caso di esclamare “Cominciamo bene!” – al neosegretario del maggior partito italiano dell’area della sinistra riformista che dedica la sua elezione a Greta Thunberg e poi come primo atto dopo il suo insediamento va a visitare il cantiere della TAV in Val di Susa, il green come foglia di fico per continuare a perpetuare di fatto le logiche predatorie del capitalismo ha di fatto messo nell’angolo i pur interessanti – ma quanto meno ambigui – fermenti del nuovo movimento ambientalista nascente.
Il 2020 si apriva in sostanziale continuità con tutto ciò. Si prevedeva infatti una impennata sempre meno sostenibile di retorica sulla “economia sostenibile”, mentre la prospettiva della catastrofe futura pareva tutto sommato ancora troppo lontana per fare paura davvero, così come appariva lontano il coronavirus, relegato nel “lontano oriente”. Fatti della Cina! Cosa anche buona del resto, così l’Occidente si toglie finalmente di mezzo un “competitor” che ci da filo da torcere da oltre un decennio, pensava qualcuno. Cosa hanno cambiato nella nostra vita quotidiana la sars, la mers o altre epidemie dell’ultimo ventennio? Hanno solo riempito le pagine di qualche giornale e alimentato gli incubi di qualche ipocondriaco, ma nulla più. Magari abbiamo preso spunto per fare qualche battuta divertente, intentare qualche barzelletta, qualche vignetta… Più che il virus – bisogna dirlo – facevano paura i cinesi in Italia, specie in territori ove ci sono comunità assai nutrite, e non sono mancati spiacevoli episodi di razzismo annessi.
Nell’insieme tuttavia vivevamo ancora una vita “normale”, finché non è arrivato quel giorno dell’ultima decade di febbraio in cui tutta l’Italia ha conosciuto il primamente oscuro paesino di Codogno. Di lì a poco la nostra vita, si è detto, è diventata simile ad un romanzo o ad un film distopico. Significativo il fatto che il paragone più facile e forse più calzante fosse proprio con situazioni di finzione. Significativo del fatto di quanto per decenni e decenni le paure para-apocalittiche abbiano ingentemente popolato una parte della nostra psiche e forse tutta la produzione creativa ha anche avuto la funzione di esorcizzarle – sia per i produttori che per i fruitori. Chissà se ad una sorta di operazione esorcistica non sia del resto assimilabile persino La società del rischio, apertasi presso il BACS di Leffe il 7 dicembre 2019. Un esorcismo collettivo, un toccasana contro le paure più o meno confessate cui si sono sottoposti con grande sollievo gli artisti e gli spettatori, ma anche i sociologi o intellettuali di altra formazione che hanno scritto i testi – io stesso mi pongo in questo novero!
Bisogna ammettere che le persone più sensibili e più coscienti su un piano politico-morale spesso percepiscono lucidamente la gravità di quanto potrebbe accadere in un futuro prossimo, ma insieme – proprio in virtù della loro lucidità – percepiscono anche la loro impotenza rispetto al branco di pachidermi che sta avanzando contro di loro. Non conosco testo o immagine che sia capace di descrivere questa sensazione meglio della poesia Privi di potere (1971) del celeberrimo scrittore tedesco – scomparso da qualche anno - Günter Grass, che vale la pena riportare per intero:

Leggiamo «napalm» e ci immaginiamo il napalm.
Dal momento che non possiamo immaginarci il napalm,
leggiamo del napalm, finché possiamo
immaginarci meglio il napalm.
Ora noi protestiamo contro il napalm.
Dopo la colazione, muti,
vediamo in fotografia cosa può fare il napalm.
Ci indichiamo l’un l’altro rozzi reticoli
e diciamo: vedi, questo è il napalm.
Presto ci saranno libri di fotografie a buon prezzo
con foto migliori,
dalle quali risulterà più chiaramente
cosa può fare il napalm.
Ci rosicchiamo le unghie e scriviamo proteste.
Ma c’è, così leggiamo,
qualcosa che è ben più terribile del napalm.
Subito protestiamo contro questa cosa più terribile.
Le nostre proteste giustificate, che in ogni momento
possiamo stilare piegare affrancare, le sbattiamo in libri.
Impotenza di cui si fa prova su facciate di gomma.
Impotenza fa suonare dischi: canti impotenti.
Senza potere e con la chitarra. –
Ma con il pugno di ferro e in piena tranquillità
fuori agisce il potere.

Ad essa accosterei soltanto un piccolo frammento dal poemetto Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini, in quanto testimonianza ancora di un simile stato d’animo:

[…] Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce? […]

Ma tornando al giorno del “caso Codogno” e seguenti, ciò che va rilevato è come una mostra come La società del rischio possa dirsi per un verso anticipatrice inconsapevole di tutto ciò che abbiamo vissuto negli ultimi mesi e per un altro verso assolutamente interna allo spiazzamento che ciascuno di noi – a cominciare naturalmente dai virologi – ha subito in questo frangente. Un conto, in altre parole, è il rischio inteso come preoccupazione affatto fondata più o meno a lungo termine; un altro conto è trovarsi nel bel mezzo dell’ “epifania” di quel rischio. Allora non si ha ancora certo l’effetto livellatore paragonabile alla morte secondo Totò, ma certo molte distinzioni cominciano a perdere di senso. Ci si ricorda ad esempio della propria vulnerabilità di esseri umani, mentre passa quanto meno in secondo piano la coscienza di essere artisti, poeti… o di esporre in mostre, pubblicare libri… I nostri progetti – prima ancora che i nostri corpi – vengono quarantenati. Persino, d’altra parte, gli “investimenti verdi” si chiede di accantonare, onde riservarli a “tempi migliori”, rendendo così palese quanto essi fossero davvero dettati da una effettiva esigenza di tamponare una emergenza. Non lo erano non perché la minaccia del surriscaldamento globale è una invenzione di complottisti contro il “progresso”, ma perché quanto meno inadeguati alla mole della catastrofe incombente, un secchiello per contenere il mare come nella leggenda che ha per protagonista Sant’Agostino e Gesù Bambino. Le ragioni di quegli investimenti erano dunque tutte interne alle logiche del greenwashing, ma le strategie di marketing sono come la moda e il vento: cambiando repentinamente direzione e intensità.
La crisi del Covid ci rivela insomma – mi guarderei bene dall’adoperare la locuzione “ci insegna” –, o quanto meno ci suggerisce, che le catastrofi globali sono relegabili nel cassetto del futuro remoto del nostro cervello assai meno di quanto ciascuno di noi – forse nessuno escluso, neanche Greta, Naomi Klein o i più grandi climatologi ed ambientalisti che da decenni ci allertano su certe minacce – potesse credere fino a poco tempo fa. Ho scritto “catastrofi globali” ma stavo per scrivere “catastrofi ambientali”. Crediamo infatti che il Covid sia “capitato”, così come più di una decina d’anni fa qualcuno osservò che la crisi finanziaria e quindi economica era “capitata”, come a dire che si trattava di un puro effetto casuale senza causa? Una spiegazione del genere mi pare quanto meno inadeguata. Se la pandemia ci ha fatto toccare con mano quanto la voce della scienza possa essere plurale e discordante, resta che molti scienziati da tempo allertano non solo sul cambiamento climatico, ma anche sui nuovi virus con cui l’uomo entra progressivamente in contatto, virus prima inaccessibili all’uomo perché ben “protetti” nel cuore delle foreste, ma ormai sempre più “a piede libero” nella misura in cui il comportamento umano si mostra quanto meno devastante nei confronti degli habitat naturali delle altre specie.  1Tra lo stesso surriscaldamento globale e i “nuovi” virus esiste una sinistra connessione: molti virus sono infatti “tenuti a bada” da ghiacciai che hanno i giorni contati.2  Si consideri inoltre la moltiplicazione degli spostamenti che l’ultimo decennio-quindicennio ha conosciuto, con la diffusione sempre più capillare – tra l’altro – dei voli low cost – low cost per le tasche, ma certo high cost per l’ambiente -, che per alcuni scienziati potrebbe essere un motivo non secondario della diffusione circoscritta delle epidemie del nuovo secolo. Già perché se le epidemie ci sono sempre state è anche vero che pare non siano mai sorte così tante in un arco temporale così ristretto come l’ultimo ventennio. Sarà anche questo un caso? 3 

  1. Su questi temi cfr. almeno K. Zimmer, Malattie infettive in aumento a causa della deforestazione, in “National Geographic”, Milano, giovedì 19 dicembre 2019.
    https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2019/12/malattie-infettive-aumento-causa-della-deforestazione ↩︎
  2. Su questi temi cfr. almeno F. Santolini, Il cambiamento climatico potrebbe “liberare” antichi agenti patogeni, in “La Stampa”, Torino, 14 marzo 2020.
    https://www.lastampa.it/tuttogreen/2020/03/14/news/il-cambiamento-climatico-potrebbe-liberare-antichi-agenti-patogeni-1.38578773
      ↩︎
  3. Per approfondire il rapporto tra nuove epidemie e devastazione ambientale cfr. ancora A. Pinchera, Il coronavirus e il nostro futuro prossimo, 17 maggio 2020; https://www.greenpeace.org/italy/storia/7098/il-coronavirus-e-il-nostro-futuro-prossimo/   ↩︎

“Metà fisica metà no”
Riflessioni sull’opera di Elena Radovix
di VITTORINO BALINI

La nudità del corpo è nudità del corpo-anima che cerca un con-tatto im-possibile (proprio dell’utopia) con la natura, un cum-capere che vuol penetrare il mistero della vita, un concepimento ricercato con gioia e disperazione di un mondo nuovo, al di là di nostalgie, da un’artista di radicalità utopica assoluta che con speranza cerca una politica totale.
A queste fotografie si addice un mistico silenzio che ispira un origine, un genesi che nasce dalla pura intuizione e non si lascia descrivere dalla razionalità del linguaggio.
”Mai dare per scontato nulla quando, come qui, sono presenti la nudità, i suoi gesti, la sua complessità, mai dimenticare la potenza di relazione che crea la nudità ed è qui forse il delirio dell’Occidente che dimentica la forza relazionale del corpo-anima, altrimenti non vedremmo nudità violate, uccise, negate. (Liberamente tratto da “la tenerezza dell’eros” di Gigi Cortesi)
Nelle fotografie di Elena Radovix la nudità evoca un gesto di accudimento come a voler partorire il mondo nuovo che dicevo, dove la donna vuole essere umilmente (humus) terra, vegetale e con i suoi gesti intuitivi mantiene la potenza comunicativa del simbolo.
Risulta difficile per un artista lo sporgersi in questa azione che, come dicevo, tocca l’im-possibile dell’unità, l’impossibilità del toccare ciò che si tocca, rimane sempre uno scarto, un vuoto, un’inadeguatezza, un’estraneità;
noi restiamo stranieri alla natura in una sorta di coito im-possibile.
Lascio il trattino per dire della possibilità dell’accadere di un possibile che sta nell’accettazione della condizione di essere straniero al mondo, essere strano in cerca di redenzione intesa come ritorno all’umano che contiene in sé l’humus della terra, l’umiltà contro la tracotanza e la volontà di potere sulle cose;
quel ritorno al giardino dell’Eden perché cresciuti siamo diventati degni di mangiare il frutto dell’albero della vita potendo celebrare le nozze con la natura e noi stessi.
Per poter gustare, intuire il senso delle fotografie di Elena Radovix, dobbiamo quindi predisporci ad un rivolgimento totale del nostro modo di essere in rapporto con la natura. Dobbiamo effettuare quello stesso cambiamento culturale che teorizzarono i grandi naturalisti del Cinquecento italiano: Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Accenno velocemente a tre aspetti del loro modo di pensare che sono molto vicini ai contenuti delle opere di E. Radovix.
Telesio, padre del Naturalismo, invita gli studiosi a cercare i principi della natura nella natura stessa e a fidarsi dei sensi per la ricerca delle verità fisiche ed umane. Giordano Bruno individua questo principio nella vita-materia-infinita. Ma come possiamo noi conoscere questo principio? Dobbiamo farci Uno con la Natura. Riporto il bellissimo mito di Atteone delle “Metamorfosi” di Ovidio, ripreso da Bruno nel dialogo “De gli eroici furori”. Il filosofo, desideroso di conoscere il divino che è nella natura, si trasforma da sapiente in furioso. Atteone è un cacciatore e va con i suoi mastini e veltri a caccia. Nel bosco vede Diana nuda, simbolo della verità. Diana per punirlo lo trasforma in cervo e Atteone viene così divorato dai suoi cani. Atteone da cacciatore diventa selvaggina. Deve morire come uomo, come accidente, come particolare per poter conoscere la natura infinita, deve farsi divorare e fondersi nella vita-materia-infinita. Anche per Tommaso Campanella filosofare è immedesimarsi nelle cose. I sensi sono gli organi fondamentali della conoscenza. Tutti i sensi ed in modo particolare il gusto e l’olfatto. Per Campanella la parola sapere deriverebbe da sapore e conoscere è assaporare e mutarsi, trasformarsi nell’oggetto conosciuto. Per Campanella, come per Bruno, conoscere è come morire, perché chi conosce si trasforma, si aliena psichicamente nell’oggetto conosciuto. Conoscendo veramente le cose del mondo ci facciamo mondo; per essere mondo dobbiamo ridurre, quasi annullare il nostro io. La conoscenza è un farsi mondo.
Questo percorso filosofico possiamo rintracciarlo nell’opera d’arte di Elena Radovix.
Rif. liberamente tratti dall’opera di Gigi Cortesi, Bernardino Telesio, Giordano Bruno, Tommaso Campanella con la collaborazione del prof. Eduardo Lauritano

POESIE di ANTONELLA FUCECCHI RANKOUSSI
di A.F.R. per Francesca Marconi

Sentire il mondo a pelle
farsi un tutt’uno
con la terra e
le sue membra
innervarsi di nuvole e
rivestirsi di scorza d’albero
raccogliersi
nel suo ampio seno
e nutrirsi
del suo antico respiro
la nostalgia
insegna a tessere
negli orditi e
nelle trame
le visioni
concepite
nel piccolo grembo
delle nostre madri
imago
del ventre grande
di Gaia
danzando
la vita che
ci attraversa
in un fremito
di gioia

di FUCECCHI per Antonio Davide Affissioni

Un cielo di carta
Colori artificiali
cose al posto
di nuvole
In un firmamento
plastificato
Senza sacralità
Finalmente uccisa
ogni stella
si leggono i segni
della voracità,
sfruttare/produrre
Sepolti da montagne
fatte di cose
Da fiumi
fatti di parole
nel nostro etere
inquinato
Cose
senza intimità
Sommergono il
bisogno
di infinito

di FUCECCHI per Elena Radovix – Metà fisica metà no

Ritrovarsi
Nel corpo fatto silvano
nel solco della terra arata
Nella matrice generosa
sentore di umori antichi
di piante, di fango,
scoprirsi impasto
in un respiro
unisono,
sorelle e figlie
della Grande madre
cullate
dalle mani sagge
non c’è paura,
allora, del disfarsi
del tornare
nude
alla terra
che ci sa
da sempre

di FUCECCHI per Carla Crosio – Ombra pericolosa

Plastica intrecciata
Avere cura del mostro alato
oscenamente
partorito
Violentando il mondo
Stuprandone la bellezza
Che si è data senza riparo
Perché ne fossimo custodi e non carnefici.
Cascami pietosamente ricomposti
in una struttura di senso
Supplicano tendendo i loro arti
deformi di averne pena
di farsi carico
dei lacerti
di sangue nero.
E’ l’urlo muto dei detriti
che abbiamo prodotto e
non vogliamo
mentre queste povere carni
chiedono di curvarsi
sul dolore
e implorano un ascolto
che non siamo disposti
a dare

di FUCECCHI per Patrizia Bonardi – Onde anomale

E’ impasto di pietra,
ossa di terra
passaggio di tracce antiche
una mappa preistorica
di quando l’uomo sapeva condividere
le fatiche del vivere
C’è l’indurimento coriaceo
dell’abuso in questa aridità
fatta pietrosa
in questi callosi corrugamenti
tutta
la violenza dell’homo demens
del suo credersi
inutilmente eterno
di tanta superbia
non restano
che
trofei
di morte
su cui l’avidità
insaziata
esige
nuove vittime

di FUCECCHI per Ciro Ciliberti – Ossatura

Era di Prometeo il fuoco
che fu donato agli uomini
All’anthropos
di tutte le stirpi viventi
che popolano la terra
La peggiore
dà nome alle cose
per possederle meglio
distrugge
gli accordi segreti
le trame sottili
le tele di ragno
Separare, classificare,
maschio /femmina
corpo/materia
carne/ spirito
natura/cultura
fino a morire
di dicotomie
quando le vecchie mani
sagge della Terra
sanno come
riconciliare, riconnettere, rammendare
guarire le ferite
e la nostra
devastata umanità

Animali spiriti guida nella catastrofe di ALESSANDRO MAZZI
Arte al tempo del rischio di ALFONSO AMENDOLA
• Riflessioni su “Babilonia”

di ARIANNA LASCA
• Riflessioni su “Affissioni” di Antonio Davide

di ARIANNA LASCA
• Per uno scambio vitale fra noi e il pianeta di CHIA

RA CASSINELLI
L’uomo prometeico nella società del rischio di CARMEN PUPO
La società del rischio di CHIARA MEDOLAGO
E’ ora di cambiare ARIA!! Dedicato a Mantra chimico di CONCHITA SILIQUINI
Onde anomale… tra uomo e mare di DANIELA GENSABELLA
l’Altro che non pensavo di DEVIS GHERLINI
Sociètà mondiale del rischio di FILIPPO BAGNATI
La società del rischio di FRANCESCO ROSETTI
Beck alla luce della pandemia di LAURA BENZONI
Appartenere di LUCIA LO CASCIO
La Società del Rischio – opera “Ombra pericolosa” di Carla Crosio di MARIA RITA MALLAMACI
Il modello alpino un modello del passato da supporto per il futuro di MICHELA ZUCCA
La potenza della natura e la relazione dell’uomo con essa fra fragilità e unicità di NICOLA MAGLIULO
Rigenerazione di Francesca Lolli di VERONICA POLESE
Ossatura di Ciro Ciliberti di VERONICA POLESE
Quando il rischio si fa concretezza di STEFANO TACCONE
“Metà fisica metà no”
Riflessioni sull’opera di Elena Radovix di VITTORINO BALINI
POESIE di ANTONELLA FUCECCHI RANKOUSSI

Un viaggio unico che unisce arte e sociologia per riflettere sulle nuove sfide del rischio nella nostra società contemporanea.

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• Riflessioni su “Babilonia”

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Quando il rischio si fa concretezza di STEFANO TACCONE
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Conosci i protagonisti che portano avanti una riflessione creativa e critica sul rischio sociale.

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